
Spadaro, “la diplomazia delle parole: il Papa e la politica come servizio”

Per Leone XIV, la pace è un dono che precede la politica, e il compito del diplomatico è quello di diventarne lo strumento. L’analisi di padre Antonio Spadaro, gesuita, ex direttore di Civiltà Cattolica e sottosegretario vaticano alla Cultura e all’Educazione, nella sua rubrica ‘Vatican Diary’ per l’agenzia cattolica asiatica Uca News.
Di p. Antonio Spadaro, SJ
Due discorsi in tre giorni. Pubblico diverso, stesso argomento.
Leone XIV si è rivolto ai membri del Partito Popolare Europeo (PPE) il 24 aprile e ai futuri diplomatici della Santa Sede due giorni dopo, domenica. In entrambi i casi, ha affermato, in sostanza, la politica è o servizio o frode.
Con i parlamentari europei, il Papa è andato dritto al punto. La vera politica non insegue il facile consenso. Ha il coraggio di fare scelte impopolari. E, soprattutto, non cede all’ideologia: l’ideologia distorce la realtà, schiavizza le persone, e l’Europa lo sa meglio di chiunque altro, essendo risorta dalle macerie di due ideologie che l’hanno quasi distrutta.
Ha parlato della persona umana al centro, di fraternità, di legge, di bellezza. Grandi parole, certo. Ma le ha legate a un problema concreto: la crescente distanza tra chi governa e chi è governato.
E qui è giunto a un’immagine suggestiva: nell’era del trionfo del digitale, ha detto, la politica deve tornare all’analogico. Al contatto diretto. Al territorio.
Due giorni dopo, alla Pontificia Accademia Ecclesiastica – la scuola che forma i diplomatici vaticani – ha cambiato registro, ma non direzione. Il diplomatico della Santa Sede, ha spiegato, non è un funzionario.
È un messaggero di pace. Ma non, badate bene, la pace come la intende il mondo, che è spesso solo il risultato di un equilibrio di potere. Quel tipo di pace, ha detto il Papa con notevole franchezza, viene calpestato ogni giorno.
No, la pace a cui si riferisce è un dono che precede la politica. Il compito del diplomatico è quello di diventarne strumento, anche quando l’intera impresa sembra vana.
C’è un filo conduttore che lega i due discorsi, e che riporta a qualcosa che Leone XIV aveva già detto al Corpo Diplomatico a gennaio: le parole devono tornare ad avere un significato. Devono aderire alla realtà. Senza tale adesione, il dialogo politico si trasforma in performance e la diplomazia in teatro.
Il filo conduttore è chiaro. La pace non si costruisce con la forza. Non si costruisce con gli slogan. Si costruisce – per usare le parole dello stesso Papa – attraverso l’umiltà della verità e il coraggio del perdono.
In un momento in cui la guerra, come lui stesso ha affermato a gennaio, è tornata di moda, questo si configura come un programma. E a un anno dall’inizio del pontificato di Robert Prevost, comincia ad assumere la forma di qualcosa di più: un orizzonte di governo per il suo ministero petrino.
[Fonte: Uca News (nostra traduzione); Foto: Vatican Media]



