
TACCUINO / Il Papa non andrà negli Stati Uniti nel 2026 (intanto continua a evitare accuratamente il tema Trump)

CITTA’ DEL VATICANO, 8 FEB – Il Papa “non andrà negli Stati Uniti nel 2026”, ha dichiarato oggi la Sala stampa della Santa Sede dopo le indiscrezioni giornalistiche su un possibile viaggio di Leone XIV nel suo Paese d’origine nel mese di settembre. “Non quest’anno”, ha ulteriormente precisato. Un ritorno di Prevost negli Usa, dunque, non è al momento all’orizzonte. Ma quello che appare con sempre maggiore evidenza, comunque, è anche il suo silenzio su quanto accade in patria e in particolare sulle molteplici ‘imprese’ – chiamiamole così – di chi ne è attualmente al governo.
Nella Chiesa americana non sono molte le voci che si levano contro le politiche del presidente Trump – si ricordano soprattutto quelle dei tre cardinali di Washington, Chicago e Newark, particolarmente critiche sulla politica estera, e quella dell’ordinario militare che evocava anche una possibile “disobbedienza” dei soldati in casi come il possibile attacco alla Groenlandia -, ma in qualche caso anche altri cominciano a rompere il silenzio e in maniera molto sonora: si guardi solo al lungo elenco di accuse formulate al presidente Usa dal noto analista e commentatore gesuita Thomas Reese, che dalla tribuna del Religion News Service afferma senza mezzi termini che “Trump sta distruggendo l’America” e che “dev’essere fermato”.
Naturalmente niente di tutto ciò si è sentito finora dal Papa, pur anche lui americano, che col passare dei giorni e delle settimane continua accuratamente ad evitare l’argomento. Niente sull’invio della Guardia Nazionale nelle ‘città-santuario’ statunitensi, scelte tra quelle che non hanno sostenuto la rielezione del tycoon. Niente sulle brutali scorribande e i raid anti-immigrati dell’ICE, con irruzioni persino nelle chiese a caccia dei presunti ‘irregolari’. Niente sul clima di terrore e ormai di vera e propria guerra civile, con centinaia di migliaia di persone che scendono in piazza a protestare. Niente sull’arresto persino di bambini in tenera età, o sulle deportazioni di massa che lacerano vite e famiglie. Niente sulle fucilazioni a sangue freddo, in strada, sempre da parte dell’ICE o della Border Patrol, di cittadini americani che si azzardavano a manifestare una qualche contrarietà sulla loro presenza o a riprenderne le scorrerie. E ci sarebbe ancora molto altro da elencare, se si pensa anche ai tanti fronti internazionali, alla rottura di storiche alleanze, alle spallate al multilateralismo.
Niente di tutto questo trova spazio negli interventi del Papa, neanche di sfuggita. Preferisce parlare d’altro. O magari fare generici appelli, come oggi all’Angelus, a “pregare per la pace”, perché “le strategie di potenza economica e militare – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità”. E “il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”. E un certo imbarazzo si respira anche quando certi argomenti vengono sottoposti ai più stretti collaboratori del Papa, tra cui il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, che evidentemente non trova un esplicito incoraggiamento a parlarne da parte del successore di Pietro.
Abbiamo tutti compreso che una delle priorità di questo Papa è evitare “polarizzazioni”, e rafforzare l’unità della Chiesa. Ma nelle uscite pubbliche, ha senso, è utile tutta questa prudenza? Che poi riguarda solo gli Stati Uniti, mentre altri contesti vengono citati senza particolari sottintesi. Da che cosa è motivata, dal timore di ‘urtare’ la base cattolica Usa, in fondo sempre generosa con le casse vaticane, che resta ancora, e in buona parte, sostenitrice dell’inquilino della Casa Bianca? La Sede apostolica, in virtù della propria autorità morale, non sarebbe tenuta a fare un atto di verità, a mostrare almeno “preoccupazione” su così macroscopici spiegamenti di brutalità, di disprezzo razziale e di violazioni della dignità umana? Anche avere a cuore l’unità non può andare a scapito di un linguaggio chiaro, si potrebbe dire “evangelico”, del chiamare le cose con il proprio nome, pena la perdita dell’autorevolezza e della credibilità.
E le sortite di qualche vescovo o cardinale, che in gran parte preferiscono anch’essi tacere, non bastano. Si arriva a comprendere anche la reticenza che regna persino in parrocchie e diocesi colpite dalle incursioni anti-migranti, se le eventuali prese di posizione non trovano alcuna sponda e corrispondenza nel seggio più alto della Chiesa.
In attesa di riscontri che contraddicano l’attuale scenario, si aspetta anche la risposta della Santa Sede all’invito di Trump a far parte del Board of Peace per Gaza, che si riunirà per la prima volta a Washington il 19 febbraio. Per ora, mentre la decisione non è stata ancora ufficializzata, a parlarne è stato solo il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, che in un incontro a Roma ha definito il Board of Peace “un’operazione colonialista”: definizione però – sarà un caso? – sparita dal resoconto dei media vaticani.
[Foto: Vatican Media]



