TACCUINO / Quattro morti nelle carceri italiane durante il Giubileo dei detenuti: luoghi dove la “speranza” non arriva

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Solo a dirlo si sente quanto stridenti, di fronte alla realtà, possano essere gli intendimenti di certe ricorrenze e quanto distanti restino certe invocazioni rispetto alla concretezza degli eventi e delle situazioni. Nel pieno del Giubileo dei detenuti, in 24 ore quattro persone sono morte nelle carceri italiane, tre solo nel Lazio. Il triste elenco: una donna stroncata da un’overdose nel carcere femminile di Rebibbia a Roma (un’altra ricoverata in ospedale); un uomo suicida a Viterbo, mentre un altro si toglieva la vita nel carcere di Lecce; un uomo di 45 anni di Formia deceduto a Tor Vergata dopo mesi di coma e travagliati periodi in riabilitazione per un pestaggio subito mentre era detenuto anch’egli a Rebibbia. Un quadro agghiacciante, impietoso per il rapido incalzare delle tragedie, che oltre a riportare l’attenzione sull’emergenza carceraria proprio in coincidenza col Giubileo dei detenuti – ma quante altre volte se ne è parlato? -, fa comprendere quanto possa essere difficile far passare in un tale contesto un valore, che è anche una virtù, come la “speranza”, al centro di questo Anno Santo 2025.

Il Vaticano ha già colto l’occasione per un richiamo esplicito ad aprire finalmente ad alternative alla detenzione, riprendendo l’invito di papa Francesco a misure di clemenza e amnistia. “Ho appreso della morte di una donna nel carcere di Rebibbia proprio mentre con diversi magistrati avevamo iniziato un convegno sulle carceri, abbiamo osservato un minuto di silenzio anche per una riflessione – ha raccontato l’arcivescovo Rino Fisichella, organizzatore del Giubileo – questa è una notizia veramente triste che ci porta però ancora una volta a verificare qual è lo stato di disagio, sofferenza, mancanza di dignità in cui vivono i detenuti”. Da qui l’appello: “Almeno in questo anno giubilare si possano spalancare prospettive che portino a ciò che papa Francesco chiedeva: forme di amnistia e liberazione”.

Ne ha parlato nella messa di oggi in San Pietro anche papa Leone XIV, purtroppo con l’ulteriore e involontario stridore del fatto che questo Giubileo per il mondo carcerario coincide con la Domenica detta “della gioia”, che la liturgia definisce “Gaudete!”, e che “ci ricorda la dimensione luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà”. Quanto di più lontano, sfortunatamente dal destino degli ultimi quattro morti in carcere, come dei tanti che li hanno preceduti.

“Papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche ‘forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società’ (Bolla Spes non confundit, 10), e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento (cfr ibid.) – ha ricordato Prevost nell’omelia -. Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare (cfr Lv 25,8-10)”.

E non può non tornare alla mente quanto avesse a cuore papa Bergoglio le condizioni di vita e le sorti dei reclusi, con i quali, tra scene di grande commozione, ogni Giovedì Santo (o quasi) andava a celebrare la messa ‘in Coena Domini’ con l’umile e amorevole rito della “lavanda dei piedi”. “Quando andavo a visitare i detenuti nel carcere di Buenos Aires uscendo mi chiedevo: Perché loro e non io? Pensare a questo mi fa bene: poiché le debolezze che abbiamo sono le stesse, perché lui è caduto e non sono caduto io? Per me questo è un mistero che mi fa pregare e mi fa avvicinare ai carcerati”, raccontava il Papa argentino definendosi “graziato dal Signore”. E la sua scelta definitiva fu persino, proprio per l’attuale Anno Santo, aprire una Porta Santa in un carcere, prima volta nella storia, il 26 dicembre scorso a Rebibbia, poche settimane prima di cominciare a risentire della malattia che lo avrebbe poi condotto alla morte.

“La grazia di un Giubileo è spalancare, aprire e, soprattutto, aprire i cuori alla speranza. La speranza non delude (cfr Rm 5,5), mai! Pensate bene a questo. Anche io lo penso, perché nei momenti brutti uno pensa che tutto è finito, che non si risolve niente. Ma la speranza non delude mai”, disse in quell’occasione. E ripeté: “è questo il messaggio che voglio darvi; a tutti, a tutti noi. Io il primo. Tutti. Non perdere la speranza. La speranza mai delude”.

Evidentemente, visto quanto è accaduto anche solo nelle ultime 24 ore, viste le sofferenze, l’avvilimento senza ritorno e lo strazio di tanti, far entrare la speranza nelle carceri di questo Paese richiede ancora una mole di lavoro, da parte di tutti, responsabili del mondo carcerario e istituzioni competenti in primis.

Anche questo ha ricordato oggi papa Leone nell’omelia in San Pietro. “I problemi da affrontare sono tanti – ha affermato -. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più”.

“Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto (cfr Gv 6,39) e che tutti ‘siano salvati’ (1Tm 2,4). Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio”. Ecco, “che nessuno vada perduto, che tutti siano salvati”: un monito che valga ad ogni livello, ciascuno per la sua parte.

[Foto d’archivio]