
Zuppi, "nelle scuole nessuno si senta escluso, il luogo di nascita non può determinare le opportunità di apprendimento"

Con la sua introduzione il presidente della Cei, ha aperto i lavori del Consiglio episcopale permanente.
ROMA, 21 SETTEMBRE - "Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace". Non ne parla esplicitamente, ma in maniera indiretta il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, pronuncia parole che possono contribuire alla discussione sull'annuncio della premier Giorgia Meloni di istituire un tetto per il numero di alunni stranieri nelle classi italiane.
In una sezione della sua introduzione ai lavori del Consiglio episcopale permanente - sezione intitolata non a caso "La scuola, cantiere del nostro futuro comune" -, il card. Zuppi prende lo spunto dalla riapertura delle scuole e afferma che "la questione educativa non è un tema tra gli altri, né si riduce a programmi e metodologie. Tocca il cuore della nostra convivenza. Educare significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo. I recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente e devono spingerci a una presenza rinnovata nel mondo educativo". E aggiunge: "auguriamo alle nostre scuole di essere comunità capaci di generare fiducia, passione e responsabilità; luoghi in cui nessuno si senta escluso; laboratori di umanità in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non la persona al servizio della tecnologia".
Tra i richiami dell'introduzione, anche il fatto che "la prossimità non può essere affidata soltanto alla generosità dei singoli. Deve trovare espressione nella cultura, nelle leggi, nelle scelte politiche ed economiche. È la responsabilità richiamata dal Papa anche per l’Europa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare, lavorando insieme perché nessuno sia costretto a lasciare la propria terra. La dignità delle persone chiede risposte comuni e lungimiranti, capaci di superare la paura e l’indifferenza alla sofferenza altrui".
Zuppi, inoltre, cha parla ampiamente della testimonianza di San Francesco d'Assisi nell'ottavo centenario della morte, punta anche il dito contro le "scelte di riarmo" e la "preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale", usando qui parole di Magnifica Humanitas di papa Leone XIV "che ben colgono - afferma - i cambiamenti e le minacce dello scenario internazionale, ma anche come esso rischi di sfuggire di mano a quei leader che si sentono padroni della situazione. Solo la fine della guerra può garantire che tutti, popoli grandi e piccoli, non siano travolti da un conflitto più grande. Solo la pace può garantire la fine di tanti conflitti che insanguinano il mondo, quelli più geograficamente a noi vicini e quelli più lontani o dimenticati".
Secondo il presidente dei vescovi, "dialogo è superare le ragioni unilaterali per accogliere la ragione comune", e nel citare l'episodio di Francesco e il lupo di Gubbio, spiega come di debba agire "insegnando agli uni e all’altro a vivere insieme, riconciliando, risolvendo le cause della violenza con il pensarsi insieme, ricostruendo la fraternità. Non è un sogno: è l’unica via possibile". "Il Poverello mostra che il compito della Chiesa è l’evangelizzazione e non la crociata - avverte Zuppi -. Superare la logica del nemico ci fa riconoscere nell’unica famiglia umana. Siamo davvero 'fratelli tutti': è un grave errore strumentalizzare le religioni per giustificare persecuzioni e violenza". E aggiunge un'invocazione: "San Francesco ci illumini in scelte coraggiose per l’umanità, che sta scivolando nella cultura violenta della potenza".
Parlando poi dell'"attualità dello 'spirito di Assisi'", il presidente della Cei ricorda che "nelle prossime settimane faremo memoria del quarantesimo anniversario dell’incontro di Assisi: il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II convocò per la prima volta i rappresentanti delle Chiese cristiane e delle religioni del mondo per pregare per la pace". "Non un negoziato, ma una testimonianza - osserva -: riunirsi per pregare per la pace, nel rispetto della fede di ciascuno". "Ricordiamo l’emozione e la sorpresa di quella giornata storica, in un tempo segnato dalla Guerra Fredda - prosegue Zuppi -. Fu una tappa decisiva del cammino di dialogo aperto dal Concilio e un rilancio dell’impegno delle religioni per la pace. Quarant’anni dopo, quella profezia ci chiede più forza nel dialogo. Lo abbiamo sperimentato quest’anno firmando il Patto 'La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale' (25 giugno 2026). Frutto di un cammino pluriennale, quel testo nasce dalla convinzione che l’ascolto e la conoscenza reciproca, liberi da pregiudizi e luoghi comuni, contrasti tutte le forme di persecuzione antireligiosa (cristianofobia, antisemitismo, islamofobia…), valorizzino il patrimonio umano e spirituale di ogni tradizione, offerto a una società segnata da polarizzazioni ed estremismi che spingono a vedere nell’altro un nemico. L’incontro vero rafforza, non sbiadisce, l’identità di ciascuno".
Come ricorda la Nota 'Un cammino di speranza', pubblicata il 16 settembre, riprendendo le parole di Leone XIV, lo "spirito di Assisi" è stato "suscitato da San Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di Papa Francesco", Ricorda ancora Zuppi, e mostra che "i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato" (n. 36). "Il senso religioso e l’autentica fede sono, infatti, i più potenti antidoti alla violenza, come solennemente sancito nel celebre Documento di Abu Dhabi", afferma il presidente dei vescovi.
"In un tempo di guerre che si moltiplicano, dobbiamo riconoscere quanto siamo peggiorati e ricostruire le infrastrutture di pace che abbiamo lasciato deteriorare - conclude il cardinale -. Siamo chiamati a tradurre quei gesti e quelle parole in scelte quotidiane. Ricordare Assisi non è nostalgia: l’annuncio del Vangelo e l’incontro con chi crede diversamente - o non crede - appartengono a un medesimo cammino di prossimità all’uomo".
[Foto: Conferenza Episcopale Italiana]



