
7 ottobre: due anni dopo

Due anni dopo l’attacco di Hamas, Israele e il Medio Oriente non sono più gli stessi e la speranza è appesa ad un filo tenuto da Donald Trump. Il focus dell’ISPI.
Due anni dopo l’attacco di Hamas contro il sud di Israele, il paese e l’intero Medio Oriente sono cambiati profondamente. La risposta di Tel Aviv al più grave attacco mai sferrato dentro i suoi confini si è trasformata in una guerra che ha stravolto fragili equilibri e rapporti di forza. Ma se Israele ha vinto le battaglie militari grazie alla sua supremazia bellica, ha perso la battaglia morale e di immagine a causa della sua risposta spietata. Anche per questo, oggi si trova davanti a scelte difficili. Dopo 24 mesi di guerra, c’è la possibilità di un accordo che ponga fine alle uccisioni e alle distruzioni a Gaza e restituisca gli ostaggi israeliani, vivi e morti, alle loro famiglie. È un’opportunità che potrebbe rappresentare l’unico spiraglio di qualcosa simile a una tregua, ma non è detto che Hamas e Israele la colgano. L’imbarbarimento di un conflitto decennale, che affonda le sue radici nei conflitti della seconda metà del Novecento ha determinato un prezzo di sangue troppo alto e ferite tropo profonde da rimarginare. Gli attacchi del 7 ottobre hanno ucciso circa 1200 persone, per lo più civili israeliani, mentre 251 sono state prese in ostaggio. Gli israeliani stimano che di questi 20 siano ancora vivi e chiedono la restituzione dei corpi di altri 28. La devastante potenza di fuoco con cui Israele ha risposto all’attacco si è estesa a Libano, Yemen, Siria e Iran e ha ridotto in macerie gran parte della Striscia di Gaza. Più di 66mila palestinesi, per lo più civili, tra cui oltre 18mila bambini sono stati uccisi. I dati provengono dal Ministero della Salute, che fa parte di ciò che resta dell’amministrazione di Hamas. Le sue statistiche sono state generalmente considerate affidabili. Uno studio pubblicato su The Lancet, la rivista medica con sede a Londra, sostiene che si tratterebbe di un bilancio estremamente sottostimato.
Ostaggi del conflitto?
Ventiquattro mesi dopo il 7 ottobre 2023 sia gli israeliani che i palestinesi sono stanchi della guerra e i sondaggi mostrano che la maggioranza desidera un accordo che restituisca gli ostaggi e ponga fine alle violenze. Centinaia di migliaia di riservisti delle forze armate israeliane (IDF) chiedono di tornare alla loro vita mentre oltre due milioni di palestinesi a Gaza vivono una catastrofe umanitaria senza precedenti, preda della guerra, dei continui sfollamenti in cerca di un luogo sicuro che non c’è e una carestia provocata dalle restrizioni imposte da Israele. Entrambi i popoli appaiono ormai sempre più in ostaggio di un conflitto che si combatte sopra le loro teste: Hamas vuole trovare un modo per non scomparire, e pur avendo accettato – sulla carta – di cedere il potere ai tecnocrati e consegnare ciò che resta del suo arsenale pesante, non intende smantellare del tutto la sua potenza di fuoco e prova a garantirsi una qualche forma di sopravvivenza politica. Ma il fatto che Hamas abbia la possibilità di un negoziato serio apre più possibilità di quanto sembrasse anche solo lontanamente possibile solo un mese fa. Fu allora che Israele tentò, senza successo, di uccidere la leadership di Hamas in una serie di attacchi contro un edificio a Doha, dove stavano discutendo le proposte di pace di Donald Trump. Il loro obiettivo principale, Khalil al-Hayya, oggi guida la delegazione del movimento nella località turistica di Sharm el-Sheikh, sul Mar Rosso e punta a un accordo che includa garanzie per il futuro.
Ancora nessun responsabile?
Anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha in mente la sua sopravvivenza. Vuole preservare il potere, continuare a rinviare il processo per corruzione, vincere le elezioni previste per l’anno prossimo e non passare alla storia come il responsabile degli errori che hanno portato al giorno più nero della storia di Israele. Per questo, da due anni mantiene il paese in uno stato di guerra costante che impedisce l’elaborazione del lutto e un dibattito nazionale trasparente anche in merito alle gravissime falle nella sicurezza dello Stato. Netanyahu, già alle corde tra i processi per corruzione, le accuse della Corte penale Internazionale e lo scandalo del Qatargate ha rischiato più di una volta di perdere del tutto il sostegno dell’opinione pubblica, ma ogni volta ha reagito alzando la posta. Il primo ministro ha usato tutte le sue doti di funambolo per tenersi in equilibrio tra i suoi alleati dell’estrema destra messianica ed etnonazionalista, che vedono ormai a portata di mano il sogno dell’annessione della Cisgiordania e la creazione del ‘Grande Israele’, e le pressioni dell’alleato statunitense Donald Trump. Intanto, sotto la sua guida, una guerra i cui obiettivi dichiarati erano il ritorno degli ostaggi e lo smantellamento di Hamas si è trasformata in quello che l’Onu ha definito genocidio su vasta scala. Intanto, a due anni dal 7 ottobre 2023 non c’è ancora “nessun responsabile” scrive oggi in un durissimo editoriale il quotidiano Ha’aretz secondo cui “un governo fallito si aggrappa al potere mentre l’intera nazione ne paga il prezzo”.
La speranza appesa a Trump?
Negli ultimi due anni gli Stati Uniti sono stati un partner a pieno titolo nella guerra. Senza l’aiuto americano, Israele non avrebbe potuto portare avanti il conflitto con una forza così spietata e prolungata. La maggior parte delle armi israeliane provengono dagli Usa, che forniscono anche protezione politica e diplomatica, ponendo il veto su ogni risoluzione delle Nazioni Unite volta a fare pressione su Tel Aviv. Ironia della sorte, oggi è proprio dal più imprevedibile presidente americano che arriva l’unico spiraglio di pace. I colloqui indiretti in corso in Egitto in questi giorni si stanno svolgendo perché Donald Trump – contrariamente a Joe Biden – è riuscito a esercitare pressioni tanto su Hamas quanto su Israele. Eppure il suo piano in 20 punti potrà forse condurre finalmente a un cessate il fuoco, ma come roadmap di costruzione della pace, suona vuoto: non stabilisce chiaramente i dettagli di un ritiro delle truppe israeliane da Gaza né garantisce la Cisgiordania dall’annessione. E non indica come e se nascerà uno Stato palestinese, un’ipotesi che Netanyahu ha ripetutamente respinto. Al contrario, ipotizza una tutela internazionale di Gaza in capo ad un ‘Board of peace’ dal mandato simile a quello imposto dalla Società delle Nazioni oltre un secolo fa. Ma sperare che questo piano porti a un qualche risultato è imperativo. Dati gli attori in campo è difficile se non impossibile ipotizzare un’alternativa che salvi miracolosamente Israele e il Medio Oriente dall’abisso nel quale sono precipitati.
Il commento di Paolo Magri, Presidente Comitato Scientifico ISPI
“Due anni dopo la tragedia 7 ottobre, Israele è più forte e più debole allo stesso tempo. Ha rafforzato la sua posizione a livello militare, ma è più isolato a livello diplomatico. La devastazione di Gaza seguita all’attacco di Hamas ha ridefinito gli equilibri regionali, ridimensionando Hezbollah e Iran ma al costo di un prezzo umano e politico altissimo. L’immagine di Israele nel mondo occidentale si è incrinata, e il sostegno tradizionale in Europa, ma anche nell’opinione pubblica degli Stati Uniti, mostra crepe profonde. Dall’altro lato Hamas è ormai al collasso, ma nonostante abbia accettato sulla carta il piano di Trump non è ancora detto che sia disposta a cedere tutto segnando la propria fine. I negoziati in corso sono un passo avanti, ma pace e riconciliazione sembrano ancora lontane”.
[Fonte e Foto: ISPI]



