“A Gaza i palestinesi vivono tra macerie, rifiuti e ratti, mentre Israele allarga i suoi confini. L’acqua? Devono scegliere se bere o lavarsi”

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Dal 7 ottobre 2023 al 20 maggio 2026, secondo l’Ocha, 72.773 palestinesi sono stati uccisi e altri 172.723 sono rimasti feriti. Il servizio di Paola Rosa Adragna per il quotidiano free press Leggo.

Più di cento bambini fanno il bagno in mare, in un caldo pomeriggio di quasi estate. Giocano, ridono, sembra una festa. Cercano un momento di normalità. Alle loro spalle un campo di tende per gli sfollati, poco più in là una distesa di macerie. Quello che resta di Gaza City.

«È la mia quarta volta a Gaza, non ci si abitua mai alla guerra», racconta Salim Owais, del team comunicazione dell’ufficio Unicef nel Medio Oriente e Nord Africa, mentre mostra la scena dalla finestra del suo ufficio. Da quando si è riacceso il conflitto tra Israele e Iran, da un lato, e Libano, dall’altra, la situazione è peggiorata in tutti i territori della Palestina, soprattutto a Gaza.

Un territorio sempre più stretto

Specialmente nei primi giorni, oltre a bombardamenti e attacchi, ci sono state più violenze e restrizioni nell’ingresso degli aiuti umanitari. E ora, nonostante il cessate il fuoco, la situazione è migliorata di poco. La Linea Gialla, il confine de facto che indica fin dove possono spingersi le truppe israeliane, divide la Striscia praticamente in due: la parte a est sotto controllo dell’Idf, e interdetta ai palestinesi, e la parte a ovest, a ridosso del mare, dove la popolazione di Gaza, circa 2,2 milioni di persone di cui la metà bambini, ha cercato rifugio. Ma il confine è fluido e l’Idf, a colpi di ordini di evacuazione e misure di confinamento, cerca di spingerlo sempre più a ovest, stipando i palestinesi in un lembo di terra che continua ad assottigliarsi ed difficile da raggiungere dalle Ong.

Senza cibo e acqua

Il sovraffollamento esaspera le già disastrose condizioni. Non c’è acqua, il cibo scarseggia. I rifiuti si accumulano sulle macerie e non possono essere smaltiti. Il sistema sanitario è al collasso. I partner di Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, hanno registrato un aumento del 21% dei ricoveri per malnutrizione tra gennaio e aprile 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, nonostante il cessate il fuoco. I bambini continuano a morire di fame.

Poi ci sono le malattie infettive e parassitarie, come scabbia e dissenteria. «Abdel Aleem mi ha raccontato – riporta Owais – che suo figlio Ahmad di otto mesi e sua cognata incinta sono stati entrambi morsi dai ratti mentre dormivano: a nulla sono serviti i sacchi di sabbia intorno alla tenda per fermarli. Lemar, 7 anni, ha piaghe profonde su testa, schiena e gambe per un’infezione batterica e Abdallah, che vive in una zona contaminata da feci, ha sviluppato una malattia della pelle. L’acqua è talmente poca che le famiglie devono scegliere se bere, lavarsi o cucinare».

La disponibilità di acqua potabile a Gaza è crollata. Colpa delle infrastrutture distrutte negli attacchi israeliani, della mancanza di carburante ed energia elettrica e delle severe restrizioni imposte da Tel Aviv sui materiali necessari per la manutenzione e la riparazione degli impianti di desalinizzazione. 

Morti, feriti, orfani

Nella Striscia di Gaza, in due anni e mezzo, dal 7 ottobre 2023 al 30 maggio 2026, secondo l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) 72.939 palestinesi sono stati uccisi e altri 172.927 sono rimasti feriti in bombardamenti, attacchi aerei, violenza militare, malattie, fame e sete. Dei morti oltre 21.200 sono bambini. Molti di più sono rimasti feriti. «Zinedine ha perso una gamba a causa di un bombardamento a 10 anni. L’altra era gravemente danneggiata. Quando l’ho incontrato in uno dei nostri ospedali da campo era in sedia a rotelle. Mi ha detto che il suo sogno era tornare a giocare a calcio. Ho guardato suo padre, sapevamo entrambi che non l’avrebbe mai più fatto».

Per non parlare dei bambini che hanno perso i genitori, i fratelli, gli amici. Ma fare un censimento reale è impossibile. «Quella sarà la fase due», precisa Owais. «Intanto abbiamo stimato, sulla base dei dati globali, che i minori non accompagnati, orfani o separati dalle famiglie erano 17mila quando la guerra infuriava. Dal 2024 ne abbiamo ricongiunti tanti con le famiglie. E continuiamo a farlo». 

È impossibile fare la spesa

Un altro impatto è quello economico. «Dopo il cessate il fuoco – spiega ancora Owais – alcuni prodotti arrivano nei mercati, ma siamo ancora lontani da ciò che serve». Uno dei problemi principali sono i prezzi: fino a 10 volte quelli originali. «Non ho uno stipendio e non posso permettermi di comprare frutta, carne o farina», racconta Suzan, madre di 3 figli. «Sopravviviamo grazie ai pacchi alimentari e ai pasti della mensa comunitaria».

Dai beni di prima necessità come cibo e acqua, al supporto medico e psicologico, senza tralasciare l’istruzione per gli oltre 700mila minori che da quasi tre anni non vanno a scuola, Unicef lavora a 360 gradi con i partner sul territorio per fornire tutto l’aiuto possibile. «Quando le donazioni non sono vincolate – ci tiene a sottolineare Owais – a un progetto in particolare, riusciamo a fornire un aiuto più efficace alla popolazione che assistiamo». Come i contanti che hanno permesso a Suzan di fare la spesa: «La prima cosa che ho comprato? Del pollo per i miei bambini».

[Fonte: Leggo; Foto: Vatican News]