Bibi e Gaza: il gran rifiuto

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Il rifiuto israeliano del piano per Gaza arriva mentre si intensificano gli attacchi Houthi, resta aperto il confronto con l’Iran e i paesi della regione accelerano il riassetto della propria sicurezza. Il punto dell’ISPI.

Il rifiuto di Benjamin Netanyahu rispetto al piano in 15 punti del Board of Peace per Gaza di Donald Trump, comunicato domenica in consiglio dei ministri, non è un incidente isolato ma il punto in cui convergono tre linee di frattura che stanno percorrendo insieme il Medio Oriente: lo stallo sul disarmo di Hamas, una nuova ondata di attacchi Houthi che rischia di riaccendere il fronte yemenita, e un braccio di ferro sempre più rigido tra Washington e Teheran sulla riapertura dello stretto di Hormuz. Sullo sfondo, la firma di pochi giorni fa di un patto di difesa reciproca tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, già ribattezzato dalla stampa internazionale come “Nato del Medio Oriente”, è la dimostrazione plastica di una regione che comincia a organizzarsi per un futuro in cui la protezione militare americana non sarà più scontata. Il tutto avviene in un clima sempre più contaminato dal clima elettorale: sia Netanyahu che Trump guardano, con calendari diversi ma pressioni simili, alle rispettive urne, che ne giudicheranno politicamente l’operato il prossimo autunno.

Fallimento del Board of Peace?

Il piano del Board of Peace per Gaza risale al settembre 2025, quando Trump annunciò una proposta in più punti per Gaza che prevedeva tre pilastri: il disarmo di Hamas e degli altri gruppi armati, il ritiro delle forze israeliane dal territorio e la ricostruzione della Striscia. Per sovrintendere all’attuazione fu creato proprio il Board of Peace, presieduto dallo stesso Trump e guidato da un team che include il genero Jared Kushner e l’amico Steve Witkoff, in raccordo con il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, il gruppo di tecnocrati palestinesi insediato per gestire il territorio. Il mese scorso, il Board aveva annunciato di aver raggiunto un’intesa per il “disarmo completo” di Hamas, la base del piano in 15 punti che Netanyahu ha ora respinto in blocco. A difenderlo è Nickolay Mladenov, l’alto rappresentante del Board per Gaza, che lo descrive come un processo costruito per essere verificabile e reversibile a ogni fase, proprio per rendere gestibili le resistenze che, come dimostra la mossa di Netanyahu, erano previste fin dall’inizio. Alla luce di quanto accaduto, l’annuncio di qualche giorno fa sul fatto che Hamas avesse accettato il disarmo appare un tentativo, vano, di mettere pressione a Israele perché accettasse la sua parte dell’intesa. Pur di ribadire la positività dell’organismo, Trump ha persino postato le parole della sua ex sfidante per la Casa Bianca, Hillary Clinton, che nelle scorse ore ha dichiarato: “Al mondo potrà non piacere il piano di Trump su Gaza ma non c’è alternativa, e lo dico io che sono una sua implacabile avversaria”.

Houthi fuori controllo?

Il rifiuto israeliano non arriva in un vuoto regionale. Gli Houthi yemeniti hanno colpito domenica con un drone la raffineria Aramco di Jazan, in Arabia Saudita, dopo aver già attaccato nei giorni precedenti il porto strategico di Mocha: un’escalation che rischia di riaccendere la guerra yemenita più di quattro anni dopo la tregua del 2022. Gli Houthi, vale la pena ricordarlo, sono ormai considerati l’elemento più dirompente e imprevedibile del cosiddetto “Asse della resistenza”, cioè la rete regionale di partiti e milizie legate all’Iran. In parallelo, l’Iran ha irrigidito le condizioni per la riapertura dello stretto di Hormuz, subordinandola a garanzie ulteriori su un memorandum d’intesa che Teheran accusa Washington di aver violato, mentre gli scambi con gli Stati Uniti restano, per stessa ammissione iraniana, “messaggi tramite intermediari” e non vere negoziazioni. Trump, dal suo lato, dice che la sua amministrazione sta “solo semi-negoziando” con Teheran, confidando sulla pressione economica e sulla scarsità di fondi iraniani per costringere Teheran a cedere. Il risultato è che Israele arriva al tavolo su Gaza in un momento in cui la deterrenza regionale appare già sotto pressione su più fronti contemporaneamente, il che rende politicamente più comodo, per Netanyahu, mostrarsi duro piuttosto che concedere terreno.

Urne bollenti?

Netanyahu affronta elezioni legislative entro pochi mesi, e la sua coalizione di governo comprende un’ala di estrema destra, con il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir in testa, che ha già bollato il piano come “non accettabile”: respingere platealmente un’intesa percepita come una concessione a Hamas consolida la sua base proprio quando ne ha più bisogno. Per Trump il calcolo è invertito ma altrettanto stringente: con le elezioni di midterm che si avvicinano negli Stati Uniti, uno stallo prolungato su Gaza mina la narrazione del “pacificatore” che l’amministrazione ha costruito attorno al Board of Peace, ma qualsiasi pressione troppo esplicita su Netanyahu rischia di irritare l’alleato israeliano proprio mentre Washington ha bisogno di partner regionali solidi per gestire Houthi e Iran. È in questo spazio di manovra limitato che si inserisce il patto Mecca tra sauditi, pakistani e turchi: un segnale, rivolto tanto a Teheran quanto a Washington, che la regione non aspetterà passivamente l’esito delle urne israeliane o americane per cominciare a ridisegnare la propria sicurezza.

Il commento di Eleonora Ardemagni, Senior Associate Research Fellow ISPI

“Gli eventi di questi giorni evidenziano una tendenza complessiva: le mosse e le contromosse degli attori mediorientali vedono gli Stati Uniti giocare di rimessa, in una guerra senza vittoria che erode la (ridotta) influenza regionale di Washington. Da un lato, Iran, Houthi yemeniti e milizie irachene provano ad accerchiare sauditi e monarchie del Golfo enfatizzando la fine del tradizionale ombrello americano. Dall’altro, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia stringono un patto di mutua difesa per ricostruire, su base regionale, gli equilibri di un Medio Oriente in cui gli Stati Uniti hanno sposato, nei momenti decisivi, la linea di Israele”. 

[Fonte e Foto: ISPI]