Da Gaza alla Cisgiordania: il ‘new normal’ del conflitto permanente

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Mentre Gaza affonda nel fango e nella fame, Israele lancia nuove operazioni in Cisgiordania, alimentando i sospetti di voler imporre una nuova realtà sul terreno. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

Il silenzio delle armi (pur interrotto da violazioni sporadiche) non equivale alla pace per Gaza, dove l’inverno, le piogge e il fango sono il nuovo nemico da combattere. Nonostante il cessate il fuoco, infatti, nella Striscia la ‘fase due’ del piano di pace di Donald Trump sembra non arrivare mai: nessun segno di ricostruzione o almeno di sgombero delle tonnellate di macerie, né di una distribuzione di aiuti sistematica capace di alleviare, almeno in parte, le ferite di una crisi umanitaria spaventosa. Intanto, in Cisgiordania una massiccia operazione dell’esercito israeliano è in corso da ieri nella città di Tubas e nelle città vicine, tra cui Tammun e Aqqaba, nella parte settentrionale della Cisgiordania. Secondo fonti palestinesi, le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno imposto un assedio totale su Tubas, dopo aver sigillato tutte le vie d’accesso alla cittadina e avviato perquisizioni casa per casa per individuare – a  detta dei portavoce dell’esercito  – combattenti riconducibili a Hamas e ad altri gruppi armati palestinesi. Il governatore di Tubas, Ahmed Asaad, ha respinto questa giustificazione, dichiarando che l’attacco non avrebbe tanto a che fare con la sicurezza quanto con la geografia: “L’attacco ha preso di mira Tubas per la sua posizione nei pressi della valle del Giordano, nel tentativo di imporre una nuova realtà sul campo”, ha affermato Asaad. Secondo i residenti, circa 30 famiglie sono state costrette a lasciare le loro case nel governatorato sotto assedio in cui vivono oltre 50mila palestinesi.

Uno schema consolidato?

L’esercito israeliano dichiara da parte sua di aver lanciato “un’ampia operazione antiterrorismo” che dovrebbe durare diversi giorni. Secondo il quotidiano israeliano Ha’aretz i volantini distribuiti ai residenti in queste ore li informavano che la zona “è diventata un rifugio per il terrorismo” e che, in caso di necessità, i militari agiranno “come già fatto a Jenin e Tulkarem”, le due città settentrionali della Cisgiordania al centro di massicce operazioni militari israeliane all’inizio di quest’anno, che hanno causato danni ingenti e costretto decine di migliaia di persone a lasciare le loro case. Intanto, con il coprifuoco militare in vigore, le autorità locali hanno chiuso le scuole e gli uffici pubblici attivando la legge di emergenza in tutto il governatorato. La violenza nella Cisgiordania occupata è aumentata in modo significativo dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, che hanno scatenato la guerra a Gaza. Solo quest’anno, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), le forze israeliane hanno lanciato circa 7.500 incursioni in Cisgiordania dove, negli ultimi due anni, più di mille palestinesi sono stati uccisi in scontri con coloni armati o con le forze israeliane. Secondo un’analisi condotta da gruppi per i diritti umani, i responsabili della violenza tra i coloni vengono raramente perseguiti dalle autorità israeliane.

L’obiettivo è espandere gli insediamenti?

Fonti palestinesi, tuttavia, smentiscono la natura securitaria dell’operazione il cui vero obiettivo – riferiscono – è la confisca di terre per l’espansione degli insediamenti israeliani. Il 22 novembre, la Commissione per la resistenza al muro e agli insediamenti ha riferito che le autorità israeliane avevano sequestrato centinaia di ettari di terra palestinese nella valle settentrionale del Giordano attraverso nove ordini di sequestro per “scopi militari”. Gli ordini riguardavano le città di Tammun, Tayasir e Talluza, nonché la città di Tubas, per realizzare una strada orizzontale che partisse da Ein Shibli a sud e raggiungesse Aqqaba a nord. Sebbene gli ordini appaiano separati, sovrapponendoli alle mappe si scopre che formano un unico progetto coerente: la costruzione di un’ampia strada che si estende per 22 chilometri lungo la valle del Giordano fino a Israele, attraversando vaste aree agricole e residenziali. “L’esercito sta usando queste rivendicazioni per facilitare l’espansione degli insediamenti a Tubas e nella valle del Giordano”, spiega Muayyad Shaban, capo della commissione, a Mondoweiss, affermando che l’operazione ripropone uno schema consolidato che passa dal fare pressione sui residenti affinché lascino la zona prima della costruzione di una nuova strada e di un posto di blocco militare, garantendo “una resistenza minima una volta iniziati gli espropri dei terreni che mirano a privare i palestinesi dell’accesso ai pascoli e ai terreni agricoli”.

Un’unica zona grigia?

Così, a poco più di una settimana dall’approvazione da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu di una risoluzione che supporta il cosiddetto piano pace in 20 punti del presidente statunitense Trump, sul terreno i segnali vanno in direzione opposta: in risposta a presunte violazioni di Hamas o per sradicarne la presenza, Israele ha intensificato quotidianamente i raid sia in Cisgiordania che nella Striscia dove, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, centinaia di persone risultano essere state uccise. Intanto Hamas ha rilasciato tutti gli ostaggi israeliani viventi e la maggior parte dei corpi delle vittime del 7 ottobre. Eppure, le Idf rimangono trincerate e controllano oltre metà della Striscia, o limitano gli aiuti, mentre il dispiegamento della forza internazionale prevista dall’accordo non è ancora stato implementato. In questo limbo, secondo il Ministero dell’Interno di Gaza guidato da Hamas, e altre fonti governative, Israele continuerebbe a modificare indisturbato il corso della Linea Gialla – il confine di sicurezza stabilito dall’accordo di cessate il fuoco di ottobre – estendendo in alcuni settori l’area sotto il proprio controllo di oltre a 300 metri. Una violazione sostanziale dell’accordo che, se confermata, potrebbe preludere alla volontà di imporre una nuova realtà di fatto. Molti residenti hanno reagito abbandonando le proprie case. “Ogni piccolo cambiamento nella segnaletica porta a un esodo di massa – ha denunciato il ministero – Le persone vivono nella paura di svegliarsi una mattina e ritrovare le proprie case oltre la linea proibita”.

Il commento di Caterina Roggero, ISPI Senior Research Fellow

“Secondo gli ultimi sondaggi, il sostegno a Hamas è più alto in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza. E oggi, nella West Bank, l’85% dei palestinesi è contrario al disarmo dell’organizzazione islamista. Non è pertanto così remota la possibilità che ci siano dei nuovi nuclei terroristici che si stanno impiantando nel nord del Territorio palestinese. Al tempo stesso, nelle aree della West Bank che finiscono sotto diretto controllo dell’esercito israeliano è più facile poi costruire nuove colonie. Interpretare univocamente l’ultima operazione ‘anti-terrorismo’ in Cisgiordania non è quindi scontato. Ciò che è certo è che violenza chiama violenza. La soluzione militare prediletta sino al cessate il fuoco – e mai veramente abbandonata – unita ai piani annessionistici che ciclicamente tornano da parte del governo israeliano contro i palestinesi non fanno che alimentare tale spirale”.

[Fonte e Foto: ISPI]