Ex combattente palestinese, "dolore per il 7 ottobre, ma la violenza genera solo violenza"

Condividi l'articolo sui canali social

Su AsiaNews la testimonianza di Jamil Al-Qassas, rifugiato palestinese, che ha perso madre, fratello e amici a causa del conflitto, ma ha scelto l’impegno pacifista nell'ong israelo-palestinese Combatants for Peace. "Davanti alle immagini della strage di Hamas ho sentito per la prima volta che non ero io la vittima. Non smettiamo di indicare un'altra strada. E lavoriamo insieme per la nostra liberazione collettiva dalla paura e dall’oppressione”.

Una madre, un fratello e molti amici persi a causa del conflitto, e che lo hanno spinto a combattere in modo “feroce” durante la prima intifada. Per poi imparare, negli anni, “a guardare la realtà da tutte le angolazioni” imparando che “la violenza genera violenza e la vendetta crea solo ulteriore desiderio di vendetta”. È la testimonianza di Jamil Al-Qassas, un rifugiato palestinese, rilanciata da “Combatants for Peace”, ong israelo-palestinese che lotta con metodi non-violenti contro l’occupazione israeliana nei Territori palestinesi. Egli non nasconde il grande “dolore” per gli eventi del 7 ottobre [l’attacco di Hamas nel cuore di Israele, con centinaia di vittime civili] ma con gli “amici” israeliani e palestinesi intende mantenere “viva la fiamma della speranza”. E della pace.
Ecco, di seguito, la testimonianza integrale diffusa ieri dalla newsletter dell'ong (traduzione italiana a cura di AsiaNews):

Mi chiamo Jamil Al-Qassas. Sono un rifugiato palestinese. La mia famiglia è stata sfollata dal proprio villaggio nel 1948 dall’esercito israeliano. Le attuali scene di cacciata dei palestinesi dalle loro case a Gaza mi ricordano la Nakba del 1948.

Sono cresciuto nel campo profughi di Dheisheh [campo profughi palestinese situato a sud di Betlemme in Cisgiordania, ndr]. Durante la prima intifada, nel 1987, sono stato esposto alla durezza dell’occupazione. La nostra casa veniva perquisita dall’esercito israeliano più volte al giorno a causa della sua vicinanza alla strada principale ed eravamo esposti alla violenza dei militari. Pensavo che la mia infanzia fosse stata dura, finché non ho visto cosa hanno vissuto i bambini di Gaza nell’ultimo mese di incessanti bombardamenti, senza un luogo sicuro o un riparo e senza alcun senso di protezione.

Ho perso mio fratello, mia madre e molti amici a causa del conflitto. Sono stato un feroce combattente durante la prima intifada, ma nel corso degli anni ho imparato a guardare la realtà da tutte le angolazioni. Ho imparato che la violenza genera violenza e la vendetta crea solo ulteriore desiderio di vendetta. Ho provato molto dolore per gli eventi del 7 ottobre. Non capivo cosa stesse succedendo. Le notizie sono arrivate come un fulmine. Guardavo la televisione, ero sotto shock e non sapevo come comportarmi e come comunicare con i miei amici israeliani.

Per la prima volta, da palestinese, non ero io la vittima. Di solito, i miei amici israeliani prendono l’iniziativa e rassicurano i palestinesi perché siamo sempre stati noi quelli esposti all’oppressione. Mi ci sono volute ore per assimilare il tutto. In seguito, è iniziata la vendicativa campagna militare di Israele contro Gaza e il numero delle vittime ha cominciato a crescere da entrambe le parti.

Noi, palestinesi e israeliani, piangiamo insieme. Quando ci siamo riuniti su Zoom per la prima volta dopo i tragici eventi, ho percepito che eravamo un modello di empatia genuina. Stiamo attraversando un momento difficile, ma manteniamo viva la fiamma della speranza e sono orgoglioso della nostra comunità di attivisti, che agiscono come un unico cuore pulsante. Sono tutti solidali tra loro in questo momento di crisi. Le nostre comunità stanno attraversando un momento difficile dal punto di vista emotivo, psicologico ed economico. Dal 7 ottobre, circa 200mila israeliani sono stati sfollati all’interno del loro Paese a causa della guerra in corso a Gaza e oltre un milione di palestinesi, pari al 65% circa della popolazione complessiva a Gaza, risultano oggi sfollati all’interno della Striscia. Il nostro ruolo è quello di sostenere il più possibile le nostre comunità e per far questo stiamo affrontando molte sfide. Le voci che invocano odio, ira e vendetta sono molto forti. Tuttavia, i ”Combattenti per la pace” non smetteranno di lanciare appelli e di mostrare che un’altra strada, diversa dalle violenze, è tuttora possibile. Continuiamo a lavorare per la nostra liberazione collettiva dalla paura e dall’oppressione.

L’umanità dovrebbe mostrarsi unita, andando oltre ogni singolo interesse politico, militare o economico. Come palestinesi e israeliani, chiediamo un cessate il fuoco, la liberazione di tutti gli ostaggi a Gaza e dei prigionieri palestinesi in Israele, oltre a lavorare per una soluzione politica duratura. Conserviamo e teniamo stretta la nostra umanità e moralità. Questo è ciò che ci rimane.

(Fonte: AsiaNews - Jamil Al-Qassas; Foto: Combatants for Peace/Tatyana Gitlits)