Gaza: la fame come arma

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Tre mesi dopo l’inizio del conflitto a Gaza si muore di fame mentre Israele ignora le pressioni per ridurre le violenze: i morti palestinesi sono più di 23 mila. Questo il punto dell’ISPI.

Tre mesi dopo l’attacco del 7 ottobre e l’inizio della guerra, nella Striscia di Gaza la crisi umanitaria ha superato ogni livello di allarme: nell’enclave l’assistenza sanitaria non è più garantita con continuità, oltre il 90% della popolazione è sfollata mentre aiuti e generi di prima necessità – compreso il cibo – entrano con il contagocce. Le agenzie internazionali hanno ripetutamente lanciato l’allarme: Gaza sta morendo di fame. Secondo le Nazioni Unite, una persona su quattro muore di fame e in alcune zone nove famiglie su dieci trascorrono lunghi periodi senza accesso al cibo. Un rapporto dell’Integrated Food Security Phase Classification del Programma alimentare Mondiale (WFP) ha previsto che entro febbraio tutti i 2 milioni di abitanti della Striscia si troveranno ad affrontare livelli di insicurezza alimentare acuta, con almeno una famiglia su quattro alle prese con condizioni simili alla carestia. Le persone vulnerabili, come le donne incinte e i neonati sono particolarmente a rischio, poiché anche il latte artificiale scarseggia in maniera allarmante. Inoltre, la consegna dei pochi aiuti umanitari che vengono fatti filtrare dentro il territorio è complicata dai bombardamenti che proseguono ininterrottamente. Motivo per cui, secondo le Nazioni Unite, nell’ultima settimana di dicembre l’assistenza alimentare ha raggiunto appena l’8% di coloro che ne avrebbero avuto bisogno.

Fame come arma di guerra?

La drammatica situazione umanitaria in corso a Gaza non è un effetto ‘collaterale’ della guerra. I bombardamenti israeliani in tutta la Striscia hanno danneggiato panifici e magazzini alimentari, insieme alle strade utilizzate per trasportare gli aiuti umanitari. Ma anche se venissero ripristinati, quello che manca sono le materie prime. Dopo l’attacco del 7 ottobre, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha ordinato “un assedio completo alla Striscia”, affermando che nell’enclave non sarebbero più stati forniti “né elettricità, né cibo, né carburante”, mentre il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, il 17 ottobre, ha dichiarato che “nessun aiuto dovrebbe entrare a Gaza finché Hamas non libera i prigionieri” presi in ostaggio. A distanza di 13 settimane dall’inizio del conflitto, diversi gruppi per i diritti umani ed esperti legali denunciano che queste dichiarazioni, unitamente alle azioni di Israele che impediscono l’accesso di cibo e acqua nel territorio palestinese siano parte di una punizione collettiva inflitta contro i civili, attraverso una strategia di privazione dei generi alimentari come arma di guerra, in violazione del diritto 

Giornalisti nel mirino?

E mentre nella Striscia di Gaza i residenti lottano per sopravvivere e la conta dei morti supera quota 23mila, c’è un altro aspetto della cronaca bellica che rimbalza sui social e sui media tradizionali. Riguarda l’altissimo numero di giornalisti e operatori dell’informazione uccisi dall’inizio del conflitto. Sono 109, per l’esattezza, i reporter uccisi nelle ultime 13 settimane: un numero senza precedenti che supera quello registrato in qualunque altro conflitto in epoca moderna secondo il Comitato della protezione dei giornalisti (CPJ). In un comunicato stampa, l’organismo internazionale sottolinea che “i giornalisti sono civili che svolgono un lavoro importante durante i periodi di crisi e non devono essere presi di mira dalle parti in guerra”. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono stati Hamza Al Dahdouh, giornalista e cameraman di Al-Jazeera e figlio del capo dell’ufficio di corrispondenza dell’emittente a Gaza Wael Al Dahdouh, e il freelance Mustafa Thuraya, uccisi in un attacco con droni mentre si trovavano nel sud della Striscia. AlJazeera – tra i pochi network presidenti nella Striscia, poiché Israele ne vieta l’accesso alla stampa internazionale – ha pubblicamente accusato lo Stato ebraico di prendere di mira i reporter “per colpire i messaggeri dell’informazione e silenziarne le testimonianze sul massacro di civili in corso”.

USA: mission impossible?

“Una tragedia inimmaginabile”. Ha commentato così la morte di Hamza al Dahdoud il segretario di Stato americano Antony Blinken, interpellato dai giornalisti mentre si trovava in missione a Doha, in Qatar. “Sono padre anche io e non riesco a immaginare l’orrore che ha vissuto, non una, ma due volte”, ha detto Blinken in riferimento al fatto che il corrispondente di Al-Jazeera aveva già perso a dicembre – in un bombardamento – la moglie, un figlio, una figlia e un nipote. Blinken tuttavia – un particolare riportato oggi da tutta la stampa araba – non ha espresso alcuna condanna nei confronti di Israele per l’alto numero di civili e giornalisti uccisi. Nonostante abbia resistito alla richiesta americana di concedere delle “pause umanitarie”, infatti, Israele gode ancora del pieno sostegno di Washington che non ha ancora mai invocato il cessate-il-fuoco. Eppure quello del segretario di Stato americano, in visita anche negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, si preannuncia come un viaggio tutt’altro che facile: il suo obiettivo è prevenire un’escalation – la priorità numero uno per l’amministrazione americana già alle prese con la campagna elettorale – e immaginare la gestione della Striscia una volta terminato il conflitto, ma dovrà superare la resistenza della gran parte dei paesi arabi, per cui parlare delle priorità del “giorno dopo” è inaccettabile mentre il bilancio delle vittime civili sale senza sosta. Il tutto mentre alla Casa Bianca si fa avanti – rivela il Washington Post – la convinzione che il premier Benjamin Netanyahu punti ad allargare il conflitto “per garantirsi una sopravvivenza politica e una vittoria capaci di restituirgli il favore popolare”. Un obiettivo che se confermato – come sembrano indicare gli omicidi mirati in Libano delle ultime ore – rischia di trasformare la nuova trasferta del Segretario di Stato in una missione impossibile.

Il commento. Di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre

“A tre mesi dallo scoppio di un conflitto di cui non si intravede ancora la fine, la comunità internazionale assiste inerme, e inerte, all’immane catastrofe umanitaria nella Striscia di Gaza. La conta delle vittime tra i civili palestinesi è drammatica e il numero sembra essere destinato salire, come denunciano le organizzazioni umanitarie che con enorme fatica e scarsi mezzi continuano a operare nella martoriata Striscia. La mancanza di sicurezza rende difficile la distribuzione di aiuti che non sono sufficienti a soddisfare gli enormi bisogni di una popolazione ormai allo stremo. Su questo sfondo, è legittimo chiedersi quali risultati riuscirà a portare a casa il segretario di Stato americano Antony Blinken che, al suo ennesimo viaggio in Israele, ha messo nella lista delle priorità la protezione delle vite dei civili e l’incremento degli aiuti a Gaza”.

(Fonte: ISPI; Foto: Cbc)