
Gaza: Linea Gialla e contingente internazionale i nodi irrisolti

L’accordo sul disarmo di Hamas prevede un ruolo centrale per la Forza Internazionale di Stabilizzazione annunciata a ottobre, ma che dopo nove mesi resta ancora nebulosa. Israele ha dato il via libera solo a 200 soldati di Marocco, Kosovo, Albania e Kazakistan. Il dietrofront dell’Indonesia. Il servizio di AsiaNews.
Da una parte l’accordo sul “disarmo completo” di Hamas annunciato il 30 luglio da Donald Trump come una “svolta storica” per Gaza. Dall’altra i segnali contrastanti che arrivano dal terreno, che confermano quanto il percorso che il Board of Peace sta tentando di concretizzare per la Striscia sia pieno di insidie. È intorno a questi due poli opposti che – secondo il testo del documento “entro i prossimi 14 giorni” – il team guidato dal diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, l’Alto rappresentante dell’organismo creato da Trump, dovrà trovare la quadratura del cerchio per trasformare gli annunci in un percorso concreto.
Proprio la mattina del 31 luglio – come spesso accade tra l’annuncio degli accordi e la loro entrata in vigore – l’aviazione israeliana ha compiuto nuovi raid aerei sulla Striscia uccidendo alcuni miliziani di Hamas, tra cui uno dei responsabili dei rapimenti del 7 ottobre 2023. Azioni a cui il movimento islamista ha risposto sostenendo che la prima condizioni per il proprio assenso è lo stop ai raid israeliani e che tutto il processo per il censimento e la consegna delle armi sotto la supervisione del Comitato nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG) – il gruppo di tecnocrati palestinesi a cui secondo il piano di pace di ottobre dovrebbe essere ceduto il governo della Striscia sotto la supervisione del Board of Peace – inizierà solo dopo il ritiro israeliano.
Per questo, torna a essere centrale uno dei nodi rimasti estremamente confusi nel Piano di pace di Trump su cui si fonda tutta l’operazione: la costituzione della Forza Internazionale di Stabilizzazione, che dovrebbe nel breve termine prendere il posto dei soldati israeliani a Gaza. Il punto 15 del piano nell’ottobre 2025 annunciava che gli Stati Uniti avrebbero lavorato “con partner arabi e internazionali” per sviluppare questo contingente militare temporaneo “da dispiegare immediatamente a Gaza”. Suo compito sarebbe stato il supporto “alle forze di polizia palestinesi a Gaza che avranno superato un processo di verifica” a cui delegare a lungo termine la sicurezza interna. “L’ISF – si specificava – lavorerà con Israele e l’Egitto per contribuire a mettere in sicurezza le aree di confine, insieme alle forze di polizia palestinesi di nuova formazione”.
A ormai oltre nove mesi di distanza i contorni di questa forza dal compito così fondamentale restano estremamente vaghi. Il 26 luglio scorso – alla vigilia del viaggio a Washington del premier Benjamin Netanyahu – il governo israeliano ha approvato l’ingresso limitato della Forza Internazionale di Stabilizzazione a Gaza, non senza il solito voto contrario del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir. Secondo quanto fatto trapelare dall’esecutivo israeliano il via libera sarebbe stato dato solo a un contingente di circa 200 militari provenienti da Paesi considerati amici di Israele, tra cui Uganda e Marocco. Il suo primo compito – sostenevano in quell’occasione fonti del governo israeliano – sarebbe garantire la sicurezza di una zona umanitaria pilota nell’area di Rafah, dove le truppe israeliane dovrebbero ritirarsi lasciando il posto al contingente internazionale. Ma Israele vorrebbe mantenere comunque il controllo della cosiddetta Linea Gialla, la linea che oggi separa il centro della Striscia di Gaza da quella “fascia di scurezza” che di fatto rappresenta oltre il 50% del territorio della Striscia.
L’accordo raggiunto il 30 luglio, al contrario, prevede espressamente che l’ISF sia dispiegata nella Striscia di Gaza per separare le forze israeliane dalle aree controllate dai palestinesi. “L’ISF – si precisa – non svolgerà alcuna missione di polizia né missioni riguardanti la società palestinese. Inoltre, monitorerà il rispetto del cessate il fuoco da parte di tutte le parti, addestrerà la polizia palestinese, garantirà la protezione e la consegna degli aiuti umanitari e dei rifornimenti essenziali nella Striscia di Gaza e sosterrà il NCAG, su sua richiesta, in qualsiasi altra missione che non abbia natura di polizia”.
Solo la presenza di un ampio contingente internazionale accettato da entrambe le parti e responsabile della gestione delle crisi, dunque, potrebbe davvero sbloccare questo nodo. Interpellato sulla questione, ieri, un funzionario statunitense ha affermato che il Board of Peace avrebbe ottenuto impegni per la partecipazione di 5.000 militari da parte di vari Paesi. Finora, tuttavia, solo un piccolo gruppo di soldati provenienti da Marocco, Kosovo, Albania e Kazakistan è effettivamente arrivato in Israele in vista di un eventuale dispiegamento.
Da verificare sarà ora la posizione dell’Indonesia, che inizialmente si era detta disposta a inviare un contingente di 8mila uomini per l’ISF a Gaza. Ma il presidente Prabowo poi ha fatto però marcia indietro, dopo che a fine febbraio Israele e gli Stati Uniti hanno aperto il fronte di guerra con l’Iran. E la specificazione del governo Netanyahu sul fatto che dovranno essere militari di Paesi che hanno “relazioni di pace” con Israele sembrerebbe chiudere la porta proprio all’Indonesia, oltre che alla Turchia di Erdogan.
Un altro Paese a maggioranza musulmana che era stato tirato in ballo da Trump stesso è l’Azerbaigian, che ha consolidate relazioni diplomatiche con Israele (oltre che forme di cooperazione nel settore della Difesa). Ma in questo caso è stato lo stesso presidente Aliev già a novembre a escludere la possibilità di un dispiegamento di proprie truppe a Gaza, ribadendo poi il proprio no anche nello scorso mese di gennaio. Come resta da chiarire il ruolo dei Paesi del Golfo – gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, in particolare, che hanno relazioni diplomatiche con Israele e che sono tra i Paesi membri del Board of Peace voluto da Trump – e l’intreccio tra questa partita e la coalizione contro gli Houthi a cui l’Arabia Saudita sta lavorando nel Mar Rosso.
[Fonte e Foto: AsiaNews]



