Gaza: quattro mesi di guerra

Condividi l'articolo sui canali social

Il governo israeliano valuta la controproposta di Hamas per un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi ma molte delle richieste – fa sapere – sono “inaccettabili”. Leggiamo il punto dell’ISPI.

A quattro mesi esatti dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas, il gabinetto di guerra israeliano sta valutando i punti di un piano di pace avanzato dal gruppo islamista in risposta ad una proposta stilata da Egitto e Qatar per un cessate il fuoco a Gaza. La bozza del piano, ottenuta da Reuters, comporterebbe il rilascio graduale degli ostaggi e la liberazione dei prigionieri palestinesi, nonché il completo ritiro di Israele dall’enclave e l’immediata ricostruzione della stessa. Mentre i negoziati avanzano, seppur a fatica, il segretario di Stato Americano Antony Blinken è tornato nella regione per un tour diplomatico a tappe: funzionari statunitensi ed europei fanno sapere di stare lavorando parallelamente ad un round di colloqui tra Israele e il gruppo libanese Hezbollah per disinnescare il rischio di un’escalation militare. Gli apparenti progressi, tuttavia, sono tutt’altro che solidi e potrebbero anzi essere facilmente vanificati. L’Arabia Saudita ha detto agli Stati Uniti che non ci saranno relazioni diplomatiche con Israele a meno che non venga riconosciuto uno stato palestinese indipendente sui confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale e finché non si interrompa “l’aggressione” israeliana nella Striscia di Gaza. Dal canto loro – secondo il quotidiano Jerusalem Post – alti esponenti dell’esecutivo israeliano respingono un punto chiave del piano di Hamas: la fine delle ostilità a Gaza.

Cessate il fuoco in 3 fasi?

La proposta di Hamas, i cui dettagli sono stati pubblicati da diversi media arabi, prevede un accordo in tre fasi, ciascuna della durata di 45 giorni, che nella prima consentirebbe il rilascio di minori, donne e anziani presenti tra gli ostaggi israeliani ancora in mano ad Hamas. In cambio, il gruppo palestinese chiede il ritiro completo delle truppe israeliane dai centri abitati e la scarcerazione di detenuti palestinesi fragili. I restanti prigionieri uomini sarebbero invece rilasciati nella seconda fase, in cui le parti concorderebbero di porre fine alla guerra con una tregua che entrerebbe in vigore nella terza fase e che prevederebbe anche il disimpegno completo dei militari israeliani dall’enclave. Hamas ha anche chiesto che durante la prima fasi sia garantito l’ingresso a Gaza di almeno 500 camion di aiuti e di carburante al giorno, e di almeno 60mila tra roulotte, container e 200mila tende. Il gruppo chiede anche che tutti gli sfollati possano tornare alle loro case e la garanzia della libertà di movimento tra il nord e il sud della Striscia, che Israele ha fortemente limitato dall’inizio dell’invasione con le truppe di terra. Il gruppo avanza anche richieste che vanno oltre la situazione a Gaza come la fine degli assalti dei coloni israeliani alla moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme e il ripristino delle condizioni di accesso al sito precedenti al 2002. Un ultimo dettaglio rivelato dall’emittente Al Jazeera include la rivendicazione che siano Qatar, Egitto, Stati Uniti, Turchia e Russia a garantire l’attuazione dell’accordo.

IDF puntano a Rafah?

Molte delle richieste della controproposta di Hamas per un’intesa “sono inaccettabili sotto ogni punto di vista”: lo hanno riferito a Canale 13 fonti israeliane secondo cui la questione di cui il gabinetto sta dibattendo è se rigettare del tutto le richieste o tentare di mitigarle. La tensione si riflette nella notizia del mancato incontro tra il segretario di Stato americano Blinken e il capo di stato maggiore israeliano, generale Herzi Halevy, che compariva nel programma della visita diffuso ieri. La ragione risiederebbe nell’opposizione espressa dall’ufficio del premier Benjamin Netanyahu per l’anomalia di un incontro tra un funzionario straniero e un responsabile militare, in assenza di un dirigente politico. L’annuncio è arrivato dopo che il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha dichiarato che il prossimo obiettivo delle truppe israeliane dentro la Striscia è la città meridionale di Rafah, al confine con l’Egitto, dove secondo Gallant si nasconderebbero i leader di Hamas e dove però oltre un milione di palestinesi vive stipato in cerca di riparo. Secondo il ministero della Sanità, più di 27mila palestinesi sono stati uccisi finora dalla campagna israeliana, e si teme che altre migliaia siano sepolti sotto le macerie. Secondo l’Onu, circa l’85% dei 2,3 milioni di abitanti sono sfollati, mentre la carenza di acqua, cibo e medicinali stanno determinando un disastro umanitario senza precedenti.

Biden fatica a convincere Netanyahu?

Di ritorno in Medio Oriente per la quinta volta in quattro mesi, Antony Blinken ha definito la situazione regionale come la più complicata e pericolosa dalla guerra dello Yom Kippur del 1973. Nel tentativo di disinnescare l’escalation, gli americani stanno cercando di tenere insieme tutto: un accordo sugli ostaggi, un nuovo governo nella Striscia di Gaza sostenuto dall’Autorità Palestinese, il riconoscimento della necessità di uno Stato palestinese e la prosecuzione della normalizzazione avviata con gli Accordi di Abramo. Ma nonostante i tentativi, le aperture appaiono minime ed entrambe le parti sono pronte a incolparsi a vicenda per il fallimento di un accordo. Così Hamas ha posto condizioni che difficilmente Israele accetterà e Netanyahu continua a ripetere che la guerra non finirà finché non otterrà una “vittoria totale” su Hamas, nonostante molti israeliani chiedano ormai a gran voce il ritorno degli ostaggi ancora vivi “a qualunque costo”. Nel tentativo di smuovere le acque la Casa Bianca ha inasprito il suo approccio, sanzionando per la prima volta quattro coloni accusati di perpetrare violenze sistematiche contro i palestinesi in Cisgiordania. Un passo è meglio di niente, certo, ma resta un passo. E Joe Biden dovrà trovare qualcosa di più convincente se vuole che Netanyahu inizi ad ascoltare Washington mentre il Congresso si appresta ad adottare un nuovo massiccio pacchetto di aiuti in difesa di Israele.

Il commento. Di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre

“Dopo quattro mesi dal brutale attacco di Hamas la fine del conflitto a Gaza è ancora lontana. E anche la possibilità di un cessate il fuoco rimane appesa al fragile filo delle trattative tra due parti la cui distanza appare difficilmente colmabile e in cui le divisioni interne non fanno altro che complicare il quadro negoziale. Mentre la “shuttle diplomacy” di Egitto, Qatar e Stati Uniti non si arresta, è evidente che finora Israele non è riuscito nei suoi obiettivi: riportare a casa tutti gli ostaggi nelle mani di Hamas e sradicare il gruppo militante dalla Striscia”.

(Fonte: ISPI; Foto: JHU Hub – Johns Hopkins University)