
Gaza: rappresentanti ecumenici, “una risoluzione, quella Onu sul piano Trump, che ha il sapore del colonialismo”

“Il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione non può essere condizionato, soprattutto da coloro che l’hanno impedita per decenni. Inoltre, l’autodeterminazione inizia con un libero processo democratico, senza interferenze israeliane o statunitensi”, si legge nel documento, primo firmatario il patriarca emerito di Gerusalemme Michel Sabbah.
GERUSALEMME, 19 NOV – Non tutti esultano, negli ambiti delle Chiese di Terra Santa, per l’approvazione da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu della risoluzione sulla “fase 2” della pace per Gaza secondo il piano promosso da Donald Trump. Sotto il titolo “Un’altra risoluzione?”, importanti rilievi negativi – tra cui l’etichetta di “colonialismo” – vengono oggi sollevati in un documento di un gruppo di rappresentanti ecumenici, che ha come primo firmatario mons. Michel Sabbah, patriarca latino emerito di Gerusalemme, e che Tra Cielo e Terra è in grado di divulgare.
Il documento, che intende riportare “una voce di Gerusalemme per la giustizia”, nonché “una testimonianza ecumenica per l’uguaglianza e una pace giusta in Palestina/Israele”, si apre ricordando che la risoluzione UNSC 2803 (17.11.2025), basata su una bozza dell’amministrazione statunitense, è stata accettata da tredici Stati membri del Consiglio di Sicurezza, mentre due (Russia e Cina) si sono astenuti. La risoluzione – viene ancora ricordato – mira a istituire un “Consiglio per la Pace”, presieduto dal presidente Trump, che supervisionerebbe una Forza Internazionale di Stabilizzazione.
“Ci sono alcuni aspetti positivi nel cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti del 4 ottobre 2025 e in questa risoluzione – è il primo commento -: meno genocidio, meno omicidio, meno sfollamenti e meno smantellamento delle poche istituzioni palestinesi ancora esistenti”. Tuttavia, “nonostante il cessate il fuoco, la distruzione di Gaza e della sua popolazione è in corso. (Circa 250 abitanti di Gaza sono stati uccisi e circa 650 feriti dall’entrata in vigore del cessate il fuoco)”.
La risoluzione ONU porterà all’autodeterminazione palestinese?, viene quindi domandato. “Subordina l’autodeterminazione alle ‘riforme’ palestinesi – prosegue il testo -. Le riforme previste mirano a porre fine alla corruzione e alla cattiva amministrazione o mirano a imporre l’accettazione dei vincoli israeliani/statunitensi all’autodeterminazione?”. Secondo i firmatari, “il diritto di un popolo all’autodeterminazione non può essere condizionato, soprattutto da coloro che l’hanno impedita per decenni. Inoltre, l’autodeterminazione inizia con un libero processo democratico, senza interferenze israeliane o statunitensi”.
“Questa risoluzione presenta anche aspetti negativi – prosegue il documento ecumenico -. Ha il sapore del colonialismo tradizionale: l’amministrazione di Gaza da parte di stranieri, guidati dal Presidente degli Stati Uniti”. Indubbiamente, “l’aspetto più negativo della risoluzione è la mancanza di una visione globale. Ignora le realtà della Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est): lo smantellamento violento dei campi profughi e dei villaggi palestinesi, l’estrema violenza dell’esercito e della polizia israeliani, e in particolare dei vigilantes dei coloni ebrei, i continui ostacoli alla vita quotidiana dei palestinesi e i tentativi di cancellarne l’identità”.
Nel complesso, si aggiunge, “la risoluzione adotta una prospettiva problematica: il problema è iniziato il 7 ottobre 2023. Tuttavia, ciò ignora la vera genesi del conflitto. Non c’è via d’uscita se non siamo disposti a ripensare la situazione globale in Palestina/Israele. Sin dalla Dichiarazione Balfour britannica (1917), il discorso si è basato su una divisione tra ebrei e non ebrei, stabilendo la disuguaglianza che è emersa da allora. Il piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947 era in diretta continuità con il dominio coloniale britannico: l’istituzione forzata di uno stato etnocentrico ebraico”.
Secondo i firmatari, “gli ebrei sono legati a questa terra e non sono semplicemente coloni. Tuttavia, il loro legame con la terra non è esclusivo e non conferisce loro il diritto di espropriarla e sfollare, reprimere e occupare, distruggere e commettere genocidio”. “Lo smantellamento del sistema di etnocentrismo, discriminazione e occupazione deve mirare a integrare gli ebrei israeliani in una nuova realtà che si apre all’orizzonte – concludono -: una società multiculturale e pluralista che garantisca uguaglianza, giustizia e pace a tutti coloro che vivono oggi in Palestina/Israele”.
Oltre al patriarca latino emerito di Gerusalemme Michel Sabbah, i firmatari del documento sono l’arcivescovo greco-ortodosso Attallah Hanna, il vescovo luterano emerito di Terra Santa Munib Younan, Yusef Daher, la sig.ra Dina Nasser, padre David Neuhaus SJ, Rafi Ghattas, la sig.ra Sawsan Bitar, John Munayer, padre Frans Bouwen dei Missionari d’Africa, padre Alessandro Barchi, Samuel Munayer, la sig.ra Sandra Khoury, padre Firas Abdrabbo e altri.
[Foto: Pagine Esteri]



