Guerra a Gaza: una nuova fase?

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Mentre le operazioni nella Striscia subiscono un rallentamento, la West Bank torna al centro delle cronache di guerra per l’inasprirsi delle violenze e Israele sembra avviare una nuova fase strategica. Ecco il focus dell'ISPI.

La guerra in Medio Oriente non accenna a placarsi. Se nella Striscia di Gaza le operazioni israeliane sembrano farsi più lente, mantenendo comunque un impatto devastante in termini di distruzione, torna a salire la temperatura anche in Cisgiordania, dove il 2023 ha segnato un record storico di vittime tra i palestinesi. Torna alta, inoltre, la tensione al confine tra Israele e Libano dopo l’uccisione del numero due di Hamas, Salah Al-Arouri, alimentando i timori per un possibile allargamento del conflitto a livello regionale. Il partito milizia libanese Hezbollah conferma invece l’uccisione in un raid israeliano di Wissam al-Tawil, alto comandante delle forze d'élite Radwan, legate proprio al “Partito di Dio” guidato da Hassan Nasrallah. Nelle ore precedenti si erano già intensificati gli ‘scambi di fuoco’ tra i due lati del confine. A Gaza, intanto, iniziano a palesarsi i primi segnali di un “cambio di rotta” da parte delle forze di Israele, che potrebbero tentare di circoscrivere gli obiettivi dell’offensiva di terra rispetto allo scopo di “eliminare Hamas”, annunciato dal premier Benjamin Netanyahu dopo il 7 ottobre.

Cisgiordania insanguinata?

Nella giornata di domenica, 7 gennaio, il ministero della Sanità dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) ha fatto sapere che almeno nove palestinesi sono rimasti uccisi durante un raid aereo delle forze israeliane sulla città di Jenin, da mesi al centro dei blitz dello Stato ebraico contro obiettivi sospettati di far parte di gruppi armati. In un altro episodio, una giovane palestinese è rimasta uccisa dalle Forze di difesa israeliane (IDF) nei pressi di uno dei numerosi posti di blocco in Cisgiordania, ma è stata soprattutto la notizia della morte di una bimba di quattro anni a fare il giro del mondo. La piccola è rimasta uccisa domenica al checkpoint di Beit Iksa, a nordovest di Gerusalemme, dopo che la polizia di frontiera israeliana ha aperto il fuoco su un veicolo, ritenendo che l’autista volesse speronare a tutta velocità la loro posizione. La polizia israeliana ha ammesso successivamente di aver ucciso per errore la piccola. Insieme ai due occupanti dell’auto in corsa, una giovane coppia, gli spari hanno infatti colpito anche un veicolo vicino, al cui interno si trovava la bimba. In ogni caso, si tratta dell’ultimo episodio di una lunga striscia di violenza in Cisgiordania. Secondo i dati forniti dall’Ufficio per gli Affari umanitari delle Nazioni Unite (OCHA), lo scorso anno sono stati più di 500 i palestinesi uccisi in diverse aree dei territori sulla riva occidentale del Giordano (quasi quattro volte le vittime registrate l’anno precedente).

Stallo diplomatico?

Questo clima di crescenti tensioni in West Bank e nel nord di Israele va ovviamente a sommarsi alle devastazioni nella Striscia di Gaza. L’ultimo bollettino del ministero della Sanità locale riferisce di un bilancio delle vittime ormai vicino a quota 23mila a partire dal 7 ottobre, in un’escalation appena entrata nel suo quarto mese. Il segretario di Stato USA, Antony Blinken, è tornato intanto in Medio Oriente per far ripartire l’arrugginita macchina diplomatica. Nelle scorse ore ha incontrato ad Abu Dhabi il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, in un tour regionale che dal 4 gennaio lo ha già portato in Qatar e Giordania. Con il leader emiratino, riferisce lo stesso Blinken sui social, la discussione è stata incentrata sugli sforzi volti a “prevenire l’allargamento del conflitto nella regione e ad affrontare i bisogni umanitari a Gaza”. Al momento, tuttavia, gli spazi per la diplomazia sembrano essere molto risicati, soprattutto sul fronte degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. Alcuni dei loro familiari sono stati in visita Doha, in Qatar, durante il fine settimana, per chiedere il riavvio delle trattative con il movimento islamico. Ciononostante, come riferisce il sito americano Axios, le autorità di Doha hanno rimarcato che l'uccisione di Al Arouri a Beirut, il 2 gennaio, ha reso molto più complesso ogni sforzo per trattare.

Cambio di rotta?

A tre mesi dall’attacco di Hamas del 7 ottobre, a cui Israele ha risposto prima con una campagna di raid aerei e poi con un’incursione di terra nella Striscia di Gaza, l’obiettivo finale di Tel Aviv sembra essere in via di ridefinizione. Un’analisi dell’emittente statunitense CNN evidenzia che se, da un lato, Netanyahu aveva promesso a ottobre di distruggere completamente le capacità operative di Hamas, dall’altro è oggi più realistico tentare ‘solo’ di ridurle sensibilmente. In quest’ottica, le forze israeliane riferiscono di aver già neutralizzato migliaia di combattenti di Hamas, compresi alcuni membri di alto rango, e di aver smantellato alcune parti della vasta rete di tunnel del gruppo armato sotto l'enclave costiera palestinese. In altre parole, si tratta di una nuova fase, fatta soprattutto di operazioni speciali e mirate. “Questa fase sarà meno intensa, ma richiederà più tempo”, ha detto ai microfoni della tv americana Yohanan Plesner, presidente dell’Israel Democracy Institute. Sembra ancora lontano, però, l’obiettivo più ambito: la cattura di Yahya Sinwar, capo di Hamas nella Striscia. Secondo Ariel Kahana, giornalista del quotidiano Israel Ha-Yom, l'IDF conoscerebbe già la sua posizione a Gaza, ma finora ha evitato di colpirlo perché “si è circondato di molti ostaggi israeliani che fungono da scudi umani”.

Il commento. Di Mattia Serra, ISPI MENA Centre

“La guerra è entrata in una nuova fase, o almeno questo è quello che il governo israeliano sta affermando da giorni ormai. Cinque brigate ritirate da Gaza, di cui due smobilitate. Migliaia di riservisti che ritorneranno a casa, andando ad alleviare quella che ormai è una delle principali preoccupazioni del governo israeliano: il costo della guerra per l’economia nazionale. Che la mobilitazione dei 300.000 riservisti decisa a ottobre non fosse sostenibile nel medio termine si sapeva. Se questa nuova fase comincia con un graduale disimpegno, però, è anche vero che sul piano militare le operazioni continuano come prima. Il grosso dell’esercito israeliano rimane concentrato nel centro e nel sud della Striscia, là dove si trova la leadership militare di Hamas e dove i combattimenti continuano senza tregua. Non accenna a placarsi neanche la crisi umanitaria, soprattutto nel nord di Gaza, dove gli aiuti hanno sempre fatto troppa fatica ad arrivare”.

(Fonte: ISPI; Foto: Ndtv)