
I palestinesi in Israele, cittadini di seconda classe

Gli appelli inascoltati contro gli attacchi e la criminalità.
In Israele la fine di gennaio è stata segnata dalle proteste dei cittadini palestinesi contro l’aumento esponenziale della criminalità nelle loro comunità. Il malcontento cova da anni, ma si è acutizzato negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Le prime manifestazioni sono avvenute a Sakhnin, una cittadina nel nord dove l’imprenditore Ali Zbeedat ha deciso di chiudere la catena di negozi alimentari di cui è proprietario dopo aver ricevuto una serie di minacce per spingerlo a pagare il pizzo. La protesta si è allargata a molte città arabe fino a culminare in una serie di manifestazioni e scioperi in tutto il paese, che hanno coinvolto anche i cittadini ebrei.
Le sparatorie sono ormai diventate una routine, ha raccontato ad Haaretz Osama Khalaili, insegnante e avvocato di trent’anni che ha partecipato alla protesta del 22 gennaio a Sakhnin. Nella cittadina “quasi ogni notte, dopo le 18, c’è una sparatoria”. Secondo lui la violenza condiziona non solo le persone contro cui è diretta, ma anche l’intera comunità che vive nel terrore e si sente abbandonata dalle autorità. “La polizia è complice”, “La polizia è assente”, si leggeva in molti cartelli sventolati dai manifestanti, che denunciavano l’incuria e il disinteresse dello stato.
Dall’inizio dell’anno almeno 36 cittadini palestinesi di Israele sono stati uccisi in incidenti legati alla criminalità. Una media di quasi uno al giorno che segue la tendenza del 2025, quando le vittime sono state 252, uccise in 218 incidenti separati, secondo Abraham initiatives, un’ong che monitora la violenza nelle comunità arabe. Un conteggio di Haaretz registra una proporzione di uno a cinque tra le vittime ebree e quelle palestinesi.
Il numero degli omicidi è quadruplicato nell’ultimo decennio. Il criminologo e docente universitario Walid Haddad ha confermato a Middle East Eye che le vittime sono passate da cinquanta nel 2016 a cento nel 2020 per superare le duecento nel 2023. “È stato consentito alla violenza di proliferare”, ha aggiunto. “Israele non ha considerato l’aumento della criminalità come una minaccia strategica per lo stato e dunque non è stato proposto alcun piano governativo”.
I palestinesi ne sono consapevoli e durante le proteste hanno accusato apertamente il governo e le forze dell’ordine di trascurare le loro comunità, creando le condizioni per la diffusione della violenza. “È una chiara politica di governo”, ha detto Osama Khalaili ad Haaretz. La pensa così anche Ahmed Khalifa, avvocato e difensore dei diritti umani, che ha ribadito a Middle East Eye: “Questa negligenza deliberata è una politica che ha l’obiettivo di smantellare internamente la comunità e costringerla a dare priorità alla richiesta fondamentale di sicurezza. Lo stato definisce dove operano le bande e gli concede spazio per prosperare all’interno delle aree palestinesi”.
I cittadini arabi d’Israele rappresentano circa il 21 per cento della popolazione del paese. Sono i discendenti dei palestinesi che non furono cacciati durante la Nakba, la catastrofe, quando 750mila persone furono costrette a lasciare la loro casa in seguito alla nascita di Israele nel 1948. Vivono come cittadini di seconda classe in città e villaggi isolati e separati gli uni dagli altri, dove i servizi sono assenti e si fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Secondo l’istituto di previdenza sociale di Israele, il 38 per cento delle famiglie palestinesi vive al di sotto della soglia di povertà.
In un approfondimento sul tema Al Jazeera ha aggiunto che la disoccupazione è endemica, ed è aggravata dalle restrizioni imposte dal governo di Benjamin Netanyahu dopo il 7 ottobre 2023 all’ingresso dei palestinesi di Israele in Cisgiordania, dove gli abitanti sono controllati da Tel Aviv ma non hanno la cittadinanza israeliana. Nel 2024 solo il 54 per cento degli uomini e il 36 per cento delle donne palestinesi che vivono in Israele aveva un lavoro.
I dati del ministero della sicurezza nazionale mostrano che è stata usata solo metà dei fondi stanziati nel bilancio quinquennale 2022-2026 per combattere la criminalità e la violenza nella comunità araba e che diversi programmi fondamentali non sono ancora stati attuati, nonostante siano stati inseriti nel bilancio.
Spesso nelle città arabe di Israele non ci sono neanche i commissariati e secondo Abraham initiatives solo il 10 per cento degli omicidi avvenuti all’interno delle comunità palestinesi nel 2025 è stato risolto. L’avvocato Rawyah Handaqlou ha spiegato a L’Orient-Le Jour che “le forze dell’ordine non trattano i cittadini arabi come persone che hanno il diritto alla protezione e alla sicurezza individuale, ma spesso come un gruppo da cui lo stato stesso deve proteggersi”.
In questa condizione le bande armate si sono infiltrate nel tessuto sociale e ormai controllano l’economia, le elezioni municipali e quel poco di vita commerciale che riesce ancora a svilupparsi nelle città e nei villaggi palestinesi. Gli imprenditori e i negozianti vivono sotto la minaccia costante delle estorsioni, ha confermato ad Al Jazeera Aida Touma-Suleiman, deputata palestinese del partito di sinistra Hadash: “Ci sono gerarchie che operano a livello nazionale. Gli omicidi sono solo un sintomo”. I criminali, ha aggiunto, “hanno i loro sistemi bancari e concedono prestiti. Si occupano anche di droga e armi: non solo pistole, ma anche missili ed esplosivi. Inoltre sono radicati nello stato e controllano le società appaltatrici”.
Chi protesta ritiene che l’obiettivo di Israele sia sempre stato dividere le comunità palestinesi per indebolirle. Intervistato da Haaretz durante la manifestazione a Sakhnin, Ameer Shhadeh, che vive in città da una decina di anni, ha detto che la frammentazione conviene al governo e che “il modo in cui lo stato e la polizia affrontano la criminalità nella nostra comunità dimostra che c’è un interesse affinché gli arabi entrino in conflitto tra loro”. Ne è convinto anche Khalaili, che ha aggiunto: “Per lo stato, gli arabi divisi sono arabi in una posizione di debolezza. Ma oggi siamo qui per gridare: ‘Non possiamo più tollerare tutto questo’”.
[Fonte: Internazionale; Foto: Terrasanta.net/Michael Giladi/Flash90]



