Il Papa in Libano, “voi mostrate al mondo come le diverse fedi possono convivere. Unità, riconciliazione e pace sono sempre possibili”

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BEIRUT, 1 DIC – Il viaggio di papa Leone in Turchia e Libano è giunto al penultimo giorno, e il Pontefice lo ha dedicato – a Beirut, Annaya, Harissa e Bkerké – ad importanti e molto suggestivi appuntamenti con la comunità cattolica, ecumenico-interreligiosi e con i giovani del “Paese dei cedri” e altri provenienti anche dalla Siria e dall’Iraq.

Cuore della giornata è stato, subito dopo una riunione privata in Nunziatura con i patriarchi, l’incontro ecumenico e interreligioso del pomeriggio in Piazza dei Martiri a Beirut: per dire del variegato mosaico religioso del Paese, nell’evento introdotto dal benvenuto del patriarca siro-cattolico – e in cui è stato pure cantato il Corano -, si sono ascoltate anche le parole dei leader sunnita, armeno-ortodosso, sciita, siriaco-ortodosso, druso, protestante, alawita.

Ed è qui che ha fatto irruzione la questione del conflitto tra Israele e Libano, o meglio tra Israele ed Hezbollah. “Siamo convinti nella necessità dell’esistenza dello Stato, ma, in Sua assenza, siamo stati costretti a difendere noi stessi resistendo all’occupante che ha invaso la nostra terra, e non siamo certo amanti delle armi, né del sacrificio dei nostri figli”, ha detto rivolto a Leone il vicepresidente del Consiglio islamico sciita superiore, lo Sceicco Ali El-Khatib. “Poniamo la questione del Libano nelle Sue mani, con tutte le Sue capacità a livello internazionale, affinché il mondo possa aiutare il nostro Paese a liberarsi dalle crisi accumulate, in primis l’aggressione israeliana e le sue conseguenze sul nostro Paese e sul nostro popolo”. “La nostra grande speranza è che la Sua visita al nostro Paese porti con sé ogni possibilità di successo e rechi il frutto del rafforzamento dell’unità nazionale vacillante, in questo Paese piagato, a causa della continua aggressione israeliana contro il suo popolo e la sua terra”, ha aggiunto il leader sciita: “Speriamo che ci aiutate a difendere il nostro Paese”.

La convivenza tra le diverse religioni è al centro dell’intervento del Papa: “la vostra presenza qui oggi, in questo luogo straordinario dove minareti e campanili stanno fianco a fianco, eppure entrambi si slanciano verso il cielo, testimonia la fede duratura di questa terra e la persistente dedizione del suo popolo all’unico Dio – ha affermato Leone -. In questa amata terra possano suonare insieme ogni campana e ogni adhān: possa ogni richiamo alla preghiera fondersi in un unico inno, elevato non solo per glorificare il misericordioso Creatore del cielo e della terra, ma anche per implorare di vero cuore il dono divino della pace”.

“Per molti anni, e soprattutto negli ultimi tempi – ha proseguito -, gli occhi del mondo sono stati puntati sul Medio Oriente, la culla delle religioni abramitiche, osservando l’arduo cammino e la incessante ricerca del dono prezioso della pace. Talvolta l’umanità guarda al Medio Oriente con un senso di timore e scoraggiamento, di fronte a conflitti così complessi e di lunga data. Eppure, in mezzo a queste lotte, si può trovare speranza e incoraggiamento quando ci concentriamo su ciò che ci unisce: la nostra comune umanità e la nostra fede in un Dio di amore e misericordia”.

Secondo papa Prevost, “lungo un’epoca in cui la convivenza può sembrare un sogno lontano, il popolo del Libano, pur abbracciando religioni diverse, rappresenta un potente esempio: paura, sfiducia e pregiudizio non hanno qui l’ultima parola, mentre l’unità, la riconciliazione e la pace sono sempre possibili. Ecco, dunque, la missione che rimane immutata nella storia di questa amata terra: testimoniare la verità duratura che cristiani, musulmani, drusi e innumerevoli altri possono vivere insieme, costruendo un paese unito dal rispetto e dal dialogo”. “In una globalità sempre più interconnessa, siete chiamati a essere costruttori di pace – ha quindi concluso, prima della piantumazione di un ulivo -: a contrastare l’intolleranza, superare la violenza e bandire l’esclusione, illuminando il cammino verso la giustizia e la concordia per tutti, attraverso la testimonianza della vostra fede”.

La giornata si è comunque aperta stamane con la visita al Monastero di San Maroun, dell’Ordine Maronita Libanese, a 40 km dalla capitale, e con la preghiera del Papa sulla tomba di San Charbel Makhlouf, il santo più famoso del Paese, conosciuto anche come il Padre Pio del Libano per i tanti miracoli di guarigione, a lui attribuiti anche dopo la morte. E’ amato non solo dai cristiani ma anche dai musulmani. San Charbel, nato Youssef Antoun Makhlouf (1828-1898), fu un monaco maronita, proclamato santo nel 1977 da Papa Paolo VI. È conosciuto per la sua vita di preghiera ascetica, per l’umiltà e la dedizione totale a Dio. Ogni anno migliaia di fedeli compiono un pellegrinaggio alla sua tomba.

“Che cosa ci insegna oggi San Charbel? – ha detto Leone XIV nel suo saluto, presente anche il rpesaidente del Libano, Joseph Aoun – Qual è l’eredità di quest’uomo che non scrisse nulla, che visse nascosto e taciturno, ma la cui fama si è diffusa nel mondo intero? A noi vescovi e ministri ordinati, San Charbel richiama le esigenze evangeliche della nostra vocazione. Ma la sua coerenza, tanto radicale quanto umile, è un messaggio per tutti i cristiani. E poi c’è un altro aspetto che è decisivo – ha aggiunto -: San Charbel non ha mai smesso di intercedere per noi presso il Padre Celeste, fonte di ogni bene e di ogni grazia”.

Il Papa ha quindi voluto “affidare all’intercessione di San Charbel le necessità della Chiesa, del Libano e del mondo. Per la Chiesa chiediamo comunione, unità: a partire dalle famiglie, piccole chiese domestiche, e poi nelle comunità parrocchiali e diocesane, fino alla Chiesa universale. Comunione, unità. E per il mondo chiediamo pace. Specialmente la imploriamo per il Libano e per tutto il Levante. Ma sappiamo bene – e i santi ce lo ricordano – che non c’è pace senza conversione dei cuori. Perciò San Charbel ci aiuti a rivolgerci a Dio e a chiedere il dono della conversione per tutti noi”.

Secondo tappa della giornata, al Santuario di Nostra Signora del Libano ad Harissa. Affidato alle cure della Congregazione dei Missionari Libanesi, è tra i più importanti santuari mariani del Medio Oriente. I pellegrini vi affluiscono lungo tutto l’arco dell’anno, ma in special modo durante il mese di maggio, quando le processioni notturne partono dal litorale. Numerosi anche i visitatori musulmani che si recano al Santuario, spesso di domenica, per venerare Maria. Qui il Pontefice – che ha definito il santuario “segno di unità per tutto il Popolo libanese” – ha incontrato oggi i vescovi, il clero, i consacrati e le consacrate e gli operatori pastorali del Libano, ascoltando anche alcune testimonianze.

“È nello stare con Maria presso la Croce di Gesù (cfr Gv 19,25) che la nostra preghiera, ponte invisibile che unisce i cuori, ci dà la forza per continuare a sperare e a lavorare, anche quando attorno tuona il rumore delle armi e le stesse esigenze della vita quotidiana diventano una sfida”, ha detto il Papa nel suo discorso. E a proposito della testimonianza portata da padre Youhanna-Fouad Fahed, prete nel piccolo villaggio di Debbabiyé, nel Nord, alla frontiera siriana, ha sottolineato che “là, pur nel bisogno più estremo e sotto la minaccia dei bombardamenti, cristiani e musulmani, libanesi e profughi d’oltre confine, convivono pacificamente e si aiutano a vicenda”. Sempre a proposito delle testimonianze ascoltate, comunque, ha messo anche in guardia dall’essere “traditi da persone e organizzazioni che speculano senza scrupoli sulla disperazione di chi non ha alternative”.

Ecco anche i temi delle “responsabilità che tutti abbiamo nei confronti dei giovani”, del sostegno da dare ai migranti e dell'”orrore di ciò che la guerra produce nella vita di tante persone innocenti”, dell’accoglienza dei profughi e della necessità che “nessuno debba più fuggire dal suo Paese a causa di conflitti assurdi e spietati, e affinché chi bussa alla porta delle nostre comunità non si senta mai respinto”.

Infine, nel piazzale antistante il Patriarcato di Antiochia dei Maroniti, a Bkerké, papa Leone è stato accolto stasera dall’abbraccio festoso di 15 mila giovani, giunti anche da Paesi vicini come la Siria e l’Iraq, ascoltando le loro testimonianze e domande. “Carissimi giovani, forse vi rammaricate di aver ereditato un mondo lacerato da guerre e sfigurato dalle ingiustizie sociali – ha detto loro il Pontefice -. Eppure c’e speranza, in voi risiede speranza! Voi avete un dono, che spesso a noi adulti sembra ormai sfuggire. Voi avete speranza! Voi avete il tempo! Avete più tempo per sognare, organizzare e compiere il bene. Voi siete il presente e tra le vostre mani già si sta costruendo il futuro! E avete l’entusiasmo per cambiare il corso della storia! La vera resistenza al male non è il male, ma l’amore, capace di guarire le proprie ferite, mentre si curano quelle degli altri”.

“Attingete dalle radici buone dell’impegno di chi serve la società e non “se ne serve” per i propri interessi. Con un generoso impegno per la giustizia, progettate insieme un futuro di pace e di sviluppo. Siate la linfa di speranza che il Paese attende!”, ha proseguito Prevost, secondo cui il male della guerra si estirpa attraverso una riconciliazione che non nasce da “interessi di parte”, ma dal principio di non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi stessi. Leone XIV ha ripreso quindi le parole di san Giovanni Paolo II: “non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”, ribadendo che al cuore dell’assenza di conflitti risiede la riconciliazione.

[Foto: Vatican Media]