
In Medio Oriente, dopo 54 giorni di guerra

Tutto resta confuso e instabile. Dopo giorni d’incertezza sulla possibilità di nuovi colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran in Pakistan, il presidente Donald Trump ha deciso di non mettere in atto le sue nuove minacce contro Teheran. Proprio quando il cessate il fuoco di quindici giorni stava per scadere, lo ha prorogato senza una scadenza precisa, per dare tempo al regime iraniano di formulare una “proposta unitaria” in modo da mettere fine alla guerra. Trump ha chiarito che l’esercito statunitense continuerà a bloccare lo stretto di Hormuz per impedire il transito delle navi che attraccano nei porti iraniani. L’Iran insiste nel chiedere la revoca del blocco per riprendere i negoziati.
I nodi centrali restano ancora tutti da sciogliere, dunque, mentre la minaccia di un’escalation militare continua a incombere, sottolinea Francesca Gnetti nella newsletter di Internazionale. Per fare un po’ di chiarezza su come si è arrivati alla situazione attuale e sui molti risvolti del conflitto – dagli sconvolgimenti dell’economia globale all’operazione militare israeliana in Libano – ecco alcune segnalazioni di articoli e approfondimenti usciti su Internazionale, e non solo, durante queste settimane turbolente in cui Mediorientale è rimasta ferma.
Come Trump ha deciso di entrare in guerra
Un’inchiesta del New York Times ricostruisce con fonti interne all’amministrazione la decisione del presidente statunitense di attaccare l’Iran. Tutto è cominciato poco prima delle undici del mattino dell’11 febbraio 2026, quando un suv nero con a bordo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è arrivato alla Casa Bianca, lontano dagli occhi dei giornalisti, per affrontare uno dei momenti più delicati della sua lunga carriera: una presentazione sull’Iran per Donald Trump. Il resoconto del modo in cui Trump ha trascinato gli Stati Uniti in un grande conflitto armato in una delle regioni più instabili del mondo permette di capire come le discussioni interne all’amministrazione abbiano messo in luce gli istinti del presidente, i dissidi nella sua cerchia ristretta e il suo modo di gestire la Casa Bianca.
Gli iraniani si preoccupano per il loro futuro
Golnaz Esfandiari, caporedattrice di Radio Farda, il canale sull’Iran dell’emittente Radio Free Europe/Radio Liberty, racconta i dubbi e i timori degli iraniani, spaventati dalla possibilità di nuovi bombardamenti e alle prese con l’aumento dei prezzi, una crisi economica sempre più grave e un blocco di internet che va avanti da quando è cominciata la guerra e secondo Netblocks, un’organizzazione che monitora la connettività internet, è il più lungo mai registrato al mondo. Molte persone che inizialmente erano favorevoli a un intervento militare straniero, perché speravano nella caduta della Repubblica islamica, che in tanti disprezzano, si stanno ricredendo, rendendosi conto che anche loro potrebbero morire da un momento all’altro.
Nuove energie per la pace
Su Meditations in an Emergency, il sito indipendente che ha lanciato nel gennaio 2025, la scrittrice e giornalista statunitense Rebecca Solnit riflette su come l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran ha confermato che i combustibili fossili sono deleteri dal punto di vista politico oltre che da quello ambientale, alimentando violenza e distruzione. L’espansione delle rinnovabili è un’opportunità concreta per accelerare la transizione verso altre fonti di energia e inaugurare una nuova era. Un mondo basato sulle energie rinnovabili sarebbe migliore sotto moltissimi aspetti, a cominciare dal fatto che quasi tutta l’energia sarebbe locale, che ce ne sarebbe per tutti e che sarebbe pulita e non tossica.
L’ossessione di Israele
Il Litani è il fiume più lungo interamente in territorio libanese, ed è essenziale per la fornitura di acqua potabile, l’agricoltura e la produzione di energia elettrica del paese. Ma rappresenta anche un fattore strategico cruciale. Per Israele, il cui confine corre in parte parallelo al tratto inferiore del fiume, è al tempo stesso una risorsa ambita e un’ossessione. Già un secolo fa, il movimento sionista considerava il Litani come il “confine naturale di Israele” e nel corso dei decenni vari governi hanno cercato a più riprese di espandere il territorio israeliano nel sud del Libano. Lo racconta un articolo ripreso da Le Monde, ripercorrendo le tappe di un conflitto che prosegue in modo più o meno latente dal tempo in cui il confine israelo-libanese, oggi sigillato, era uno spazio aperto.
La risorsa più importante
I paesi del golfo Persico hanno enormi giacimenti di idrocarburi, che valgono migliaia di miliardi di dollari, ma hanno grande carenza di acqua. Per questo a partire dagli anni settanta hanno investito i soldi ricavati dalla vendita di petrolio nella costruzione di impianti di dissalazione dell’acqua di mare per produrre acqua potabile. La loro vulnerabilità minaccia milioni di persone, avverte Bloomberg. Se Teheran dovesse prendere di mira il sistema idrico, i paesi del golfo Persico si troverebbero in una situazione insostenibile, perché se il petrolio è essenziale, l’acqua è insostituibile.
Il tempo di resistere alla follia della guerra
In un’opinione uscita su Le Monde, la scrittrice e traduttrice libanese Dominique Eddé mette in evidenza i tratti in comune che hanno i protagonisti della tragedia che si è abbattuta sul Medio Oriente, da Netanyahu a Trump fino al regime dei mullah e degli ayatollah. Tutti hanno ambizioni imperiali, comportamenti criminali, indifferenza per i limiti, disprezzo per le vite che non sono le loro e un approccio totalizzante alla religione e al denaro. L’unico modo per chiudere questa pagina oscena della storia è “pensare e resistere”.
Il bilancio delle vittime
AJLabs, il gruppo di Al Jazeera che si occupa di presentazione dei dati e del racconto visivo, tiene il conto delle vittime degli attacchi condotti da Stati Uniti, Israele e Iran dall’inizio della guerra. L’ultimo aggiornamento è del 15 aprile. Ad accompagnare il testo c’è un’utile cartina di tutti i luoghi della regione colpiti, con il numero dei morti e dei feriti. Il dato più alto è registrato in Libano, con 2.167 morti; segue l’Iran con 2.076 (il bilancio governativo è di più di tremila morti). In Israele sono morte 26 persone, in Palestina quattro, mentre i militari statunitensi uccisi sono tredici. Nel resto della regione si distingue l’Iraq con 118 morti, mentre nei paesi del Golfo le vittime variano da dodici negli Emirati Arabi Uniti a tre in Bahrein, Arabia Saudita e Oman.
La costa dell’Iran
Al Jazeera propone anche una guida interattiva della costa meridionale dell’Iran e delle isole strategiche che puntellano il tratto di mare su cui si affaccia. La costa si estende per 1.800 chilometri dal delta paludoso dell’Iraq a ovest fino alle aspre terre del Pakistan a est. Al centro c’è lo stretto di Hormuz, un braccio di mare a forma di gomito tra l’Iran e l’Oman, da dove passa circa un quinto del petrolio e del gas naturale commerciati in tutto il mondo. Lungo la costa si trovano dieci isole che ospitano avamposti militari, centri energetici e punti di appoggio strategici nell’ambito di quella che gli analisti definiscono l’“architettura di controllo” dell’Iran nella regione. Con foto, mappe e infografiche.
Le mappe del conflitto
Il New York Times ha raccolto una serie di mappe pubblicate in diverse occasioni per dimostrare la portata del conflitto. Ci sono il golfo Persico, lo stretto di Hormuz, il sud del Libano, alcune zone colpite dai bombardamenti israeliani e statunitensi in Iran, le capacità di attacco dell’Iran, le strutture energetiche e le principali fonti d’acqua nella regione, le deviazioni dei percorsi degli aerei e le illustrazioni degli avvenimenti di alcune giornate cruciali. E altro ancora.
L’invasione israeliana del sud del Libano
Il fragile cessate il fuoco tra Israele e Libano è entrato il vigore la sera del 16 aprile, per una durata di dieci giorni. Quella mattina L’Orient-Le Jour aveva pubblicato un articolo con delle mappe per illustrare l’avanzata dell’esercito israeliano nel sud del Libano. A est le truppe si erano spinte fino a Debbine, ad appena un chilometro dal fiume Litani, mentre a ovest avevano rafforzato le loro postazioni lungo il litorale. La situazione è rimasta più o meno invariata dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco: l’esercito israeliano ha continuato a consolidare la sua presenza nell’area e il 19 aprile ha pubblicato la mappa di una nuova zona cuscinetto che si estende fino a una decina di chilometri dal confine. Alcune immagini satellitari pubblicate dalla Bbc denunciano la sistematica distruzione di interi villaggi libanesi.
Insicurezza alimentare
Un articolo del Financial Times avverte del pericolo di un’imminente crisi alimentare mondiale, che colpirà in particolare i paesi del sud globale. La guerra in Iran, spiega l’autore, ha evidenziato la dipendenza del sistema alimentare globale dai combustibili fossili e la centralità del Golfo nella produzione e circolazione del cibo. Ora che il commercio globale dei fertilizzanti e dei prodotti alimentari è stato in gran parte bloccato, le potenziali criticità di questo sistema sono diventate lampanti. Per milioni di persone nei paesi più vulnerabili dell’Asia e dell’Africa sale il rischio di carenze alimentari e perfino carestie. Ne parla anche un articolo del Guardian accompagnato da grafici che illustrano la dipendenza del mondo dai fertilizzanti prodotti nei paesi del Golfo.
[Fonte: Internazionale; Foto: Amnesty International]



