Iran: cento giorni di guerra

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Iran e Israele tornano a colpirsi a vicenda. Trump invita entrambi a fermare l’escalation e a tornare ai negoziati, ma il cessate il fuoco regge solo sulla carta. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

Cento giorni. Tanto è passato dall’attacco israelo-americano all’Iran e dall’inizio di un conflitto che Donald Trump promette “è vicinissimo” a chiudersi, ma che non si chiude. Ieri, ancora, dopo che l’esercito israeliano aveva bombardato Dahiyeh, quartiere sciita a sud di Beirut, Teheran ha dato seguito alle minacce, tornando a colpire lo Stato ebraico che, a sua volta, ha risposto al fuoco colpendo la Repubblica Islamica. La televisione di stato iraniana ha riferito di esplosioni a Isfahan, Karaj, Tabriz e Teheran. Le autorità non hanno fornito dettagli su cosa fosse stato colpito, né sui danni, mentre Israele afferma di aver centrato, tra l’altro, un complesso petrolchimico. Anche i ribelli Houthi yemeniti, allineati con l’Iran, hanno aperto il fuoco contro Israele e avvertito che avrebbero preso di mira navi affiliate a Israele nel Mar Rosso, facendo temere nuove significative interruzioni sulla principale rotta commerciale, mentre lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Così, mentre lo stato dei negoziati resta incerto, il primo scontro incrociato tra Israele e Iran dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’8 aprile scorso, alimenta timori di un ritorno a una guerra regionale su vasta scala. Comprensibile dunque che i mercati abbiano reagito con agitazione: nelle ore successive agli attacchi, il petrolio Brent è aumentato di 3 dollari e mezzo, raggiungendo i 96 dollari al barile, mentre le borse asiatiche, una regione fortemente dipendente dalle importazioni petrolifere, hanno registrato un forte calo.

Trump vuole preservare i negoziati?

Nelle ore successive allo scontro tra Israele e Iran, gli analisti si interrogano sulla portata dell’accaduto: si tratta di una ripresa della guerra o di un tentativo di influenzare i negoziati che forse erano sul punto di concludersi? In un post su Truth Social, Trump ha esortato a “cessare immediatamente di sparare”, ma, se i suoi appelli sono rivolti ad entrambi i contendenti, è evidente che quelli rivolti all’alleato dovrebbero avere un peso diverso. Per mesi, il presidente americano ha rigettato le ricostruzioni secondo cui era stato il premier israeliano a coinvolgerlo nel conflitto, rivelatosi poi la peggior iniziativa bellica in cui gli Stati Uniti si siano imbarcati da decenni. Tuttavia, ieri Israele ha lanciato attacchi contro i sobborghi meridionali di Beirut, ignorando palesemente l’avvertimento del presidente statunitense di qualche giorno prima. E, successivamente all’attacco di Teheran, Netanyahu ha disatteso l’invito del presidente a “non reagire” e a “concedere più tempo alla diplomazia”. Nonostante le sue dichiarazioni pubbliche, Trump è preoccupato per le conseguenze che l’aumento dei prezzi del carburante avrà sulle elezioni di midterm, a cui mancano ormai solo 5 mesi. Da qui il suo tentativo di impedire che l’escalation tra Israele e Iran faccia deragliare i negoziati in corso tra Stati Uniti e Teheran. Ma, per raggiungere questo obiettivo, dovrà scendere a compromessi sul Libano, cosa che Israele non ha alcuna intenzione di accettare.

Netanyahu gioca la sua partita?

Trump e Netanyahu sono molto vicini, ma i loro interessi immediati divergono. Per il presidente americano, ogni settimana in più di tensione nello Stretto di Hormuz è un punto in meno nei sondaggi: l’inflazione morde, e i repubblicani lo sanno. Per il premier israeliano, invece, è il contrario. Fermarsi ora lo farebbe apparire ‘sottomesso’ alla volontà di Washington, senza contare che è sotto pressione per dimostrare che le sue campagne contro Hamas, Hezbollah e l’Iran hanno portato risultati, mentre la sua sopravvivenza politica è a rischio. Questa settimana, infatti, sono riprese anche le udienze del processo, a lungo rimandato, che vede il premier alla sbarra per frode e corruzione. “Non ha una storia da raccontare in vista di queste elezioni, quindi deve in qualche modo ottenere una vittoria in Libano, o, se non una vittoria, almeno raccontare che sta ancora combattendo”, afferma Ilan Goldenberg, ex consigliere speciale per il Medio Oriente di Kamala Harris. “È una storia molto più avvincente per lui rispetto a: ormai è fatta e, in sostanza, non sono riuscito a sradicare nessuna di queste minacce”.

Teheran punta tutto su Hormuz?

L’altra incognita sul campo rimane l’Iran. Teheran ha scommesso tutto su Hormuz: chiudendo lo stretto, il governo ha mantenuto il controllo sul transito di un quinto del commercio globale ben sapendo che le conseguenze economiche avrebbero influenzato gli Stati Uniti nei negoziati. Ma il blocco ha paralizzato anche l’economia iraniana, minacciando la sostenibilità della sua industria petrolifera e principale fonte di finanziamento del regime. Forte delle sue leve, e del fatto di non essersi arresa sotto i colpi israelo-statunitensi, ieri l’Iran ha fatto un passo in più: ha risposto militarmente a un attacco che non era sul proprio territorio, bensì su quello libanese. È un segnale preciso. Per Teheran, la questione nucleare e quella del Libano sono sullo stesso piano e non ci sarà accordo su una senza un accordo sull’altra. Finora, nonostante diversi cessate il fuoco mediati dagli americani, Israele aveva continuato a colpire quasi ogni giorno obiettivi libanesi pretendendo di avere mano libera contro Hezbollah. La Repubblica Islamica, dunque, è passata dalle parole ai fatti, e Washington dovrà prenderne atto e agire di conseguenza: se frena Netanyahu, darà modo alla diplomazia di tessere un’intesa. Se non lo fa, il rischio è che Teheran arrivi alla conclusione che trattare non convenga.

Il commento di Paolo Magri, Presidente del Comitato Scientifico ISPI

“Cento giorni dall’ attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran: non 100 giorni di guerra, perché da 60 giorni – dall’8 aprile – vige un cessate il fuoco ed è in corso il negoziato. Ma comunque cento giorni in cui ci interroghiamo se ci sarà di nuovo guerra o pace e se Hormuz sarà aperto o ancora doppiamente chiuso. Trump rassicura a giorni alterni il suo elettorato (e il mondo) che “siamo vicinissimi” ad un accordo. Non alla pace, attenzione, ma ancora ad un cessate il fuoco, per negoziare con l’Iran tutti i nodi irrisolti: che fare degli impianti nucleari, dell’uranio arricchito, dei fondi iraniani congelati, delle sanzioni, di Hormuz. Tutto molto incerto e confuso, con un solo punto fermo: per Teheran, lo stop dell’intervento militare israeliano in Libano deve far parte del pacchetto, ed è anzi precondizione per ogni accordo. Per Netanyahu, che vuole andare fino in fondo nel lavoro di distruzione del regime iraniano, una preziosa opportunità per fare saltare tutto: nuovi attacchi in Libano ieri; risposta iraniana con missili su Israele oggi; altrettanto immediata reazione israeliana con missili sull’Iran. E così, cento giorni dopo “siamo vicinissimi” ma non sappiamo a cosa: speravamo ovviamente alla pace; eravamo pronti a rassegnarci al bis del cessate il fuoco; potremmo ritrovarci invece col solo ‘fuoco’, la ripresa di un conflitto che nelle prossime settimane potrebbe ridisegnare gli equilibri economici globali”.

[Fonte: ISPI; Foto Spectrum News]