
Iran, la resa dei conti

Washington minaccia un attacco, Teheran rilancia: “Abbiamo il dito sul grilletto” e l’Europa dichiara le Guardie rivoluzionarie “organizzazione terroristica”. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Donald Trump torna a stringere la morsa sull’Iran e ribadisce che il tempo per “sedersi al tavolo” sul dossier nucleare sta per scadere. Se Teheran non accetterà le condizioni imposte dagli Stati Uniti, avverte il presidente americano, l’alternativa potrebbe essere un attacco “molto peggiore” di quello condotto a giugno. Il messaggio è affidato, come spesso accade, a Truth, dove Trump parla di una “massiccia armata” in movimento verso l’Iran e richiama esplicitamente al precedente venezuelano. Una flotta più grande, guidata dalla portaerei Abraham Lincoln, pronta ad agire con rapidità e violenza se necessario. Dietro la retorica muscolare, secondo il New York Times, le richieste della Casa Bianca alla Repubblica Islamica sarebbero essenzialmente tre. La rinuncia permanente a ogni forma di arricchimento dell’uranio. La riduzione del numero e della gittata dei missili balistici. La fine del sostegno alle milizie armate considerate proxy regionali dell’Iran, da Hamas a Hezbollah fino agli Houthi. Fonti americane, tuttavia, riferiscono a Reuters che tra gli obiettivi del presidente ci sarebbe anche quello di creare le condizioni per un ‘regime change’ approfittando della fragilità interna della Repubblica islamica dopo le proteste esplose a metà dicembre e represse nel sangue all’inizio di questo mese, con un bilancio di migliaia di morti. È in questo contesto che oggi, a Bruxelles, i ministri degli Esteri europei hanno deciso di designare il corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, note anche come ‘I guardiani della Rivoluzione’ (IRGC) come “organizzazione terroristica”. Era una decisione auspicata da tempo ma che finora si era scontrata con il veto di alcuni paesi membri. Kaja Kallas, l’Alta rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, ha scritto su X che la repressione in Iran “non può rimanere senza risposta”, e ha aggiunto che “ogni regime che uccide migliaia di propri cittadini sta lavorando per la propria distruzione”. Le sanzioni nei loro confronti prevedono tra le altre cose il congelamento dei loro beni in Unione Europea e il divieto di ingresso nei paesi membri.
Teheran non ha niente da perdere?
La risposta iraniana non si è fatta attendere ed è improntata alla sfida. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha scritto su X che le forze armate dell’Iran hanno “il dito sul grilletto” per rispondere a qualsiasi aggressione che “destabilizzerebbe l’intera regione”. Un messaggio rivolto non solo a Washington, ma anche ai paesi del Golfo, allarmati dall’ipotesi di un conflitto che rischierebbe di trascinarsi a lungo e con effetti tutt’altro che prevedibili sulla regione. A rafforzare la linea dura è intervenuto anche Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, secondo cui qualsiasi azione militare statunitense verrebbe considerata l’inizio di una guerra vera e propria e provocherebbe una risposta immediata, inclusi obiettivi israeliani. Se in passato il regime ha cercato di contenere l’escalation, oggi appare convinto che cedere alle richieste americane equivarrebbe a mostrare una debolezza pericolosa. Ogni concessione – è il timore di Teheran – potrebbe incoraggiare il ritorno degli oppositori nelle piazze e accelerare il crollo di un regime sempre meno legittimo agli occhi dei suoi cittadini. Quanto al merito delle richieste americane, gli analisti sono divisi: se sullo stato del programma nucleare, dopo i bombardamenti dell’estate scorsa, gli interrogativi permangono, il governo iraniano non appare disposto a rinunciare ai missili, considerati l’unico deterrente contro Israele. Sul sostegno alle milizie per procura, invece, il quadro è più sfumato e alcuni analisti ritengono che, a corto di buone opzioni e in seguito alle difficoltà economiche, Teheran potrebbe ridurre il suo sostegno agli attori regionali.
Intanto la repressione continua?
Non tutti però sono convinti che bombardare l’Iran favorirebbe un cambio di regime. Al contrario il timore è che anziché rinfocolare le proteste, gli attacchi possano lacerare un movimento già sotto shock dopo la più sanguinosa repressione messa in campo da parte delle autorità sin dalla Rivoluzione del 1979. L’organizzazione per i diritti umani HRANA, con sede negli Stati Uniti, stima il numero delle vittime dei disordini a 5937, tra cui 214 membri del personale di sicurezza, ma afferma di stare indagando su un numero di decessi superiore ai 17mila. La stessa guida suprema Khamenei ha pubblicamente riconosciuto diverse migliaia di morti durante le proteste, di cui ha attribuito la responsabilità agli Stati Uniti, a Israele e a quelle che ha definito “organizzazioni sediziose”. Fonti mediche iraniane hanno riferito al Guardian che nelle principali città è in corso una campagna di rastrellamenti dei medici che hanno portato soccorso ai manifestanti ricoverati durante le proteste. Almeno un chirurgo, hanno riferito, rischia ora di essere condannato a morte.
Rischio caos?
La leadership iraniana appare indebolita, ma mantiene un controllo saldo nonostante una crisi economica profonda, che resta il principale detonatore del malcontento. Un alto funzionario israeliano ha riferito al quotidiano Ha’aretz che i soli attacchi aerei difficilmente rovescerebbero la Repubblica islamica e se anche gli Stati Uniti uccidessero la Guida Suprema, la Repubblica Islamica “avrebbe un nuovo leader che lo sostituirebbe”. Il problema è che un passaggio di poteri in un momento così delicato, all’interno di una nazione di 90 milioni di abitanti, lacerata da faglie settarie ed etniche, potrebbe determinare l’innesco di una fase di instabilità e caos che andrebbe ben oltre i confini del paese. Un Iran frammentato potrebbe sprofondare in una guerra civile, come accaduto dopo l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, scatenando ondate di rifugiati, l’insorgere di milizie islamiste e interrompendo i flussi di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia energetico globale. Non a caso Arabia Saudita, Qatar, Oman ed Egitto stanno facendo pressioni su Washington per scongiurare l’ipotesi di un attacco i cui esiti sarebbero imprevedibili. Per la prima volta, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha garantito al presidente iraniano Masoud Pezeshkian che Riad non permetterà che il suo spazio aereo o il suo territorio vengano utilizzati dall’alleato americano per azioni militari contro Teheran. “Gli Stati Uniti potrebbero premere il grilletto – ha spiegato un funzionario arabo – ma non sarebbero loro a subirne le conseguenze, bensì noi”.
Il commento di Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre
“Un attacco all’Iran sembra avvicinarsi e le strade sono due: l’operazione statunitense potrebbe rivelarsi poco più che un’azione dimostrativa o innescare un nuovo e preoccupante conflitto. Del resto, un vero ‘cambio di regime’ non sembra possibile se non con la morte o la rimozione dell’attuale guida, Ali Khamenei, eliminando quel tappo che ostacola ogni necessaria ristrutturazione del sistema di potere iraniano e una trasformazione del ‘contratto sociale’ in essere. Tuttavia, anche sul dopo-Khamenei incombono nubi minacciose e il paese più che trovarsi di fronte a un una fase di regime change, rischia di essere trascinato in una vera e propria ‘regime roulette”.
[Fonte: ISPI; Foto: www.iranintl.com]



