
Iran: successione al potere e shock energetico

La nomina di Mojtaba Khamenei ricompatta il regime, mentre il petrolio vola e i mercati tremano. L’Europa teme un conflitto che non ha scelto, ma di cui rischia di pagare il prezzo. Il punto di Alessia De Luca per l’ISPI.
La nomina di Mojtaba Khamenei, figlio 56enne di Ali Khamenei – assassinato in un raid congiunto israeliano e statunitense lo scorso 28 febbraio – è al tempo stesso una sfida e un messaggio. La scelta della nuova Guida Suprema dell’Iran, figura molto vicina alle Guardie Rivoluzionarie, segnala infatti che la Repubblica Islamica non intende piegarsi alle pressioni dei propri avversari. “Significa che non hanno nessuna intenzione di arrendersi”, afferma Vali Nasr, ex funzionario statunitense e analista alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies. Allo stesso modo, molti analisti concordano sul fatto che l’annuncio di Mojtaba Khamenei come terza Guida Suprema della Repubblica Islamica – dopo Ruhollah Khomeini e Ali Khamenei – rappresenti soprattutto un segnale di continuità e di resistenza. Poco prima della nomina di Khamenei, Trump aveva avvertito che se il nuovo leader “non otterrà la nostra approvazione, non durerà a lungo” e definito Mojtaba “un peso piuma”. Intanto l’escalation rischia di ampliarsi di giorno in giorno. Oggi sistemi di difesa Nato hanno intercettato un missile balistico iraniano sopra i cieli della Turchia, mentre nuovi attacchi sono stati registrati in Iraq, Bahrein e Qatar. Ma è da Teheran che arrivano le immagini di un’apocalisse ecologica causata dalla guerra: depositi di petrolio e una raffineria sono stati bombardati, oscurando il cielo della capitale con fumi tossici mentre i residui di petrolio hanno ricoperto case e strade. Alcuni video mostrano un vasto incendio negli impianti petroliferi e le fiamme che si propagano attraverso il sistema fognario. Un attacco aereo americano ha colpito anche un impianto di desalinizzazione dell’acqua, provocando una rappresaglia iraniana contro un impianto simile in Bahrein. In una regione già colpita da una grave scarsità idrica, si tratta di infrastrutture vitali: colpirle significa danneggiare soprattutto la popolazione civile più che il regime.
Successione: effetto paradosso?
Paradossalmente, proprio l’attacco di Stati Uniti e Israele avrebbe spianato la strada di Mojtaba verso la carica più alta del sistema di potere iraniano. Prima dello scoppio della guerra, la sua successione al padre era considerata possibile ma improbabile: il fatto di essere il figlio della Guida Suprema, secondo diversi analisti, avrebbe giocato a suo sfavore, poiché la Repubblica – nata dall’ideologia rivoluzionaria affermatasi nel 1979 – non prevede che la carica di leader supremo venga trasmessa di padre in figlio e molti esponenti dell’establishment avrebbero guardato con sospetto a una successione che avrebbe ricordato il potere dinastico degli scià. Poco più di una settimana dopo che gli attacchi aerei americani e israeliani hanno ucciso il padre, il suo nome, tuttavia, sarebbe stato scelto dall’Assemblea degli esperti per dare un senso di continuità e compattezza al regime e inviare al mondo un messaggio di resistenza continua. Nel sistema teocratico della Repubblica Islamica, fondato sulla dottrina del Velayat-e Faqih, il leader supremo esercita un potere enorme ed è colui che prende le decisioni finali su tutte le principali politiche esterne e interne. Ali Larijani, massimo funzionario della sicurezza iraniana, ha dichiarato: “Oggi la presenza della nuova leadership deve essere un simbolo di unità nazionale“. In qualità di leader supremo, Khamenei avrà l’ultima parola anche sulla scelta strategica decisiva: continuare la guerra o cercare un compromesso.
Economia: effetto boomerang?
Su un altro fronte, quello economico, la guerra ha provocato un rialzo immediato dei prezzi del petrolio che hanno superato i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022. Il Brent è aumentato di oltre il 30% nella sola giornata di domenica, raggiungendo a un certo punto i 119 dollari al barile, mentre crescevano i timori di un’interruzione prolungata delle forniture energetiche globali. I prezzi sono riscesi di nuovo a circa 110 dollari al barile dopo che il Financial Times ha riferito che i ministri delle finanze del G7 avrebbero discusso lo sblocco delle riserve petrolifere in coordinamento con l’Agenzia internazionale per l’energia. L’impennata è dovuta soprattutto al blocco imposto da Teheran al traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio. Iraq, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, tre dei maggiori produttori dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), hanno ridotto la produzione a causa dell’accumulo di barili in arretrato, senza via d’uscita a causa della chiusura effettiva del passaggio. Da Washington, Donald Trump ha minimizzato l’impennata dei prezzi definendola “un piccolo prezzo da pagare” per la sicurezza. Intanto la prospettiva di un’interruzione prolungata delle forniture energetiche globali ha alimentato i timori di un aumento dell’inflazione e di un rallentamento della crescita economica e le borse di tutto il mondo stanno registrando forti cali, poiché gli investitori si preparavano alle conseguenze dell’aumento dei prezzi dell’energia.
Ucraina, vittima collaterale?
A dieci giorni dall’inizio del conflitto, resta una grande incertezza sugli obiettivi di guerra degli Stati Uniti. Se quelli del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del suo governo appaiono più chiari, Trump e i membri della sua amministrazione hanno invece fornito versioni diverse e spesso contraddittorie degli obiettivi strategici. Il presidente americano sembra essere entrato nel conflitto su impulso di Netanyahu, convinto che l’operazione sarebbe stata rapida. L’ipotesi era che il regime iraniano, già scosso dalle proteste interne e dalla repressione di gennaio, potesse rapidamente sgretolarsi producendo uno scenario simile a quello venezuelano. Non è ciò che è accaduto. Anzi, la strategia adottata finora appare quella di provocare il collasso del sistema con il rischio, però, di determinare un pericoloso vuoto di potere. Teheran ha risposto con una propria “strategia del caos”, colpendo gli Stati arabi del Golfo per aumentare il costo del conflitto per Washington. Uno scenario a cui l’Europa guarda da giorni con orrore misto a sgomento. Oggi, al termine di una videoconferenza con i leader della regione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno lanciato un appello alla de-escalation. A Bruxelles la preoccupazione è duplice. Da un lato l’impatto economico di una crisi energetica prolungata; dall’altro il rischio che l’Ucraina finisca col diventare la vittima collaterale della guerra a Teheran. L’aumento dei prezzi del greggio, di fatto, ha già favorito Mosca, mentre l’attenzione internazionale si sposta verso il Golfo. L’Europa si ritrova così a fare i conti con due guerre che non ha voluto ai propri confini, ma delle cui conseguenze rischia di essere la prima a pagare il prezzo.
[Fonte e Foto: ISPI]



