Israele: fronti aperti, urne in vista

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A Qusra l’assedio dei coloni contro alcune famiglie palestinesi provoca la reazione di Usa e Ue, mentre l’appuntamento elettorale della Knesset si fa sempre più vicino. Il focus dell’ISPI.

Israele continua a gestire simultaneamente quattro fronti aperti – Cisgiordania, Libano, Siria e Gaza – mentre la crisi di Qusra, in Cisgiordania, si complica di ora in ora. Le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno revocato nelle scorse ore l’ordine di evacuazione temporaneo imposto in mattinata a tre famiglie palestinesi, assediate nel villaggio dai coloni, dopo che nella notte avevano trasferito un intero battaglione per smantellare due avamposti illegali sorti a ridosso dell’area. Nel frattempo, sia Washington che Bruxelles si fanno sentire, con toni sempre più diretti verso i coloni: un doppio fronte diplomatico che si apre proprio mentre il Paese si avvicina alle elezioni della Knesset, in un contesto dove ogni mossa sul terreno finisce per intrecciarsi con i calcoli della campagna elettorale. Il Likud di Benjamin Netanyahu è in testa in molti dei sondaggi e gli insediamenti in Cisgiordania, così come la politica da adottare in Libano, Siria e a Gaza, saranno certamente tra i temi caldi di una campagna elettorale praticamente già iniziata.

Quattro fronti, una linea di condotta? 

Sul terreno, la posizione israeliana resta compatta: il ministro della Difesa Israel Katz, visitando le truppe nel sud del Libano, ha ribadito mercoledì che non ci sarà alcun ritiro “in alcun modo dalle zone di sicurezza: non in Libano, non in Siria e non a Gaza“. In Libano, pompieri e residenti accusano l’esercito israeliano di appiccare incendi su boschi e uliveti anche tramite munizioni al fosforo, nonostante il cessate il fuoco con Hezbollah sia formalmente ancora in vigore. In Siria, le forze israeliane continuano incursioni oltre le Alture del Golan per creare una zona demilitarizzata nel sud del Paese, dove a dicembre 2024 il regime di Bashar Al-Assad è stato deposto da una coalizione di ribelli e milizie jihadiste guidata da Ahmed Al-Sharaa, oggi presidente e noto con il nome di guerra Abu Muhammad Al-Jolani. A Gaza, invece, Netanyahu ha respinto un piano di transizione, di cui Hamas ha dichiarato di accettare i termini proprio nei giorni scorsi, legando qualsiasi ritiro al disarmo effettivo del movimento islamista. È però la Cisgiordania, e in particolare Qusra, il fronte che nelle ultime ore si muove più rapidamente.

Qusra e oltre? 

Dopo giorni di assedio ai danni di due, poi tre, famiglie palestinesi, private di acqua ed elettricità e circondate dai coloni, l’IDF ha annunciato ieri mattina un’operazione militare destinata a durare alcuni giorni, imponendo un ordine di evacuazione temporaneo; l’ordine è stato però revocato nel pomeriggio, con l’esercito che ora fa sapere di voler concentrare l’operazione solo sulle abitazioni disabitate del villaggio. Nella notte, l’esercito aveva già spostato il battaglione 51 nell’area per smantellare due avamposti illegali sorti a ridosso di Qusra, che si trova in Area B, nominalmente sotto amministrazione civile palestinese. Le forze israeliane circondano il villaggio per impedire l’ingresso di nuovi coloni. Il caso, però, si inserisce in una campagna più ampia. Le IDF stesse rivendicano lo smantellamento di 151 avamposti illegali dall’inizio del 2026, molti dei quali ricostruiti più volte dai coloni dopo ogni sgombero, ed è stato introdotto un nuovo protocollo che addossa i costi delle operazioni di smantellamento a chi ha creato l’avamposto, invece che allo Stato, nei casi di ricorso civile.

Appello a Israele?

A rendere il caso diverso dai tanti episodi simili sono le reazioni diplomatiche. L’ambasciatore statunitense Mike Huckabee, figura storicamente vicina al mondo dei coloni, ha definito l’assedio in un post su X come “un orribile atto di terrorismo”, scrivendo che il comportamento dei responsabili è “ripugnante” e che “non ci sono scuse”, un dettaglio ulteriormente delicato per Washington, perché tra le case assediate ce n’è una di proprietà di un cittadino statunitense. Nelle stesse ore la portavoce della Commissione europea per gli affari esteri, Anitta Hipper, ha ribadito nel briefing quotidiano con la stampa che “la violenza dei coloni, le intimidazioni e la distruzione di armi e beni devono cessare”, chiedendo a Israele “di intraprendere azioni concrete per prevenire la violenza dei coloni e garantire che gli autori di questi crimini siano chiamati a risponderne” e invocando la “de-escalation di tutte queste tensioni”. Sono critiche che, prese singolarmente, ricalcano posizioni già note, ma che nel loro insieme aumentano la pressione internazionale su un governo Netanyahu la cui tenuta parlamentare dipende in parte dai partiti più vicini ai coloni, come Religious Zionism e Otzma Yehudit. Proprio nell’anno delle elezioni della Knesset, gestire contemporaneamente quattro fronti militari, una crisi diplomatica con Washington e le critiche di Bruxelles diventa un esercizio di equilibrio che si giocherà tanto sul terreno quanto nelle urne.

Il commento di Valeria Talbot, Head, ISPI MENA Centre

“Negli stessi giorni in cui il primo ministro Netanyahu respinge il Piano Trump per Gaza, condizionando il ritiro dell’esercito israeliano al disarmo totale di Hamas, in Cisgiordania si intensificano le violenze dei coloni nei confronti della popolazione palestinese. OCHA riporta che dal 7 ottobre 2023 sono oltre 1.100 i civili palestinesi uccisi nel territorio palestinese, mentre nel giro di tre anni è aumentato il numero degli insediamenti israeliani. In molti si interrogano, anche in Israele, sulle ragioni dell’inazione delle IDF nel fermare la mano dei gruppi estremisti. Ma in molti si chiedono anche se non ci sia una precisa strategia per guadagnare consensi in vista del prossimo appuntamento elettorale”.

[Fonte e Foto: ISPI]