Israele-Hamas: la tregua è finita

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Accuse incrociate tra Israele e Hamas dopo la ripresa degli scontri. Intanto in Qatar si continua a negoziare e l’Onu avverte “È una guerra ai bambini”. Leggiamo il punto dell’ISPI, Istituto per gli Studi sulla politica internazionale.

Alla fine l’hanno avuta vinta i falchi. E nonostante qualche apertura avesse lasciato sperare per un’ulteriore estensione, ieri mattina all’alba il cessate il fuoco tra Israele e Hamas si è interrotto e sono ripresi i combattimenti. Il ministero della Sanità dell’enclave afferma che sono già più di cento i palestinesi uccisi nei raid aerei israeliani, mentre le brigate Ezzedin al-Qassam, l’ala militare di Hamas, hanno rivendicato uno sbarramento di razzi lanciati su Ashkelon, Sderot e Beersheba, nel sud di Israele. Sul suo canale Telegram, il gruppo ha affermato che l’offensiva arriva “in risposta all’attacco contro i civili”. Le sirene di allarme hanno risuonato anche negli insediamenti israeliani di Yad Mordechai e Netiv Hatara, a sud, vicino alla Striscia e anche la Jihad islamica palestinese ha affermato di aver preso di mira città e paesi israeliani vicini alla recinzione, in seguito alla ripresa delle ostilità. L’unica nota positiva in queste ore sembra arrivare dal Qatar, dove i mediatori fanno sapere di essere impegnati, “insieme ai partner, a proseguire gli sforzi che hanno portato alla pausa umanitaria e non esiteranno a fare tutto il necessario per favorire un ritorno alla calma”. I combattimenti segnano la fine di una breve tregua per i civili di Gaza, che avevano sopportato settimane di intensi bombardamenti e un’invasione di terra, innescata dall’attacco di Hamas del 7 ottobre contro le comunità nel sud di Israele, in cui oltre 1200 persone sono state trucidate e circa 240 prese in ostaggio. Secondo bilanci forniti dai funzionari palestinesi il bilancio delle vittime palestinesi si aggira intorno ai 15mila morti di cui oltre 6mila bambini. Per la popolazione, senza, cibo, acqua, carburante e medicinali, e l’80% di sfollati in cerca di un posto sicuro che non c’è, la ripresa dei combattimenti, avverte l’Onu “è una catastrofe”.

Inizia la ‘fase due’?

Poco dopo la ripresa dei raid aerei Israele ha pubblicato una mappa interattiva che divide la Striscia di Gaza in centinaia di piccole aree numerate, annunciando che comunicherà di volta in volta ai civili palestinesi quali sono le ‘zone di combattimento attive’. La comunicazione sottintende la richiesta di evacuazioni mirate nell’affollato sud della Striscia, prima dei bombardamenti. Si apre così – con un codice QR code stampato sui volantini che rimanda a un sito web con geolocalizzazioni aggiornate – la ‘fase due’ dell’offensiva sul territorio palestinese. Una precauzione che è, probabilmente, un tentativo di rispondere alle pressioni americane e internazionali che hanno messo in guardia lo Stato ebraico dal lanciare un’offensiva in un territorio che ormai trabocca letteralmente di persone, dopo che un milione e mezzo di civili sono stati costretti ad abbandonare il nord dell’enclave. Ma è una precauzione che rischia di rivelarsi del tutto insufficiente, avvertono le organizzazioni umanitarie, e che rischia di portare Gaza al punto di rottura. “Fondamentalmente non c’è nessun posto dove le persone possano andare”, ha detto Danila Aizi, responsabile nazionale per la Palestina dell’organizzazione benefica Humanity and Inclusion.

Accuse incrociate?

La tregua, proseguita per sette giorni senza grandi intoppi, si è interrotta nonostante entrambe le parti ne avessero tratto vantaggio per numero di ostaggi e prigionieri rilasciati da una parte e dall’altra. E nonostante nelle ore precedenti entrambi i contendenti fossero sembrati possibilisti su una sua proroga. “Purtroppo Hamas ha deciso di porre fine alla pausa non rilasciando tutte le donne rapite”, ha detto in un briefing il portavoce del governo Eylon Levy, confermando che l’accordo avrebbe potuto essere esteso, dato che il governo israeliano aveva già approvato un elenco di prigionieri palestinesi da rilasciare. Ciò avrebbe significato che il cessate il fuoco sarebbe continuato per altri due giorni. Hamas, al contrario punta il dito su Israele che avrebbe “persistentemente” rifiutato sue le offerte di rilascio degli ostaggi. “Nella notte si sono svolti negoziati indiretti per estendere la tregua, all’interno dei quali abbiamo proposto scambi di prigionieri e anziani, nonché la consegna dei corpi dei detenuti che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti sionisti”, afferma il gruppo in una nota. Secondo le autorità israeliane Hamas tiene ancora in ostaggio 137 persone, 10 delle quali di età pari o superiore a 75 anni. Si tratta di 117 uomini e 20 donne, tra cui 126 israeliani e 11 cittadini stranieri.

Una guerra lunga?

La ripresa delle ostilità avviene all’indomani della visita a Gerusalemme del segretario di Stato americano Antony Blinken. Nel corso dell’incontro a porte chiuse con il premier Benjamin Netanyahu, Blinken gli avrebbe espresso formale richiesta di fare tutto il possibile per scongiurare vittime civili, segnalando che la massiccia perdita di vite umane e lo sfollamento, della portata vista nel nord di Gaza, “non avrebbero dovuto ripetersi” nel sud. In proposito, il corrispondente diplomatico del Guardian Patrick Wintour segnala disaccordi crescenti tra Stati Uniti e Israele “sugli obiettivi finali, sulle tempistiche e sul modus operandi” dello Stato ebraico nella Striscia mentre il dipartimento di Stato ha informato Israele che Washington imporrà il divieto di visto ai coloni estremisti coinvolti nella violenza contro i civili palestinesi in Cisgiordania. È ancora presto per capire in che considerazione saranno tenute le raccomandazioni dell’alleato statunitense ma fonti vicine agli ambienti militari israeliani riferiscono al Financial Times che Israele starebbe pianificando una campagna lunga che potrebbe durare mesi, con la fase più intensa dell’offensiva di terra che proseguirà fino all’inizio del 2024. Gli obiettivi includono l’uccisione dei tre principali leader di Hamas – Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa – assicurando al contempo una vittoria militare “decisiva” contro il gruppo e distruggendo la sua capacità di governo a Gaza.

Il commento. Di Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre

“A Gaza si torna a combattere, ma la fine della tregua non è certo un fulmine a ciel sereno. Si sapeva che era solo una questione di giorni e non sono mancati segnali in questo senso: dai discorsi incendiari di Netanyahu, all’attacco a Gerusalemme di ieri mattina rivendicato da Hamas e al minor numero di ostaggi civili nelle mani del gruppo islamista palestinese. Man mano che passavano i giorni è infatti diventato sempre più evidente come Hamas non intendesse liberare, al rapporto di tre palestinesi per un israeliano, gli ostaggi militari o coloro che avrebbero potuto servire come riservisti nelle forze armate. Il caso di Gilad Shalit, carrista delle Forze di difesa israeliane rapito nel 2006 e rilasciato solo nel 2011, aveva già mostrato quanto valesse per il gruppo palestinese la liberazione di un militare: in quel caso furono 1.027 i prigionieri palestinesi scambiati per un solo soldato israeliano”.

(Fonte: ISPI; Foto: WHO/Un News)