Israele: la tassa “Arnona” mette alla prova i diritti delle Chiese a Gerusalemme

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L’imposta municipale israeliana sugli immobili, nota come «Arnona», è diventata il fulcro di un nuovo braccio di ferro tra le Chiese e il Comune di Gerusalemme. I leader cristiani temono che la messa in discussione delle esenzioni di cui beneficiano alcuni immobili ecclesiastici possa compromettere le loro attività religiose, educative e sociali. In un colloquio con Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), mons. William Shomali, vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme, esamina le implicazioni della controversia e auspica un compromesso che preservi le storiche esenzioni delle Chiese cristiane.

Il 27 giugno 2026 l’Autorità Palestinese ha annunciato che Mahmoud Abbas aveva scritto a Papa Leone XIV e a diversi leader internazionali per denunciare il progetto di tassazione degli immobili ecclesiastici di Gerusalemme attraverso l’«Arnona». Come valuta questa iniziativa? Può contribuire a proteggere i diritti storici delle Chiese?

Sono due le ragioni per cui il presidente Mahmoud Abbas sostiene la posizione delle Chiese contro il progetto di tassare gli immobili ecclesiastici a Gerusalemme Est. Da un lato, l’Autorità Palestinese considera Gerusalemme Est un territorio occupato e ritiene che Israele non abbia il diritto di imporre tasse sugli immobili ecclesiastici presenti in quella zona. Dall’altro, il presidente intende tutelare i diritti storicamente riconosciuti alle Chiese, in particolare dagli Accordi di Mitilene del 1901, che fanno parte di una serie di intese concluse oltre un secolo fa tra l’Impero ottomano e la Francia. Tali accordi contribuirono a consolidare le esenzioni fiscali di cui beneficiavano le chiese e le istituzioni francesi in Terra Santa.

[Nota della redazione: la controversia relativa all’Arnona si inserisce oggi in un quadro più ampio, che riguarda tutte le istituzioni ecclesiastiche di Gerusalemme e non soltanto quelle storicamente legate ai regimi consolari sopra menzionati.]

Queste intese furono rispettate durante il Mandato britannico e anche da Israele negli anni successivi all’indipendenza, proclamata nel 1948, e non sono mai state ufficialmente abrogate. La lettera del presidente palestinese rappresenta pertanto un importante richiamo alla dimensione storica e giuridica della questione. Contribuisce a riportare il tema al centro dell’attenzione internazionale, anche se, da sola, non possiede la forza necessaria per imporre una soluzione immediata.

In concreto, quali sarebbero le conseguenze per le Chiese se il Comune di Gerusalemme applicasse integralmente la tassa «Arnona» agli edifici che attualmente ne sono esenti?

Occorre distinguere tra le attività a scopo di lucro, come alcune strutture ricettive per pellegrini, e le istituzioni che perseguono finalità esclusivamente religiose, educative o sociali. Se il Comune decidesse di applicare retroattivamente la tassa Arnona alle attività a scopo di lucro, le somme richieste potrebbero raggiungere alcuni milioni di euro, soprattutto qualora si risalisse agli ultimi trent’anni, periodo durante il quale questa controversia ha contrapposto le Chiese alle autorità israeliane. Qualora si raggiungesse un accordo sulle attività a scopo di lucro, è invece probabile che alle Chiese venga richiesto di pagare l’imposta soltanto per il futuro, senza effetti retroattivi. Per quanto riguarda le scuole, gli ospedali, i centri sociali e le istituzioni con finalità esclusivamente religiose, le Chiese auspicano che possano continuare a beneficiare delle tradizionali esenzioni, in considerazione della loro missione educativa, caritativa e spirituale.

Questa controversia ricorda la crisi del 2018, quando i capi delle Chiese chiusero le porte del Santo Sepolcro per protestare contro un progetto analogo. Teme che questa nuova vicenda rappresenti un ulteriore passo nella pressione esercitata sulle istituzioni cristiane di Gerusalemme, oppure ritiene possibile un compromesso?

Confidiamo che un compromesso sia ancora possibile. Una soluzione potrebbe prevedere che le attività chiaramente orientate al profitto contribuiscano alle spese municipali relative ai servizi di cui beneficiano, preservando al tempo stesso le esenzioni riconosciute ai luoghi di culto, ai saloni parrocchiali, ai cimiteri e alle istituzioni religiose, educative e caritative. La sfida principale consiste nel definire con precisione che cosa debba essere considerato un’attività commerciale e che cosa rientri invece nella missione pastorale, sociale o religiosa delle Chiese. È su questa distinzione che potrebbe fondarsi una soluzione equilibrata e accettabile per tutte le parti.

[Nota della redazione: poiché oltre l’80 per cento dei pellegrini è cristiano, le Chiese e i cristiani forniscono un contributo significativo all’economia israeliana e, al tempo stesso, finanziano numerosi servizi sociali ed educativi aperti a tutti.]

Nel contesto regionale particolarmente difficile che la Terra Santa sta attraversando, quale messaggio desidera rivolgere ai benefattori di ACS e, più in generale, a tutti coloro che sostengono le comunità cristiane con la preghiera, la solidarietà e la generosità?

Siamo profondamente grati ad ACS e ai suoi generosi benefattori. La loro solidarietà ci permette di mantenere in vita le nostre istituzioni, sostenere le nostre parrocchie e proseguire le attività pastorali. Grazie al loro aiuto possiamo inoltre sostenere le famiglie cristiane più vulnerabili, che stanno attraversando un periodo particolarmente difficile a causa della guerra, della crisi economica e della mancanza di opportunità lavorative. Li ringraziamo dal profondo del cuore per la loro fedeltà, per le loro preghiere e per la loro generosità. La loro vicinanza spirituale e materiale rappresenta un segno di speranza per i cristiani della Terra Santa e li aiuta a rimanere nella terra in cui è nato il cristianesimo.

[Foto: Vatican News]