Israele: Netanyahu in bilico?

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Il governo di Benjamin Netanyahu mantiene la fiducia alla Knesset e le IDF subiscono l’attacco più mortale dall’inizio dell’offensiva: nessun accordo per due mesi di tregua. Leggiamo il punto dell’ISPI.

Il governo israeliano presieduto da Benjamin Netanyahu supera tra le proteste una mozione di sfiducia in parlamento, ma crescono le difficoltà sia a livello di politica interna che internazionale. La crisi degli ostaggi e le ingenti perdite tra i militari israeliane continuano a far traballare il consenso popolare nei confronti dell’esecutivo, tanto che metà degli israeliani si dichiara oggi favorevole alla cessazione delle ostilità sulla base della roadmap proposta dagli USA, incentrata sulla normalizzazione tra Israele e l’Arabia Saudita. Complice la crisi nel Mar Rosso, dove gli Houthi hanno continuato ad attaccare le navi in transito, da Washington fioccano indiscrezioni su un’amministrazione Biden ormai a corto di pazienza nei confronti di Tel Aviv. Hamas, intanto, respinge la proposta israeliana per un cessate il fuoco di due mesi, assestando un duro colpo ai negoziati per il rilascio degli ostaggi rimasti a Gaza. Stretto tra le pressioni americane per porre fine all’escalation e cittadini israeliani in apparenza sempre più stanchi della guerra, Netanyahu resta abbarbicato al suo scranno di primo ministro, consapevole però che le lancette dell’orologio non giocano in suo favore.

Questione di fiducia?

Nel pomeriggio di lunedì, 22 gennaio, una mozione di sfiducia contro il premier Netanyahu ha raccolto solo 18 voti, ben al di sotto della maggioranza necessaria alla Knesset, il parlamento monocamerale di Israele composto da 120 membri. Il voto è stato boicottato in blocco dalla coalizione di destra ed estrema destra che sostiene il governo, i cui capi avevano dichiarato in precedenza che non avrebbero preso parte “a un simile teatro politico in tempo di guerra”. L’iniziativa, promossa dal partito laburista, parla apertamente del “fallimento” del governo nel garantire il ritorno dei 136 israeliani ancora tenuti in ostaggio nella Striscia di Gaza. In effetti, l’incapacità di Netanyahu di far restituire i restanti prigionieri nelle mani di Hamas lo ha esposto a crescenti critiche da parte delle loro famiglie e dei suoi oppositori politici. A poche ore dal voto, peraltro, familiari degli ostaggi hanno preso d’assalto una riunione della commissione Finanze del parlamento di Gerusalemme, per chiedere che il governo faccia di più per restituire i loro cari. Ma i malumori crescono anche nella destra extra-governativa e persino nello stesso Likud. Avigdor Liberman, leader del partito ultranazionalista Yisrael Beytenu, non ha votato la mozione di sfiducia, sottolineando però che Netanyahu deve comunque farsi da parte il prima possibile. Inoltre, fonti del Likud sentite dal Jerusalem Post dichiarano apertamente che i giorni di Netanyahu alla guida del partito (e quindi del paese, probabilmente) sono ormai contati.

Una pace made in USA?

Per quanto riguarda la guerra, che ormai è di fatto passata da un livello locale a uno regionale, anche l’atteggiamento degli israeliani sembra in fase di evoluzione. Una flebile maggioranza di loro sosterrebbe il piano americano, che prevedrebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimasti, la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita e “passi irreversibili” da parte di Israele verso la creazione di uno Stato palestinese smilitarizzato. Questo è quanto emerge da un sondaggio pubblicato dal Times of Israel, in cui il 51,3% degli intervistati afferma che sosterrebbe un simile accordo, mentre il 28,9% si dichiara contrario e il 19,8% non si esprime. Netanyahu, tuttavia, avrebbe già respinto una proposta in tal senso presentata all’inizio del mese dal segretario di Stato americano Antony Blinken, che avrebbe visto l’Arabia Saudita prendere parte alla ricostruzione di Gaza dopo la guerra, insieme ad altri quattro paesi arabi. Il premier ha comunque dichiarato di essere contrario alla creazione di uno Stato palestinese una volta finito il conflitto e che Israele e USA vedono “ovviamente” la questione in modo diverso.

Il tempo stringe?

Il premier israeliano, tuttavia, appare consapevole del fatto che l’attuale situazione non potrà durare in eterno. Con l’avvicinarsi delle elezioni USA 2024, l’amministrazione Biden sembra intenzionata a intensificare gli sforzi per chiudere la crisi in Medio Oriente prima dell’apertura delle urne. Venerdì scorso, intanto, il presidente americano ha sentito telefonicamente Netanyahu per la prima volta da quasi un mese (la precedente conversazione si era conclusa con toni bruschi). Il peso della guerra sull’opinione pubblica interna, inoltre, potrebbe essere sempre più difficile da sostenere. Nella giornata di lunedì, peraltro, le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno subito l’attacco più letale dall’inizio dell’offensiva nella Striscia di Gaza, durante il quale hanno perso la vita 21 militari in un colpo solo nella località di Kissuf, nel sud di Israele. Le operazioni si concentrano al momento a Khan Younis, dove le IDF ritengono siano rintanati diversi leader di Hamas, e il bilancio delle vittime palestinesi non fa che aggravarsi di ora in ora. Il movimento palestinese, intanto, ha respinto la proposta israeliana di un cessate il fuoco di due mesi, che prevedeva – stando alle poche indiscrezioni – la liberazione degli ostaggi israeliani in cambio del rilascio di detenuti palestinesi nelle prigioni da Israele. Hamas avrebbe respinto l’ipotesi di trattare il rilascio senza prima un ritiro completo e immediato di Israele dalla Striscia.

Il commento. Di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“È importante che la guerra di Gaza abbia una fine, sebbene non se ne vedano i segnali. È sempre più evidente lo scontro fra l’amministrazione americana e Netanyahu sul dopoguerra: Biden pensa a uno stato palestinese, il premier israeliano no. Se lo facesse, cadrebbe il suo governo di estrema destra nazionalista. L’accordo di coalizione dice che il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su ogni parte della Terra d’Israele. Più della guerra a Gaza, Netanyahu sta combattendo per la sua sopravvivenza politica”.

(Fonte: ISPI; Foto: Democracy Now!)