Israele verso il voto, gli haredim sfidano Netanyahu

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La rottura tra Netanyahu e i partiti ultraortodossi sulla leva obbligatoria proietta Israele verso elezioni anticipate. Ma i sondaggi non promettono stabilità. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

Il nodo della coscrizione obbligatoria degli haredim, la comunità di ebrei ultraortodossi, torna a scuotere la politica israeliana. L’annuncio del partito ultraortodosso Degel HaTorah di voler uscire dalla maggioranza di governo proietta il paese verso lo scioglimento del parlamento e una nuova tornata di elezioni anticipate. Pomo della discordia è stata la decisione del premier Benjamin Netanyahu – in un contesto di crescente dissenso all’interno del suo partito e dell’opinione pubblica – di non estendere la legge che garantisce l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshivot, le scuole religiose ebraiche.  La reazione della comunità non si è fatta attendere: “Non abbiamo più fiducia nel primo ministro; non ci sentiamo suoi partner. Le elezioni devono tenersi al più presto” ha dichiarato il rabbino Dov Lando, guida spirituale del partito. Giocando d’anticipo sulle altre formazioni, quindi, lo stesso Likud di Netanyahu ha presentato il disegno di legge per lo scioglimento della Knesset. Il testo dovrà superare la lettura preliminare, la prima, la seconda e la terza lettura prima di diventare legge, ma l’iter è ormai aperto e rischia di catapultare Israele in una tumultuosa e incerta campagna elettorale estiva.

Netanyahu tra due fuochi?

La questione dell’esenzione degli ultraortodossidalla leva obbligatoria si protrae da anni, ma è diventata via via più centrale e polarizzante  dopo il 7 ottobre. Il protrarsi del conflitto a Gaza, in Libano e contro l’Iran sta infatti impegnando l’esercito israeliano su fronti diversi, accentuando la necessità di nuovi soldati per sostituire i riservisti impiegati ininterrottamente per mesi. Come più volte sottolineato dal capo dell’esercito Eyal Zamir la questione non è più rinviabile: “se non si trova una soluzione alla carenza di personale – ha ammesso Zamir – l’esercito rischia il collasso”. Netanyahu si è trovato così stretto tra due fuochi: da un lato le richieste dell’esercito, che chiede uomini e risorse per sostenere un confronto regionale sempre più esteso; dall’altro la necessità di non rompere con le formazioni ultraortodosse che sostengono la maggioranza parlamentare. Alla fine il premier ha dovuto cedere ma sa che i suoi ex alleati non faranno altrettanto: per gli ebrei ultraortodossi, l’esenzione dal servizio militare “non rappresenta un semplice privilegio, ma una questione esistenziale – spiega Sara Leykin di ISPI – l’arruolamento è percepito come una minaccia diretta allo studio della Torah e come un’esposizione alla modernità che potrebbe portare molti giovani ad abbandonare la comunità. Non a caso, negli ultimi mesi si sono moltiplicate proteste di piazza, spesso violente, accompagnate da slogan come “meglio morire che trasgredire” e da accostamenti tra l’arruolamento nelle IDF e l’Olocausto. Secondo stime diffuse dai media israeliani, circa 80 mila uomini ultraortodossi tra i 18 e i 24 anni sarebbero teoricamente idonei al servizio militare ma non ancora arruolati.

Controllare i tempi della crisi?

La mossa del Likud di presentare il disegno di legge per lo scioglimento è puramente tattica: l’obiettivo è controllare i tempi della crisi parlamentare e della successiva campagna elettorale, evitando che l’opposizione imponga un calendario troppo aggressivo e consentendo a Netanyahu di negoziare cercando di tenere insieme partiti con interessi divergenti. Il testo all’esame del parlamento non contiene una data e ciascun partito preme secondo logiche che favoriscono il proprio elettorato: “Il partito ultraortodosso Degel Hatorah spinge per elezioni il 1° settembre, mentre Shas preferisce votare durante le festività ebraiche di Rosh Hashanah e Yom Kippur – osserva Ha’aretz – nella speranza di aumentare l’affluenza tra gli elettori tradizionali”. Netanyahu, al contrario, ha convenienza a evitare una campagna schiacciata sull’anniversario del 7 ottobre e a tenere aperto l’orizzonte di fine ottobre. La scadenza ordinaria del 27 ottobre 2026 resta il limite esterno già fissato. Se però la legge di scioglimento venisse approvata prima, le elezioni dovrebbero collocarsi dentro il perimetro definito dalla nuova norma. La gestione del calendario è centrale e incide sul tempo disponibile per approvare provvedimenti residui, organizzare liste, costruire alleanze e trasformare la leva ultraortodossa in tema dominante della campagna.

Per i palestinesi cambia poco? 

La crisi arriva in un momento in cui l’opposizione ha in parte superato la frammentazione degli ultimi mesi. Naftali Bennett e Yair Lapid hanno costruito la lista comune ‘Insieme’ puntando a presentarsi come alternativa compatta a Netanyahu e al Likud. Bennett – ex collaboratore di Netanyahu che aspira a succedergli alla guida del governo per la seconda volta – ha attaccato duramente il premier per essersi alleato con i nazionalisti religiosi di estrema destra che hanno sostenuto i coloni violenti in Cisgiordania e con gli ultraortodossi che ha definito “una coalizione di fanatici e renitenti alla leva sta dilaniando il nostro Paese”. Sarebbe però sbagliato leggere nell’opposizione un blocco più moderato o più aperto sul fronte diplomatico: il cinquantaquattrenne Bennett, religioso, contrario alla creazione di uno Stato palestinese, e il suo alleato Lapid, laico e centrista, hanno in comune soprattutto un obiettivo – scalzare Netanyahu – e poco altro. Entrambi hanno infatti dichiarato di voler costruire un governo fondato su una “maggioranza sionista”, escludendo di fatto i partiti arabi dalla coalizione. Un’esclusione che potrebbe rivelarsi decisiva: senza il sostegno delle forze che rappresentano circa il 20% della popolazione di Israele, il blocco anti-Netanyahu rischia di non raggiungere la maggioranza necessaria, riconsegnando il Paese all’ennesima situazione di stallo. Di cui, come la storia recente insegna, il primo ad approfittare potrebbe essere proprio Netanyahu.

Il commento di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“Quasi mai Israele è andato al voto alla scadenza naturale delle sue legislature. Lo ha impedito un sistema proporzionale con molti partiti, un numero dei quali religiosi. Una volta di più sono loro ad aver aperto una crisi che potrebbe portare al voto anticipato, sebbene di poco: le elezioni sono fissate per fine ottobre. I religiosi pretendono una legge che esenti dalla leva militare gli studenti delle loro scuole. Forse sarebbe un bene: mostrandosi particolarmente brutale e razzista con i palestinesi, l’unico battaglione di ultra-religiosi che era stato istituito, aveva violato il codice etico militare. Era stato l’ex premier laburista Ehud Barak a scriverlo. Ma dalla guerra di Gaza, di quello “Spirito dell’IDF”, come Barak lo aveva chiamato, è difficile trovare traccia”.

[Fonte e Foto: ISPI]