La Siria dopo Al Sharaa alla Casa Bianca

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La visita del presidente siriano Ahmed al Sharaa negli Stati Uniti è stata definita storica da molti osservatori ed esperti di diplomazia internazionale e di Medio Oriente. È la prima volta che un presidente siriano va a Washington dall’indipendenza del 1946. Ed è la prima volta che un ex esponente di Al Qaeda è ufficialmente invitato alla Casa Bianca. Inoltre la visita conferma il riposizionamento della Siria sul piano regionale, con l’allontanamento dai principali alleati dell’ex dittatore Bashar al Assad – Iran e Russia – e l’avvicinamento a Turchia, paesi del Golfo e Stati Uniti, consolidando così il nuovo ordine mediorientale d’ispirazione sunnita e il declino dell’influenza dell’Iran sciita. Infine segna anche un successo personale per Al Sharaa, al potere da meno di un anno e in cerca di riconoscimenti internazionali.

Il presidente ad interim è arrivato al potere lo scorso dicembre, alla guida di una coalizione ribelle dominata dal gruppo Hayat tahrir al Sham (Hts), che ha deposto il sanguinoso regime della famiglia Assad, al governo in Siria da più di cinquant’anni. Fino a un anno fa pendeva sulla sua testa una taglia di dieci milioni di dollari. Dal 2013 Al Sharaa, conosciuto con il nome di battaglia Abu Mohammed al Jolani, era sanzionato per terrorismo dalle Nazioni Unite perché l’Hts, oggi sciolto, fino al 2o16 è stato legato ad Al Qaeda. Il 6 novembre l’Onu ha cancellato le sanzioni ancora attive nei suoi confronti, dopo una richiesta presentata dagli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza. Il giorno dopo gli Stati Uniti hanno ritirato Al Sharaa dalla lista nera dei terroristi.

Al Sharaa è arrivato nella capitale degli Stati Uniti nella serata di sabato. Lo stesso giorno il ministero dell’interno siriano ha annunciato il lancio di “un’operazione di sicurezza su larga scala” in tutto il paese, con l’obiettivo di eliminare alcune cellule del gruppo Stato islamico (Is). I mezzi d’informazione siriani hanno riferito che le forze di sicurezza hanno compiuto 61 raid, hanno arrestato almeno settanta persone e confiscato esplosivi e armi nelle zone intorno a Idlib, Aleppo, Hama, Homs e Damasco. Non a caso una delle decisioni più importanti prese durante la visita di Al Sharaa negli Stati Uniti è stato l’ingresso della Siria nella coalizione contro i jihadisti, di cui fanno parte decine di paesi arabi e occidentali.

Gli Stati Uniti, inoltre, hanno autorizzato la Siria a riprendere le attività della sua ambasciata a Washington. Un altro esito è stato l’accordo per la costruzione di una base statunitense vicino all’aeroporto di Damasco. Nel suo commento sul sito di due giorni fa, Pierre Haski l’ha definito un gesto politico di enorme importanza: “Il messaggio è diretto sia a Israele, che da un anno considera la Siria come un territorio dove il suo esercito può fare quello che vuole (come distruggere le installazioni militari siriane o correre in aiuto delle minoranze druse e beduine minacciate), sia alla Turchia di Erdoğan e alle sue aspirazioni neo-ottomane sulla Siria, mostrate con l’aiuto garantito ai ribelli l’anno scorso”.

Il Dipartimento di Stato statunitense ha anche annunciato una nuova sospensione semestrale delle sanzioni contro la Siria, imposte anni fa contro il regime di Bashar al Assad e già sospese una prima volta a maggio, in attesa che il congresso le revochi definitivamente. Trump si è impegnato personalmente a usare la sua influenza al congresso per revocare la cosiddetta legge Caesar (dal nome di un informatore che aveva denunciato le torture nelle carceri siriane) approvata nel 2019 e responsabile del blocco di miliardi di dollari d’investimenti promessi, soprattutto dai paesi del Golfo, per la ricostruzione della Siria devastata da quattordici anni di guerra. 

È necessario però superare l’opposizione di Israele, che vuole mantenere una Siria debole ai suoi confini e continuare a disporre di un margine di manovra militare nel sud del paese dove, approfittando del caos dopo la caduta di Assad, ha ampliato il territorio che occupa nelle alture del Golan dal 1967. In un’intervista a Fox news, Al Sharaa ha escluso l’ipotesi di unirsi nell’immediato agli accordi di Abramo, che hanno normalizzato i rapporti tra alcuni paesi arabi e Israele durante la prima amministrazione di Trump. Però ha fatto riferimento alla possibilità di arrivare in futuro a dei negoziati diretti grazie alla mediazione degli Stati Uniti.

Il segretario di stato Marco Rubio, presente alla riunione alla Casa Bianca insieme al capo della diplomazia siriana Asaad Hassan al Shaibani, ha insistito sulla necessità di un accordo sulla sicurezza con Israele. Ha anche sottolineato l’impegno a portare a termine l’accordo raggiunto a marzo per l’integrazione politica e militare delle forze curde, che amministrano il nordest della Siria, all’interno dello stato siriano. I curdi, però, temono che l’avvicinamento tra gli Stati Uniti e le autorità siriane possa comportare “un nuovo tradimento”, come scrive Al Monitor

Fonti curde hanno confermato al sito panarabo il disappunto per l’esclusione dei rappresentanti dell’amministrazione del nordest della Siria dalla delegazione di Al Sharaa negli Stati Uniti. Alcuni analisti evidenziano il fatto che una maggiore vicinanza di Damasco a Washington spingerà le autorità siriane a difendere in modo più efficace le minoranze del paese, che negli ultimi mesi sono state bersaglio di alcuni episodi di violenza settaria. Dall’altro lato, però, l’autonomia del nordest della Siria e il modello politico e sociale basato sulla condivisione del potere e sulla democrazia diretta attuato nel territorio potrebbero essere a rischio. 

Nei territori controllati dai curdi, inoltre, ci sono ancora circa 50mila prigionieri legati al gruppo Stato islamico, soprattutto donne e bambini, rinchiusi in alcuni campi come Al Hol, che ospita 35mila persone. Non sono filtrate informazioni sulle discussioni intorno al tema ma, commenta L’Orient-Le Jour, la presenza a sorpresa del ministro degli esteri turco Hakan Fidan alla Casa Bianca non è stata certo una coincidenza, dato che Ankara vede l’entità autonoma curda come una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale e avrebbe esercitato pressioni a favore dell’adesione di Damasco alla coalizione internazionale. A questo proposito, la partecipazione di Fidan suggerisce che Trump conta in parte sulla Turchia, alleata delle autorità di Damasco, per svolgere un ruolo di intermediazione nella gestione della questione siriana. 

Anche se Al Sharaa ha puntato molto sul palcoscenico internazionale, conclude un’analisi dell’Ispi, le sfide principali restano interne. “Il paese è ancora soggetto a forze centrifughe: gli alawiti sono bersaglio di violenze settarie, i drusi sono corteggiati da Israele per indebolire Damasco, i curdi cercano l’autonomia come ricompensa per la loro lotta contro l’Is e, infine, ci sono i jihadisti della base che hanno sostenuto l’ascesa di Al Sharaa. A differenza dei governi regionali e occidentali, questi miliziani rifiutano il suo cambiamento ‘moderato’ e potrebbero mettere in discussione la sua precaria autorità nel medio e nel lungo periodo”. D’altra parte, come ha commentato Trump dopo l’incontro con il presidente siriano, “senza un passato brutale non si ha alcuna possibilità nella vita”.

[Fonte: Internazionale; Foto: Middle East Eye]