LA STORIA / Libano, il siriano Anas e la sua fuga dalle guerre

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Di Antonella Palermo

Una stratificazione di destini avversi. È quella che da anni sembra perseguitare Anas Al-Khatib, siriano, padre di due bambini: Musa, 3 anni, e Talia, di 6. Ha lasciato Damasco nel 2012, scoppiata la guerra in Siria, e si è rifugiato in Libano dove vive, anzi sopravvive. Il suo è un grido profondo di dolore e di smarrimento: “Sono stanco, per noi è finita”.

“Avrei tanta voglia di lavorare, di sfruttare i miei talenti ma ormai mi sono arreso, e purtroppo nessuno ci aiuta”. Anas è sfibrato. Vive nella regione della Beqāʿ, a est di Beirut. Raccoglie plastica e rottami per venderli e così comprare qualcosa da mangiare per la giornata. “Ma non so come farò a pagare l’affitto. Questo è quello che ci hanno imposto le guerre. I bambini hanno paura delle bombe. Escono con me a raccogliere plastica. Cos’altro posso fare?”. Girovagare a caccia di bottiglie e barattoli dismessi è un modo per non soccombere alla disperazione. “Mia moglie è a casa, non lavora. Quando sentiamo il rumore degli aerei scappiamo nei campi. Ci troviamo nella situazione peggiore: non c’è sicurezza, bombardamenti ovunque, io ho smesso di lavorare perché stanno tutti fuggendo. In Siria non ho nessun familiare, in Libano nemmeno”.

Anas quasi rimpiange la faticosa vita nei campi dove stava dalle nove della mattina alle sette di sera. Fino a poco tempo fa aveva pensato di usare un carretto per andare nei quartieri della città a vendere dolci per i bambini. In precedenza, si è barcamenato tra un impiego nella produzione di protesi, uno in falegnameria, un altro ancora in uno stabilimento per la lavorazione delle patate. L’inflazione galoppante, ora la guerra. “È tutto distrutto, tutto andato in fumo”.

Anas dice che cerca di resistere solo per il bene dei suoi due figli: “Sono la cosa più preziosa che ho. Cerco solo un’opportunità, ma i miei sogni e le mie speranze di costruire un futuro sono morti. Qualcuno si ricorderà di noi?”. Solo una ventina di giorni fa lamentava: “Sono giorni soffocanti. Mi odio per il fatto di non poter assicurare loro un degno stare al mondo, mi sento debole nei confronti della mia famiglia, purtroppo ci rubano i diritti. I bambini sono pazienti con me ma c’è tristezza nei loro occhi”.

Nell’estate del 2023 ha presentato la sua richiesta di asilo sperando nei corridoi umanitari verso l’Europa, ma il blocco degli ingressi per i cittadini siriani lo ha di fatto intrappolato. Non può tornare in Siria ma non può lasciare il Libano. Uno shock che ora con la guerra si amplifica ancora di più, sorte comune a tanti rifugiati nel Paese dei Cedri che trema sotto il fuoco israeliano. Si sente tradito, Anas, da una sorte beffarda, due, tre volte beffarda. Lui che in Siria frequentava il Commercial Banking Institute senza potersi alla fine laureare. Vorrebbe far studiare la piccola Talia. Musa intanto ha bisogno di medicine per le sue crisi epilettiche.

Anas ama leggere e scrivere poesie, una cosa che dice di aver ereditato da suo padre. Ci manda dei lacerti di versi già tradotti:

Non siamo vittime degli altri come ci piace pensare; siamo vittime delle storie che abbiamo scritto su di loro e a cui abbiamo creduto fino all’ultima riga. Siamo noi a dare loro le ali nella nostra immaginazione, poi siamo terrorizzati quando scopriamo che non sanno volare.

Non tutte le fratture sono una fine; alcune possono essere libertà. E non credere a tutto ciò che senti sulle persone, perché la persona in questione potrebbe essere dritta, mentre quella che ne riflette l’immagine è storta.

E anche se crediamo che la scelta della mente sia più corretta, è difficile rinunciare alle cose che il nostro cuore ha scelto. E dove troviamo il senso della vita in mezzo alla rovina? E niente fa più male della caduta delle maschere che un tempo pensavamo fossero la realtà.

Non guardarti allo specchio, ma guarda il tuo riflesso che non vedi. E non capirai la vita dalla vita che aspetti, così ti perderai un’intera vita. Ma un giorno la stanchezza finirà, l’insonnia finirà, dormirò senza preoccupazioni né paure.

[Foto: A. Al-Khatib]