LA TESTIMONIANZA / ‘Artigiani della pace’, giovani volontari in Cisgiordania: “siamo venuti per stare con i palestinesi che si sentono soffocare”

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Di Antonella Palermo

NABLUS (Cisgiordania) – Seminare piccoli gesti di amore, condivisione, pace, amicizia, presenza. È lo spirito con cui due gruppi di giovani da diverse città italiane, la maggior parte sotto i 25 anni, hanno deciso di recarsi in Terra Santa spendendo parte delle vacanze estive accanto a un popolo che soffre. L’iniziativa, promossa anche quest’anno dall’Associazione Percorsi di Vita in collaborazione con AMO-FME e MAGIS, è guidata in loco dai gesuiti Francesco Cavallini e Giacomo Andreetta e dal professore Davide Di Palma.

Oggi, 8 agosto, è cominciato il secondo dei due turni, ciascuno di due settimane. Il servizio a Betlemme, Nablus e Jenin – il secondo gruppo, di 22 persone, andrà anche a Taybeh – si intreccia con momenti di meditazione e con una rilettura sapienziale quotidiana in chiave ignaziana. “Sono ragazzi che hanno deciso di essere fisicamente presenti e portare il proprio sostegno e la propria vicinanza nei Territori occupati in Cisgiordania sfidando l’annullamento dei voli, la paura e la preoccupazione dovute agli scontri in atto e alla durezza dell’occupazione”, spiega padre Cavallini a Tra Cielo e Terra.

La Tenda delle Nazioni, fattoria gestita dalla famiglia Nassar, accerchiata dagli insediamenti israeliani, i villaggi beduini sostenuti dalle suore comboniane, i campi estivi per bambini organizzati dall’associazione musulmana Human Supporters: sono le realtà in cui i giovani si immergono donando tempo ed energie e ricevendo lenti più efficaci per comprendere lo stato di prostrazione del popolo palestinese.

Particolarmente grato per questa prossimità è il parroco al Santo Redentore, l’unica chiesa cattolica di Jenin, padre Amer Jubran che, attraverso il gesuita bergamasco fa giungere a Tra Cielo e Terra il suo appello: “Chiedo una preghiera molto forte per i nostri cristiani anche nei villaggi attorno al nostro. Che possiamo essere segno di speranza nel buio che ci circonda. Spero che altre parrocchie possano sostenerci. Questi giovani amici dei gesuiti entrano nella realtà che noi viviamo: è un gesto che ci aiuta, pensare che ci sono persone che ci pensano e vengono a cercarci”.

Da due anni a Jenin, il sacerdote originario di Nazaret è la guida pastorale di quasi ottanta famiglie: “Nonostante tutte le difficoltà che riguardano per esempio l’ottenere i permessi per andare a lavorare in Galilea, mi piace questa gente perché intende rimanere in questa Terra Santa. Tanti di loro hanno perso il lavoro, non sanno come comprare le medicine o pagare le spese scolastiche o un intervento in ospedali”.

Giacomo, 35 anni, è manager a Milano. Per lui fare esperienza di questa realtà è l’unico modo per conoscerla. “Mi ha colpito la dignità di queste persone, la capacità di riprendere ogni giorno la costruzione della propria vita, anche se l’occupazione rende difficile qualsiasi programmazione. In particolare, mi ha colpito la testimonianza di un ragazzo che è stato in prigione ingiustamente per un anno, da 80 chili che pesava è arrivato a pesarne 45 e una volta uscito non ha più potuto sposare la sua promessa sposa. Nonostante tutto, la sua grinta lo ha portato a condurre il corso gratuito di giornalismo per ragazzi e ragazze durante il campo estivo”.

Niccolò, 37 anni, da Firenze, è giornalista e racconta di aver molto imparato proprio grazie alla fatica fisica impiegata attraverso cui “si entra più facilmente a contatto con il nostro desiderio spirituale e tutto il superfluo sparisce”. Ringrazia Daoud Nassar che apre le porte del suo presidio di resistenza non violenta in un territorio continuamente a rischio di invasione. Eva, da Bergamo, ha ancora impresse le immagini al check point, dove ti svuotano la valigia e ti sale la rabbia. Sergio, da Genova, è alla sua seconda volta: “Sono voluto tornare per dire a queste persone che c’è qualcuno che non li abbandona, che li guarda e che si mette in moto per rendere più semplice e gustosa la loro vita”.  

E ricorda che era appena arrivato a Nablus quando l’escalation dell’aggressività dei coloni ha scatenato scontri e rappresaglie dell’IdF con vittime e decine di arresti. “L’anno scorso abbiamo vissuto una esperienza simile. Molti hanno avuto paura. È servito per vivere ancora più appieno il nostro servizio. Mi rendo conto che sono moltissime le persone che conosco interessate al tema ma non informate a dovere. E io voglio dedicarmi a portare consapevolezza”.

Anche Luca, 20 anni, ha lo stesso ardore. “A Nablus i bambini sotto i sorrisi nascondono grande paura e rassegnazione. I genitori sanno che da un giorno all’altro potrebbero essere imprigionati o uccisi. Una ragazza mi diceva che il sogno di tanti suoi coetanei è semplicemente di vedere il mare, nonostante sia a solo a una quarantina di chilometri”.

Padre Cavallini raccoglie la sensazione diffusa, a Jenin e a Nablus, di “soffocamento” tra la gente, qualcosa non solo di psicologico ma di fisico. “Vorrebbero poter uscire a cambiare aria e situazione. Le colonie stringono sempre di più, i nuovi insediamenti rendono sempre più circoscritto il margine di manovra dei palestinesi. Oggi la percezione è che il futuro sarà solo peggio. Noi cerchiamo di alleggerire portando un po’ di distrazione ma è dura”.

Wajdi Yaesh, direttore dell’Associazione Human Supporters, fa sapere a Tra Cielo e Terra che è felice della presenza dei volontari italiani. “È molto importante perché porta motivazione, metodologie e attività diverse. I bambini e i volontari imparano anche l’italiano e la cultura italiana. Questo scambio è molto bello soprattutto perché la vita quotidiana sotto l’occupazione israeliana è molto difficile”. Con sede a Nablus, l’obiettivo dell’associazione è migliorare la formazione dei più piccoli, degli adolescenti e delle donne che vivono in comunità svantaggiate ed emarginate: campi profughi, villaggi remoti e il centro storico della città. “Speriamo che i giovani volontari italiani diventino i nostri messaggeri”.

[Foto: I giovani volontari]