LA TESTIMONIANZA / “Hezbollah nacque dopo l’invasione di Israele. Il Libano non rinuncerà a resistere”

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La libanese Rima Al-Azar, esperta di cooperazione internazionale, sarà questa sera alle 19.30, nella basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, tra i partecipanti all’incontro di preghiera per la pace promosso dal Centro missionario diocesano (Cmd) e dall’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Roma, in collaborazione con il Movimento per la Pace Pax Christi, Italia Solidale – Mondo Solidale, Azione Cattolica, Comunità di Sant’Egidio, Cvx Italia e Movimento dei Focolari. Rima offrirà la sua testimonianza raccontando alcune storie inedite del suo Paese stretto, nonostante la tregua tra Israele-Usa e Iran, nella morsa di una tensione altissima e che miete ancora troppi morti. Tra Cielo e Terra l’ha intervistata.

Di Antonella Palermo

Rima, quanto è importante una iniziativa come quella di stasera a Roma e quale sarà il suo contributo?

È molto importante per tenere accesi i riflettori su tutto il Medio Oriente. Io parlerò di tre storie a Beirut e concluderò ogni storia con una preghiera specifica. Il rischio, quando si raccontano le guerre, è raccontarle in astratto. Le storie che porterò riguardano il dramma della violenza psicologica, un aspetto che non è possibile catturare in un video. La guerra non è fatta solo di palazzi che crollano e di vittime che rimangono uccise o ferite nel corpo; c’è tutto un impatto psicologico che, soprattutto in Occidente, non viene ripreso, considerato, che resta invisibile.

A proposito di come raccontare le guerre, ancora una giornalista è morta sul campo, la libanese Amal Khalil, mentre documentava gli ultimi attacchi dell’esercito israeliano…

Il modo in cui è stata uccisa rientra nella tecnica militare che prevede due attacchi consecutivi (double-tap) sullo stesso bersaglio, con il secondo mirato a colpire soccorritori, giornalisti o sopravvissuti. Uccidere una giornalista, con tanto di divisa riconoscibile, va contro le leggi internazionali. Quando è stata ferita da un bombardamento aereo, sono stati impediti i soccorsi. Gli israeliani hanno infatti distrutto la strada, cosa che ha reso difficile arrivare subito sul posto.

La distruzione del ponte di Qasmiyeh, da parte dell’esercito israeliano, e la separazione dell’area a sud del fiume Litani dal resto del Libano potrebbero costituire un crimine di guerra. È quanto ha riferito la Ong Human Rights Watch. Si tratta di operazioni distruttive ben mirate, dunque?

Israele, seguendo una strategia ben precisa, ha fatto saltare tutti i ponti di collegamento del sud del Libano con il resto. Lo fa per non permettere ai civili di tornare nelle proprie case e anche agli aiuti umanitari di essere accessibili. Ci sono villaggi cristiani che si sono rifiutati di evacuare e sono rimasti isolati per diversi giorni e settimane. Completamente isolati. Provvidenzialmente, e tra non poche difficoltà, avevano ricevuto un convoglio di aiuti da monsignor Borgia, il nunzio apostolico. Una settimana fa ero in Libano: uno dei sacerdoti impegnati in queste missioni umanitarie mi raccontava che una donna incinta in uno di questi villaggi è morta e insieme con lei il bimbo che aveva in grembo. Nessuno ha potuto salvarla. Un’altra donna, con una cancrena in un piede, non ha potuto essere curata perché lì gli ospedali non ci sono. Intanto so che la cancrena è avanzata fino alla coscia. Non ho notizie di lei ma spero che ce l’abbia fatta ad uscire da dove si trovava, dalla regione al confine con Israele, proprio là dove il 9 marzo scorso è stato ucciso il padre Pierre El Raii, parroco maronita a Qlayaa. La questione è che l’essere umano non lascia la sua casa facilmente. Per farlo deve essere veramente costretto. Tanto più vale per i libanesi, che hanno visto cosa è successo ai palestinesi quando c’è stata la Naqba, nel 1948 (doveva trattarsi di un esodo temporaneo, poi si è rivelato senza ritorno). Le persone allora preferiscono non uscire di casa invece di andare via. C’è da dire che i cristiani di quei villaggi pensano che, non essendo sciiti, siano protetti, che Israele li risparmierà. Ma il fatto che gli israeliani abbiano ucciso anche il prete mostra che si tratta di una illusione. Di fatto, Israele, adducendo le ragioni di sicurezza, vuole creare una zona cuscinetto completamente dentro il Libano. L’intento è di sfollare tutta la zona di dieci chilometri all’interno del Libano che, seppur piccola, in proporzione rispetto all’estensione del Paese è comunque consistente. È normale, dunque, è un diritto difendere la propria casa e la propria terra.

Quindi Israele vuole annettere il Libano?

Speriamo di no ma la storia mostra, lo ricordo, che Israele dal 1982 al 2000 lo ha già invaso. È in questo periodo che Hezbollah si è costituito, prima non esisteva. Hezbollah è stato creato nell’83, proprio dopo l’invasione. Non si tratta di chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina… Hezbollah è nato dopo l’invasione israeliana. La prima volta che Israele ha invaso il Libano è stato nel 1978 con una operazione che chiamò “Litani”, come il nome del fiume, dove è arrivato oggi. A quell’epoca non c’era Hezbollah e nemmeno c’era ancora stata la rivoluzione iraniana. Nell’82, i contadini del Sud del Libano, sciiti, accolsero i militari israeliani con petali di rosa e riso. Io mi ricordo perché ero in Libano. Lo fecero perché gli israeliani dicevano che i contadini sarebbero stati difesi dai palestinesi che attaccavano Israele dal nord. I contadini, tra due fuochi, sperarono che avrebbero ottenuto la fine delle tensioni e che avrebbero potuto vivere in pace.

Dopo che Arafat fu espulso dal Libano e si rifugiò in Tunisia, Israele, pur non essendoci più i guerriglieri palestinesi, rimase lì rendendo molto difficile la vita a questi contadini. Se cominci a sradicare gli alberi, a installare check-point ovunque, a rallentare il trasporto dei pomodori prodotti in quelle terre, che così arrivano ai mercati ridotti a ketch-up perché rimasti giorni e giorni bloccati sotto il sole, la rabbia nel tempo aumenta. Intanto scoppiò la rivoluzione iraniana e poi ci fu l’imposizione delle sanzioni americane in Iran. Ora, è indubbio che c’è un legame antico e profondo tra gli sciiti libanesi e l’Iran. Tanti sciiti vanno a formarsi in Iran, tanti iraniani parlano l’arabo e viceversa, molti sono i matrimoni tra loro… è un legame culturale, sociale e storico che esiste prima della nascita degli stati del Libano e di Israele. Quindi, è nelle cose che tale rimarrà. È evidente che l’Iran, per rendere la vita difficile agli Stati Uniti, deve mettere pressione sul suo alleato in Medio Oriente, Israele. Come arrivarci? Attraverso gli sciiti. Il terreno fertile che intanto si era creato ha fatto sì che l’Iran abbia cominciato ad armare gli sciiti: così è nato Hezbollah. Questa è storia. Purtroppo, la gente guarda Tik-Tok e non la conosce, la storia.

Come definire allora Hezbollah?

È un partito politico, sociale e militare che fa parte della resistenza libanese che è fatta anche di altri gruppi. Quando c’è il 25-30 percento di sfollati, dove si pensa possano stare queste persone? Nelle zone cristiane, nelle zone druse. E chi si pensa stia aiutando tutte queste persone? Sono gli altri libanesi. Bisogna anche precisare, che gli stessi cristiani sono divisi, non sono tutti contro Hezbollah.

È una pedina debole il Libano?

Sì, certo. Penso che si possa arrivare a un accordo solo quando tutti i poteri dei gruppi che si muovono in Libano, ciascuno appoggiato da un attore esterno, si metteranno d’accordo.

Il presidente francese Macron ha annunciato una conferenza di sostegno per il Libano ritenendo importante attingere a tutti i contributi degli europei. Afferma che sarà anche l’occasione, insieme a Siria, Giordania e altri paesi, per coordinarsi. Secondo lei l’Europa sta facendo abbastanza per la crisi libanese?

I francesi ne hanno fatte tantissime di iniziative del genere, fin dal ‘75. Non vogliono accettare di aver perso la presa sul mondo. Lo dico a livello personale, possono anche organizzarle queste iniziative, magari attivandosi per portare aiuti finanziari alla popolazione, ma se l’Iran e gli Stati Uniti non si mettono d’accordo, non ci siamo.

Cosa pensa della ripartenza dei negoziati a Washington? Ha fiducia?

No. In Medio Oriente, è meglio rimanere pessimisti. Se si dimostra di avere torto, tanto meglio. Se si dimostra di avere ragione, allora si è considerati realisti.

[Foto: Human Rights Watch, Forze armate libanesi]