
LA TESTIMONIANZA / I maroniti libanesi, “il nostro monastero aperto per ospitare gli sfollati dal Sud bombardato. Viviamo di provvidenza, aiutateci ad aiutare”

Di Antonella Palermo
Aprire le porte e garantire un tetto a chi fugge dalle bombe. Lo stanno facendo i monaci della Casa di Maria, nel villaggio di El Mjaydel, nel distretto di Jezzine del Sud del Libano, non lontano da Sidone. A Tra Cielo e Terra parla fratel Joe Nassar, originario della regione del Monte Libano. Illustra le attività del Centro Mary House, una organizzazione umanitaria collegata al monastero, segno vivente di speranza nella comunità, aperto 24 ore su 24 a ogni persona in difficoltà. La guerra sta imponendo un prezzo alto anche a chi, come loro, cerca di garantire un sostegno e un baluardo di carità. All’accompagnamento per famiglie che vivono condizioni di fragilità si è sommata infatti l’urgenza di ospitare i profughi.
“La chiesa è sempre aperta, anche di notte”, racconta il religioso maronita che spiega come si adoperino per le attività con gli ospiti, specialmente con i giovani, sia a livello spirituale che sociale. “Tutto è fatto in totale spirito di gratuità, con totale affidamento alla provvidenza. Si offrono ritiri spirituali e lavoriamo con i bambini del villaggio e della parrocchia. Realizziamo campi estivi per circa 70-80 di loro, aiutiamo un gruppo di giovani a Beirut. Preghiamo insieme il Rosario ogni mercoledì e giovedì e facciamo pellegrinaggi in diverse regioni. Eravamo anche al Giubileo dei Giovani a Roma l’anno scorso”.
“Prima che iniziasse la guerra – prosegue -, stavamo lavorando alla realizzazione di sette camere per ospitare le persone che vengono per ritiri”. Poi, con la crisi bellica, la decisione di aprire completamente e di accogliere circa 35 famiglie. “Quindi al momento vivono da noi 125 persone. Sono tutti sfollati, tutti musulmani. Hanno perso le loro case a causa dei bombardamenti, dei bombardamenti israeliani. E la maggior parte viveva nel sud del Libano, ma non solo all’interno dei villaggi dove ci sono missili in azione”.
Nassar ricorda l’episodio dell’arrivo da loro di una donna incinta: “È entrata in travaglio proprio mentre si trovava nel nostro centro. Così l’abbiamo subito trasferita in ospedale. Era musulmana, non cristiana. Tuttavia, poiché aveva partorito in una comunità cristiana e dato che la parrocchia locale è dedicata a Sant’Elia, ha scelto di chiamare il suo bambino Elijah, (Elia). E non appena il bambino è stato dimesso dall’ospedale, la prima cosa che hanno fatto è stata venire nella nostra chiesa dove hanno ricevuto una benedizione per il bambino. È stata una bellissima esperienza di condivisione tra comunità musulmana e quella cristiana”.
Sono famiglie depresse, quelle che qui stanno trovando riparo, deluse per il fatto che al rientro nei loro centri dopo il primo cessate-il-fuoco, si sono trovate a riuscire di nuovo per via di una precarietà troppo rischiosa. “La situazione è molto critica in alcune zone come Rameh, Sha’in, Idl, vicino al fiume Litani. Tutto quello che possiamo fare in questo momento è pregare e continuare a pregare per la pace in Libano. E nel frattempo, servire i nostri profughi e mostrare loro il vero volto di Gesù. Nonostante la catastrofe che si è verificata, Dio ci dona speranza e luce in questa situazione buia che stiamo affrontando. In che modo? Ci sta dando l’opportunità di amare incondizionatamente, stiamo incarnando Gesù per loro”.
Si tratta ora di offrire un minimo di abitabilità decorosa in spazi che al momento sono rimasti solo parzialmente idonei ad accogliere così tanta gente. C’è bisogno di completare l’installazione di porte e finestre, di lavori di falegnameria ed elettrici.
“Un alloggio non è solo un luogo in cui soggiornare; è un elemento fondamentale per proteggere gli esseri umani, preservarne la dignità e garantire un minimo di sicurezza psicologica e sociale”, scrive in una lettera dal Centro il padre Maroun Massaad che si fa portavoce di un appello al sostegno finanziario. L’aiuto invocato è un investimento anche di lungo periodo. La speranza che nutrono, infatti, è che una volta finita la guerra si possa raggiungere un autosostentamento, superando il ricorso ad aiuti temporanei di emergenza.
Qui il sito del monastero La Maison Mariale
[Foto: Joe Nassar]


