LA TESTIMONIANZA / Cristiani a Gerusalemme, “educare i figli alla pace anche quando tutto spinge nella direzione opposta”

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Pubblichiamo l’intensa lettera-testimonianza da Gerusalemme, sullo scoppio della guerra tra Israele e Iran e sulla situazione delle comunità locali, condivisa da Andre Haddad, direttore nel settore dei pellegrinaggi in Terra Santa, con la Cvx italiana (Comunità di Vita cristiana) e con Tra Cielo e Terra. “Ti chiedi: che vita è questa, in cui non puoi programmare nulla? In cui non puoi pensare al domani? Non è giusto che dei figli crescano così, dentro la paura e l’incertezza”.

Il 28 febbraio era iniziato come una mattina qualsiasi. Avevamo accompagnato le nostre figlie a scuola e ci stavamo dirigendo a Ramallah per visitare mio suocero, molto malato. Dopo il primo checkpoint, alle 8:00 del mattino, è arrivato quel suono che qui tutti conosciamo: l’allarme. Otto minuti per trovare rifugio, ma a Ramallah non c’è rifugio. In quel momento il pensiero corre subito alle figlie. Quindici chilometri di distanza, un checkpoint da attraversare, e solo pochi minuti. Ho fatto l’unica cosa possibile: tornare indietro. Guidare senza fermarmi, passare tutti I semafori in rosso e correre. La telefonata arriva subito: “Papà, dove sei? Vieni a prenderci.” Arrivato dopo 20 minuti quando le ho viste, erano terrorizzate.

E in quel momento ti chiedi: che vita è questa, in cui non puoi programmare nulla? In cui non puoi pensare al domani? Non è giusto che dei figli crescano così, dentro la paura e l’incertezza.

Da settimane viviamo chiusi in casa. Tutto è fermo: scuole, lavoro, vita sociale. Solo il necessario resta aperto. I nostri figli studiano da remoto, come già durante il Covid, come già durante altre guerre. Una generazione cresciuta nell’emergenza: che futuro stiamo consegnando loro?

Essere genitori qui significa qualcosa di più: non solo proteggere dai pericoli, ma custodire il cuore dei propri figli, i loro pensieri, la loro speranza. Significa spiegare l’inspiegabile, rassicurare quando anche tu hai paura, restare presenti quando tutto intorno vacilla. A volte ci fanno domande semplici e profondissime: “Perché succede?” “Quando finirà?”

Norel, che ha 11 anni, ci ha chiesto: “Perché Dio non interviene? Non è un Padre?”, Non è facile rispondere. Eppure è proprio qui che ritorna il Vangelo. Sulla croce, Gesù non reagisce con violenza, non fugge dalla sofferenza. Pronuncia solo queste parole: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. È l’abbandono totale. È la fiducia, quando non restano più certezze umane. È la stessa fiducia di San Giuseppe, che ha custodito senza comprendere tutto, che ha protetto senza avere tutte le risposte.

Anche noi oggi siamo chiamati a questo: custodire, restare, affidarci. In questo contesto, essere cristiani non è teoria. È una scelta concreta: non cedere all’odio, non rispondere alla violenza con altra violenza, educare i figli alla pace anche quando intorno tutto spinge nella direzione opposta.

Nostra figlia Ciel, 14 anni, lo vive sulla sua pelle. Quando dice ai compagni: “Il nostro Dio è un Dio di pace”, viene presa in giro. Ma continua a dirlo, con coraggio: “L’ultima parola sarà di Dio.” Questo è essere testimoni oggi.

L’esodo continua, soprattutto nella comunità cristiana: sempre più famiglie lasciano questa terra per la mancanza di sicurezza, stabilità e futuro per i figli. Anche nella nostra casa questa domanda è quotidiana: papa’ quando ci ne andiamo via di qui ? Eppure, in mezzo a tutto, io e mia moglie sentiamo ancora una chiamata a rimanere. Rimanere nonostante tutto, perché crediamo che proprio da questa terra ferita possa nascere una testimonianza diversa: scegliere ogni giorno la pace, anche dentro il conflitto. Accanto alla guerra, cresce anche un’altra ferita: quella economica.

Molte famiglie hanno perso quasi tutto in questi ultimi anni. Dopo gli eventi recenti, la situazione è diventata ancora più difficile, soprattutto per le minoranze. Sempre più persone faticano a coprire i bisogni essenziali: cibo e cure. In questo tempo di Quaresima, che ci richiama al digiuno, alla preghiera e alla condivisione, siamo invitati a riscoprire il valore concreto della carità. Attorno a noi vediamo segni forti di solidarietà: nella comunità ebraica che sostengono le famiglie distribuendo buoni spesa, offrendo un aiuto reale a chi è nel bisogno. Davanti a questo, nasce una domanda semplice e urgente: possiamo fare lo stesso anche per le famiglie cristiane più fragili e isolate? Questo ci aiuta a camminare insieme. Anche un piccolo gesto può fare la differenza. Può diventare cura, protezione, speranza.

Come San Giuseppe ha custodito ciò che Dio gli ha affidato, così anche noi possiamo custodirci gli uni gli altri. In mezzo a tutto questo, resta una certezza: non siamo soli. La fede non cancella la fatica, ma le dà un senso. In questo buio la vostra presenza ci dona una luce che non si spegne.

Con gratitudine e speranza, continuiamo il cammino di quaresima uniti nella preghiera,

Andre Haddad

[Foto: Istituto Euro-arabo di Mazara del Vallo]