L’accordo “storico” sul disarmo di Hamas non convince gli analisti israeliani: “un inganno”

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L’annuncio del presidente Usa Donald Trump di uno «storico accordo» per il disarmo di Hamas ha messo d’accordo gli analisti israeliani. Il giudizio, trasversale e con sfumature diverse, è di netto scetticismo: ciò che è stato concordato non sarebbe un vero disarmo, e il gruppo terroristico punterebbe soprattutto a sopravvivere prendendo tempo.

«L’ennesimo inganno»

Il tono più tranchant è quello di Omri Haim, giornalista del Canale 14, l’emittente più vicina al primo ministro Benjamin Netanyahu, che liquida l’intesa come «l’ennesimo inganno dell’organizzazione assassina». Il punto, sottolinea, è che «non si tratta di disarmo, bensì dello stoccaggio delle armi in altre mani palestinesi», con un meccanismo che manterrebbe i terroristi di Hamas dentro gli apparati di governo della Striscia. «Hamas non si disarma, non lascerà Gaza di sua iniziativa», scrive Haim, ma propone di arretrare «solo in apparenza e solo temporaneamente per rafforzarsi, fino al prossimo massacro».

Sulla stessa linea Nurit Yohanan, corrispondente per il mondo arabo e palestinese del Times of Israel, che spiega il calcolo di fondo: per Hamas è molto più facile cedere le armi a un ente palestinese che distruggerle o consegnarle a una forza internazionale, perché di quell’ente potrà «agevolmente prendere il controllo» in futuro, così da mantenere di fatto gli armamenti sotto la propria influenza. Stesso schema, avverte Yohanan, si ripeterebbe sul fronte civile. L’accordo prevede che il governo della Striscia passi a una commissione tecnocratica palestinese, chiamata a subentrare a Hamas nella gestione amministrativa. Ma «decine di migliaia di funzionari negli uffici rimarranno al loro posto sotto la commissione tecnocratica e questo renderà molto più difficile sostituire davvero» il gruppo terroristico.

La trappola di al-Hayya

Jacky Hugi, caporedattore per gli affari arabi della radio dell’esercito, aggiunge un tassello. Secondo due fonti non israeliane a lui vicine, Hamas avrebbe effettivamente accettato di consegnare le armi al governo di esperti palestinese, lasciandole però a Gaza: un progresso, concede Hugi, ma da accompagnare con «un asterisco».

La sua ipotesi è che Hamas abbia detto sì non per attuare l’intesa, ma «nella consapevolezza che Israele rifiuterà», così da addossare a Gerusalemme l’accusa di ostruzionismo. Una mossa che attribuisce a Khalil al-Hayya, nuovo capo dell’ufficio politico, «una volpe politica» alla guida di «un’organizzazione combattente», di cui dubita che accetti davvero di disfarsi delle armi. Hugi è anche critico del governo Netanyahu per la mancanza di trasparenza, che non rende conto all’opinione pubblica di quanto accade dietro le quinte, «come nel caso libanese e in quello siriano».

«Nessuna alternativa migliore»

Più articolata la posizione di Amir Tibon, firma di Haaretz e sopravvissuto con la famiglia all’attacco del 7 ottobre nel kibbutz Nahal Oz. Anche lui si dice «molto scettico» sulla piena attuazione, ma rovescia la domanda: quali sono le alternative? Per Tibon l’accordo va inquadrato nella campagna di Trump per collezionare «vittorie e successi» in vista delle elezioni di novembre negli Stati Uniti, un successo che tutte le parti coinvolte, da Hamas a Netanyahu fino a Qatar, Egitto, Emirati e Turchia, hanno interesse a regalargli.

Alla base di ogni decisione di Hamas, osserva il giornalista, c’è un calcolo semplice: poter dire «abbiamo compiuto l’attacco più letale e umiliante contro Israele dall’inizio del conflitto, e siamo sopravvissuti come movimento e organizzazione per raccontarlo». Eppure anche solo scalfire quella «torbida realtà post-bellica», in cui il gruppo terroristico è tornato a reclutare migliaia di combattenti, conserva il proprio arsenale e controlla «il 99 per cento della popolazione di Gaza», raccogliendo parte delle armi e aprendo alla ricostruzione sotto un governo non guidato da Hamas, «è meglio».

Significa però ammettere che Israele, sotto questo governo, «non è riuscito a smantellare Hamas» già prima dell’intesa. Tornare in guerra sulla stessa promessa fallita di «farla finita», mai mantenuta «dopo tre lunghi anni», sarebbe stato «suicida» senza il pieno sostegno americano, che Trump «per buone ragioni» non può garantire dopo l’esperienza amara di Iran e Libano.

La chiusura è personale. La figlia di sei anni tornerà a scuola al confine con Gaza tra un mese, mentre la famiglia ricostruisce la casa dove Hamas cercò di ucciderli. Negli anni, conclude Tibon, hanno imparato a diffidare dei «prematuri annunci di vittoria», che spesso «crollano sotto le realtà ciniche del conflitto». Eppure «non vedo un’alternativa migliore al Piano in 20 punti» con la speranza che l’intesa riesca «anche solo in parte» e porti «un periodo di quiete».

«Win-win»

A rompere il fronte scettico è un editoriale di Moshe Cohen-Eliya, costituzionalista e firma della testata Walla, che rovescia la prospettiva. Oggi, ricorda, Israele controlla il 73% della Striscia di Gaza e a Hamas si chiede di accettare disarmo, smantellamento dei tunnel e abbandono del governo. Certo, ammette Cohen-Eliya, «Hamas senza armi non è più Hamas», ed è difficile credere che rinunci di sua volontà «alla propria stessa esistenza». Ma proprio per questo, sostiene il costituzionalista, Israele è in posizione «win-win»: se il gruppo si disarma davvero «è una vittoria totale»; se invece «mente e viola l’accordo», Israele resta in una posizione di ampio controllo, «con libertà d’azione e la legittimità di continuare a smantellare la minaccia». 

[Fonte e Foto: Moked/Pagine Ebraiche]