L’appello dei sopravvissuti alla Shoah, “basta divisioni nel popolo ebraico”

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«Il Tempio fu distrutto a causa dell’odio gratuito. Oggi dobbiamo moltiplicare l’amore gratuito». È l’appello del sopravvissuto alla Shoah Avraham Blau alla vigilia del 9 di Av, il giorno del calendario ebraico dedicato al ricordo della distruzione del Primo e del Secondo Tempio di Gerusalemme. 85 anni, oggi residente a Bnei Brak, Blau è stato intervistato dalla testata ebraica americana JNS insieme a Dvora Weinstein e Rina Akselbrad, entrambe scampate da bambine allo sterminio degli ebrei d’Europa e residenti in Israele.

Tre storie diverse – rilanciate dal portale Moked/Pagine Ebraiche -, unite dalla stessa preoccupazione: le divisioni che attraversano lo Stato e il popolo ebraico. Per Blau rappresentano una minaccia più grave dei nemici esterni. «La divisione all’interno del popolo ebraico mi preoccupa più della minaccia iraniana», afferma. Nato in Ungheria durante la guerra, sopravvisse nel ghetto di Budapest nonostante la fame e le violenze degli aguzzini nazisti: aveva quattro anni quando fu liberato, e racconta di essere stato prossimo a morire. In seguito fece l’aliyah, si arruolò nella Brigata Nahal, combatté nelle guerre d’Israele e per oltre quarant’anni lavorò come insegnante, preside e ispettore scolastico.

A colpirlo, racconta, è stato un episodio avvenuto poche settimane fa durante un viaggio all’estero. Vedendo un anziano ebreo, si era avvicinato per offrirgli aiuto, ma l’uomo lo aveva respinto perché haredi. «Non mi sono arrabbiato con lui. È l’odio tra fratelli che esiste tra noi a preoccuparmi profondamente».

Blau non considera però la frattura irreparabile. «Abbiamo costruito e raggiunto moltissimo, nel mondo della Torah e in quello della scienza. Nessun altro popolo avrebbe potuto farlo». Finché la candela arde, sostiene, è ancora possibile riparare. A condizione che ciascuno si assuma la propria responsabilità e cerchi un legame con la tradizione e con il resto del popolo ebraico.

Altrettanto preoccupata è l’analisi di Dvora Weinstein. «La divisione interna è il nostro pericolo più grande», dichiara a JNS. Nata nel 1936 in Bessarabia-Bucovina, durante la Shoah marciò con la famiglia per mesi al gelo e perse molti parenti.

Arrivò in Israele nel 1948 e trascorse l’infanzia in un campo di transito, circondata da ebrei provenienti da ogni parte del mondo. «Non sempre ci capivamo, ma vivevamo insieme. La vita era difficile, però sapevamo che le nostre esistenze dipendevano le une dalle altre». Era la responsabilità reciproca, ricorda Weinstein, il valore su cui venne costruito Israele. Un valore che, a suo giudizio, nell’ultimo decennio è stato progressivamente perduto.

«Oggi ci troviamo nella stessa situazione della distruzione del Tempio. Una persona odia l’altra e non siamo più capaci di trovare un linguaggio comune». Dopo l’assassinio nel 1995 del primo ministro Yitzhak Rabin, osserva Weinstein, Israele riuscì con grande fatica a ricomporre la frattura. Ora invece teme che le divisioni siano troppo profonde, accompagnate da una violenza sempre più pericolosa.

Weinstein si rivolge soprattutto alle giovani generazioni. «Non date per scontato lo Stato d’Israele. Non cercate un secondo passaporto. Restate in questo Paese e combattete per difenderlo». Lo Stato ebraico, spiega, è la ragione per cui è rimasta viva: durante la Shoah, quando era vicina alla morte, la madre le ripeteva che doveva resistere per raggiungere un giorno la Terra d’Israele.

Rina Akselbrad guarda invece anche a ciò che accade fuori dal Paese. Nata in Polonia nel 1933, perse il padre e il nonno nelle fucilazioni di massa e sopravvisse con la madre nascondendosi per 18 mesi in una fossa sotterranea. Dopo la guerra fece l’aliyah, servì nell’esercito e lavorò come maestra d’asilo. «Paesi che un tempo sostenevano Israele oggi lo condannano apertamente e senza empatia», commenta. Le manifestazioni contro lo Stato ebraico e il ritorno dell’antisemitismo la destabilizzano. «In passato viaggiavamo all’estero orgogliosi di essere israeliani. Oggi sentiamo di doverlo nascondere».

Sulle divisioni interne è la più ottimista. «Sono certa che sapremo mettere da parte i nostri contrasti quando la leadership agirà contro le divisioni. La responsabilità ricade su ciascuno di noi. È nelle nostre mani». «Amate il Paese, amatevi gli uni con gli altri», conclude Akselbrad. E rispettate il precetto: «Ama il prossimo tuo come te stesso».

[Fonte e Foto: Moked/Pagine Ebraiche]