L’avanzata degli huthi nello Yemen

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Dopo essersi impossessati della città di Mokha il 10 settembre, i miliziani sciiti huthi hanno lanciato una rapida offensiva lungo la costa yemenita del mar Rosso e il giorno dopo hanno preso il controllo dello stretto strategico di Bab el Mandeb, che collega l’Europa all’Asia. Di fronte alle inquietudini suscitate dall’operazione - rileva Francesca Gnetti nella Newsletter di Internazionale -, il gruppo filoiraniano ha cercato di tranquillizzare la comunità internazionale, affermando che la navigazione nel passaggio marittimo è sicura per tutte le imbarcazioni tranne quelle legate al suo vicino rivale, l’Arabia Saudita.

L’articolo di L’Orient-Le Jour che viene pubblicato nel prossimo numero di Internazionale sottolinea come Riyadh, che già deve fare i conti con le turbolenze causate dalla chiusura dello stretto di Hormuz a est, è minacciata ora dalla presenza yemenita che incombe a ovest e si ritrova intrappolata “in un triangolo sempre più scomodo”. In attesa di capire come evolverà la situazione ecco di seguito qualche informazione di contorno e una ricapitolazione degli avvenimenti che hanno portato alla crisi in corso (le fonti sono Reuters, Guardian, Al Jazeera, Anadolu Ajansı e Le Monde).

Perché lo stretto di Bab el Mandeb è importante

In arabo Bab el Mandeb significa “porta delle lacrime” a causa delle forti correnti e dei venti che rendono difficile e pericolosa la navigazione. Si trova all’estremità meridionale del mar Rosso, sul lato opposto della penisola arabica rispetto allo stretto di Hormuz. Divide lo Yemen da Gibuti ed Eritrea, sulla costa africana, e collega il golfo di Aden e il mar Arabico con il mar Rosso e il canale di Suez, che si trova alla sua estremità settentrionale ed è un passaggio fondamentale per unire i mercati asiatici ed europei.

È punteggiato da alcune isole: Perim (Mayyun in arabo), l’arcipelago delle Hanish (di cui fanno parte due isole maggiori: Grande Hanish e Piccola Hanish) e Zuqar. Il controllo di queste isole garantisce una visuale dominante sulle imbarcazioni di passaggio. Nel suo punto più stretto Bab el Mandeb misura 29 chilometri di larghezza. Il traffico marittimo è diviso in due canali, uno in entrata e uno in uscita. A separarli è Perim, che si trova al centro: un canale passa tra l’isola e lo Yemen, l’altro dal lato africano. Su questa rotta transitano materie prime e merci – come manufatti, prodotti agricoli, cereali, fertilizzanti, componenti per veicoli ed elettronica – per raggiungere il canale di Suez, che nel 2023, prima che la regione sprofondasse nel caos, gestiva tra il 12 e il 15 per cento del commercio mondiale e circa il 22 per cento del traffico marittimo di container.

Una eventuale interruzione del traffico marittimo nello stretto costringerebbe le navi a deviare verso il capo di Buona Speranza, in Sudafrica, aggiungendo almeno due settimane al tempo del viaggio e costi significativi dovuti al maggiore consumo di carburante e all’aumento delle assicurazioni e dei salari degli equipaggi, che potrebbero ricadere sui produttori e sui consumatori. La rotta è già stata messa a rischio dopo che gli huthi hanno cominciato ad attaccare le navi mercantili nel mar Rosso in solidarietà con i palestinesi di Gaza che subivano l’offensiva israeliana lanciata dopo il 7 ottobre 2023.

La centralità del passaggio è diventata evidente in seguito alla chiusura dello stretto di Hormuz a causa della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Da Hormuz, che si trova tra l’Iran e l’Oman, passava tra il 20 e il 25 per cento del greggio trasportato via mare e una quota equivalente di gas naturale liquefatto (gnl). La drastica riduzione del traffico attraverso questo passaggio ha spinto Riyadh a deviare le imbarcazioni verso Bab el Mandeb. Di conseguenza, i flussi di greggio e prodotti petroliferi che lo attraversano sono passati da 5,4 milioni di barili al giorno nell’ultimo trimestre del 2025 a 8,1 milioni al giorno nel secondo trimestre di quest’anno.

Gli huthi e la guerra nello Yemen

Il movimento militare, politico e religioso si è affermato nel nord dello Yemen negli anni novanta con l’obiettivo di ridare forza allo zaidismo, una variante dell’islam sciita, che un tempo era dominante nella zona. In quel periodo la regione intorno a Saada, una città al confine con l’Arabia Saudita e roccaforte degli huthi, era impoverita e trascurata dal governo yemenita, cosa che ha acceso il risentimento della popolazione locale. Dopo la rivoluzione che nel 2011, sull’onda delle primavere arabe, ha destituito il presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da trentatré anni, c’è stata una serie di cambiamenti nell’assetto del potere. Continuando a sentirsi esclusi gli huthi hanno conquistato la capitale Sanaa nel gennaio del 2015, costringendo il governo a fuggire e rifugiarsi nella città meridionale di Aden.

Da allora lo Yemen è spaccato in due: la parte nord è rimasta in mano agli huthi, mentre il sud è controllato dal governo sostenuto dalla comunità internazionale. Temendo la crescente influenza iraniana nello Yemen e il caos ai propri confini, all’inizio del 2015 l’Arabia Saudita ha guidato un intervento militare contro gli huthi per ripristinare il governo e rilanciare il piano di transizione. Ne è seguita una guerra civile che ha portato ad anni di aspri combattimenti e devastanti attacchi aerei dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati della coalizione, tra cui gli Emirati Arabi Uniti. Dal 2022 è in vigore un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite.

Nel tempo sono emerse delle divergenze tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sostenevano fazioni yemenite rivali. Abu Dhabi ha appoggiato i separatisti del Consiglio di transizione del sud (Stc), che hanno fatto di Aden la loro base. Alla fine del 2025 l’Stc ha annunciato di voler creare uno stato nel sud dello Yemen, dove tra il 1967 e il 1990 esisteva una repubblica indipendente, e ha preso il controllo di ampi territori, in seguito riconquistati dalle forze governative sostenute dall’Arabia Saudita.

La guerra nello Yemen è stata considerata il terreno di uno scontro più ampio tra l’Arabia Saudita e l’Iran, vicino agli huthi. I miliziani appartengono a quello che viene chiamato asse della resistenza, composto dai gruppi che si oppongono a Israele e sono sostenuti da Teheran, tra cui Hamas, la Jihad islamica palestinese, il movimento libanese Hezbollah, alcune fazioni filosiriane e milizie sciite irachene. I rapporti con l’Iran sono tuttavia più sfumati rispetto agli altri gruppi: gli huthi non riconoscono il leader supremo iraniano come loro autorità religiosa e le loro ambizioni sono considerate più che altro nazionali, anche se sono ideologicamente allineati con Teheran.

Cosa è successo nelle ultime settimane

All’inizio di settembre gli huthi hanno lanciato un’offensiva per avanzare nelle zone che costeggiano lo stretto di Bab el Mandeb. Si è trattato della più grave escalation dal 2022, ma il cessate il fuoco tra huthi e Arabia Saudita era già a rischio da luglio a causa di una serie di scontri. L’8 settembre le forze governative hanno lanciato una controffensiva per colpire gli huthi e riconquistare la capitale Sanaa. Lo stesso giorno gli huthi hanno attaccato obiettivi economici e militari in Arabia Saudita, provocando 73 feriti. Riyadh a sua volta ha colpito varie volte il paese vicino.

Il 10 settembre gli huthi si sono impossessati di Mokha, una città portuale considerata il luogo di nascita del commercio mondiale del caffè, e il giorno dopo hanno preso il controllo dello stretto di Bab el Mandeb. Inoltre hanno preso di mira le infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita, che ha nuovamente colpito lo Yemen. L’11 settembre è stato attaccato con i droni anche l’oleodotto Est-Ovest, una via fondamentale attraverso la quale Riyadh esporta il greggio aggirando il blocco di Hormuz. L’oleodotto è stato chiuso temporaneamente.

L’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha avvertito ieri che la ripresa dei combattimenti dall’inizio di settembre ha provocato la morte di centinaia di persone e ne ha costrette altre centomila a lasciare le loro case. Almeno 2.400 di loro, tra cui soprattutto donne, bambini e anziani, hanno intrapreso la pericolosa traversata via mare per raggiungere Gibuti. Dal 2014 la guerra ha ucciso almeno 150mila yemeniti e ha provocato una catastrofe umanitaria, con 4,5 milioni di sfollati e più di 18 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria.

[Fonte: Internazionale; Foto: American Enterprise Institute -AEI]