L’Egitto nel Board of Peace di Trump, occasione per ricostruire Gaza o trappola diplomatica?

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La partecipazione egiziana al Board segna una fase cruciale per la stabilità regionale. Tra la mediazione nel conflitto palestinese, le tensioni sulla diga GERD in Etiopia e il ripristino degli aiuti militari americani, il Cairo cerca di ridefinire la propria influenza strategica sotto la pressione degli USA. Ne riferisce Nigrizia, la rivista dei Missionari Comboniani.

Il primo ministro egiziano Mostafa Madbouly, insieme al ministro degli Esteri Badr Abdelatty, hanno preso parte alla prima riunione, lo scorso 19 febbraio a Washington, del Board of Peace, il controverso Consiglio guidato a vita e con diritto di veto dal presidente USA Donald Trump, che dovrà monitorare la fase di ricostruzione della Striscia di Gaza dopo il genocidio che è costato la vita ad almeno 72mila palestinesi.

Il Board include tra gli altri il Segretario di stato americano Marco Rubio, l’ex premier britannico Tony Blair, il genero di Trump, Jared Kushner, e il negoziatore USA Steve Witkoff.

L’Egitto nel Board of Peace 

L’Egitto è uno degli otto paesi a maggioranza musulmana, con Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Pakistan e Indonesia, a partecipare al Board che conta 27 stati membri.

Lo scorso novembre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha assicurato il disco verde al Board of Peace per monitorare l’implementazione della tregua a Gaza fino al 2027.

La partecipazione egiziana, in seguito all’invito di Trump, è essenziale per assicurare che venga avviata, dopo l’accordo per il cessate il fuoco firmato lo scorso ottobre a Sharm el-Sheikh, la seconda fase della tregua a Gaza.

L’Egitto ha assunto un importante ruolo di mediazione dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, sebbene si sia mostrato troppo spesso allineato agli interessi israeliani nel conflitto, piuttosto che a una posizione equilibrata che prendesse in considerazione anche le richieste dei palestinesi.

Non solo, la tregua raggiunta lo scorso ottobre dopo due anni di genocidio, con Gaza sotto assedio, la continua malnutrizione dei bambini gazawi, i crimini di guerra israeliani documentati, è stata continuamente violata con oltre 600 palestinesi uccisi dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco.

La posizione egiziana 

Sicuramente il Cairo ha incassato lo stop al piano di deportazione dei gazawi nel Sinai che è stato paventato a più riprese dall’esercito israeliano (IDF). E così Madbouly ha potuto sottolineare come la partecipazione egiziana al Board rifletta il ruolo di lungo corso del Cairo nel favorire la stabilità regionale.

I diplomatici egiziani hanno anche sottolineato la contrarietà di Trump all’eventualità che Israele annetta i territori occupati in Cisgiordania per giustificare il pieno sostegno alle iniziative statunitensi nella regione.

In realtà la presenza delle colonie in Cisgiordania, e la loro estensione in seguito a nuove normative senza precedenti che permettono il sequestro di terre palestinesi, senza permessi né licenze, in discussione a Tel Aviv, insieme agli insediamenti a Gerusalemme Est, all’occupazione delle Alture del Golan e all’assedio di Gaza, rendono impossibile la creazione di uno stato palestinese.

Egitto e ricostruzione 

Trump ha annunciato alla vigilia dell’incontro di Washington che i membri del Board hanno promesso 5 miliardi di dollari, che dovrebbero arrivare da Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, per la ricostruzione di Gaza e l’invio di 8mila soldati per formare la cosiddetta Forza di stabilizzazione internazionale che avrà lo scopo di mantenere la sicurezza nella Striscia. Non è ancora chiaro quali paesi vi prenderanno parte e a quali condizioni.

Abdelatty ha più volte criticato le “misure illegali” israeliane in Cisgiordania, sottolineando come spingono all’escalation e minano all’unità territoriale palestinese. La posizione ufficiale del Cairo è che IDF deve ritirarsi anche dalle aree occupate a Gaza tra la cosiddetta “linea gialla” e i confini della Striscia.

In realtà l’Egitto ha permesso la chiusura permanente del valico di Rafah impedendo a feriti e aiuti umanitari di entrare e uscire dalla Striscia. Solo pochi giorni fa si è registrata la riapertura completa del valico per il passaggio di aiuti fondamentali per superare la grave crisi umanitaria ancora in corso nella Striscia.    

Le critiche al Board 

Il Board of Peace è stato accusato di rappresentare un organismo dai caratteri post-coloniali nella completa assenza di una partecipazione attiva palestinese. Non solo, nasconderebbe il vero obiettivo di Trump di realizzare a Gaza la cosiddetta “Riviera del Medioriente”, in altre parole un progetto immobiliare che trasformi la Striscia in un’attrazione turistica sul modello dei paesi del Golfo.

Per questo, in più occasioni le autorità egiziane hanno puntato sul riconoscimento del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), organo tecnico che include l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (PLO), per gestire la fase di transizione politica nella Striscia che porti al passaggio di consegne all’Autorità nazionale palestinese, nonostante la contrarietà delle autorità israeliane.

Il Board dovrebbe anche occuparsi del disarmo di Hamas che però potrebbe dover consegnare solo gli armamenti pesanti e mantenere in dotazione kalashnikov e fucili mitragliatori.

I malumori egiziani 

Nonostante lo show di Sharm el-Sheikh, i rapporti bilaterali tra Stati Uniti ed Egitto non sono idilliaci come durante il primo mandato di Trump, quando il presidente USA definì al-Sisi, come il suo «dittatore preferito».

Il presidente egiziano ha più volte rinviato, l’ultima nel dicembre scorso, una visita a Washington proprio per la continua incertezza sulla tenuta della tregua a Gaza.

Se il Cairo ha incassato il completo ripristino degli aiuti militari USA all’Egitto, pari a 1,3 miliardi di dollari all’anno, le principali preoccupazioni di al-Sisi sono legate alla realizzazione da parte dell’Etiopia della Grande diga della rinascita (GERD), entrata in funzione lo scorso settembre.

E così per sugellare il ripristino degli ottimi rapporti con gli USA, in occasione del World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio, al-Sisi ha chiesto a Trump di fermare il progetto etiope.

«Hanno costruito una diga, anche con i soldi USA. L’Egitto ora non riceve più l’acqua che riceveva da un milione di anni. All’improvviso il flusso d’acqua è bloccato da una diga gigantesca, non ne sarei contento», aveva dichiarato il tycoon facendosi portavoce delle preoccupazioni, per molti ingiustificate, dell’Egitto di al-Sisi.

«Cercherò di far incontrare il presidente egiziano con il premier dell’Etiopia Abiy Ahmed per raggiungere un accordo», aveva aggiunto in quell’occasione Trump, in seguito smentito da Addis Abeba in merito ai ventilati finanziamenti americani per la costruzione della diga.

L’Egitto è un paese essenziale per dare credibilità al Board of Peace, boicottato dai paesi europei, dal Vaticano e duramente criticato da molti organismi internazionali. Tuttavia, restano molte le incognite sia per il successo dell’iniziativa, sia in merito ai rapporti egiziani con l’Etiopia e al ruolo di possibile mediazione statunitense.

Sarà necessario valutare nei prossimi mesi quale ruolo avrà il Cairo sia nel favorire l’operato del comitato tecnico per la transizione a Gaza, sia nella Forza di stabilizzazione che dovrà garantire la sicurezza della Striscia.

[Fonte: Nigrizia; Foto: White House/Flickr]