Libano: lo spettro della guerra, il passo falso di Geagea

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Il confronto regionale tra Israele e Asse della Resistenza sta aggravando la già molto precaria situazione del Libano. Il Paese – il cui parlamento ha rinviato per il terzo anno di fila le elezioni municipali – sta riscontrando crescenti difficoltà nel gestire il fenomeno dei siriani in fuga dalla guerra civile. Probabilmente, come riporta The New Arab, il flusso è destinato ad aumentare, mentre si stanno verificando tagli agli aiuti finanziari offerti da governi e donatori privati alle organizzazioni umanitarie. Le conseguenze sono già visibili: sempre più siriani cercano di lasciare il Libano per raggiungere l’isola di Cipro, fatto che ha spinto le autorità locali a rifiutare le domande di richiesta di asilo. Per questo motivo, l’Unione Europea è intervenuta a sostegno del Paese levantino: giovedì 2 maggio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente cipriota Nikos Christodoulides hanno avuto un incontro a Beirut con il primo ministro libanese Najib Miqati, concordando un pacchetto di aiuti europei del valore di oltre un miliardo di euro per far fronte alla gestione dei flussi migratori.

Le Monde sottolinea inoltre come il Libano risenta ancora degli effetti  dell’affaire Sleiman (ne avevamo parlato qui), membro del partito cristiano Forze Libanesi (FL) assassinato in circostanze misteriose da una banda armata siriana probabilmente affiliata al movimento paramilitare sciita Hezbollah. L’omicidio ha alimentato il risentimento, e talvolta l’odio, di alcuni cittadini libanesi nei confronti dei migranti: «è sorta una nuova onda di ostilità contro i siriani. Dopo la grave crisi economica del 2019, che ha provocato un impoverimento senza precedenti, la ripresa dell’immigrazione e uno stress cronico, la massiccia presenza dei rifugiati ha dato luogo a tensioni ricorrenti che si esprimono all’interno delle diverse comunità del Libano multiconfessionale».  

Drastici i rimedi proposti da Samir Geagea in un’intervista all’Associated Press. Il leader delle Forze Libanesi ha invitato Hezbollah a «ritirarsi dalle aree al confine con Israele» cedendo le postazioni frontaliere all’esercito nazionale, visto che «nessuno ha il diritto di controllare il destino di un Paese e della sua popolazione ed Hezbollah non è il governo libanese. E per quanto riguarda i siriani, Geagea propone la loro espulsione dal Paese, seguendo l’esempio del Regno Unito, che ha appena approvato una legge per deportare alcuni richiedenti asilo in Ruanda («dovremmo dire loro: tornatevene nel vostro Paese. La Siria esiste»). Tuttavia, come osserva la testata libanese L’Orient-Le Jour, rimpatriare i siriani sarebbe tutt’altro che semplice: «Assad controlla tutto» e impedisce il rientro dei migranti, che sono «in gran parte sunniti e ostili al regime»; il fatto, poi, che Damasco sia sotto sanzioni internazionali e non abbia canali diplomatici diretti con l’Occidente complica ulteriormente le procedure di rimpatrio.

Infine, specifica la testata in un altro articolo, occorre prestare attenzione alla (confusa) terminologia giuridica applicata ai migranti: fino al 2014 le autorità solevano considerarli dei “rifugiati” ma, con l’intensificazione del fenomeno migratorio, hanno cominciato a utilizzare il termine nazihiyin, «che significa indistintamente sia “sfollato” che migrante”. Ampiamente usato nell’ambito politico-mediatico, questo appellativo, dalla connotazione peggiorativa, non è adatto a descrivere una situazione del genere: lo “sfollato” è chi viene esiliato all’interno del proprio Paese». Anche la parola “rifugiati” (laji’yin) viene usato poco, in quanto «risveglia dolorosi ricordi», venendo associato alla presenza palestinese e alla guerra civile libanese combattuta tra il 1975 e il 1990.     

Sempre L’Orient-Le Jour precisa che le dichiarazioni di Geagea si inseriscono all’interno di un progetto politico più ampio esposto nella città di Meerab, sede delle Forze Libanesi, il cui ambizioso obiettivo consiste(va) nel creare un ampio fronte anti-Hezbollah «riunificando le fila dell’opposizione» e ripristinando la sovranità nazionale nel sud del Paese sulla base della risoluzione Onu numero 1701 del 2006. Il “meeting di Meerab”, come è stato ribattezzato dalla stampa, si è però rivelato un clamoroso insuccesso o, meglio, un «passo falso».

Tanto per cominciare, le aspettative delle FL sono state disattese dall’assenza dei «grandi nomi dell’opposizione», che hanno deciso di disertare l’appuntamento; tra gli esponenti politici che hanno fatto mancare l’appoggio a Geagea spiccano Sami Gemayel, capo delle Falangi Libanesi, un altro partito cristiano-maronita, e Walid Jumblatt, ex leader del Partito Socialista Progressista. «Non basta avere il più grande gruppo parlamentare per intestarsi la leadership degli anti-Hezbollah – commenta L’Orient-Le Jour. Invece di ricompattare i ranghi dell’opposizione in un momento in cui si determina il destino del Paese e della regione, il meeting di Meerab ha portato alla luce del sole i dissensi facinorosi di questo campo. È un altro passo falso di fronte al bulldozer politico e militare [Hezbollah] che non risponde agli appelli di porre fine ai combattimenti nel sud».

(Questo articolo di Mauro Primavera è stato pubblicato sul sito della Fondazione Oasis, al quale rimandiamo; Photo Credits: Flickr - CC BY-NC-SA 2.0 DEED)