L’INTERVISTA / Deputato cristiano del sud del Libano, “né Israele né nessun altro Paese può annettersi i nostri territori”

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Il dottor Elias Jrade, chirurgo oftalmico, originario del sud del Libano, è un deputato progressista e indipendente del Parlamento di Beirut. Laureato ad Harvard, cristiano, appassionato di agricoltura, è molto amato nella sua comunità. A pochi giorni dall’arrivo di papa Leone XIV nel “Paese dei Cedri” (30 novembre-2 dicembre)Tra Cielo e Terra ha potuto intervistarlo. “Sarebbe molto importante che il Papa incoraggiasse la popolazione del sud a tornare alle proprie case, ai propri villaggi e a ricostruirli. E dovremmo tutti contribuire a questa prospettiva”.

Di Antonella Palermo

Onorevole, quali sono le sue personali aspettative riguardo al viaggio apostolico di Leone XIV in Libano?

Sappiamo bene che il Papa e la Chiesa in Vaticano stanno cercando di rendere questa visita il più neutrale possibile dal punto di vista politico. Dal canto nostro, noi guardiamo al Papa, alla Chiesa e al Vaticano affinché possano esercitare una certa influenza sulla situazione del Paese che stanno per visitare. Riponiamo grandi speranze nel Papa affinché sia un pacificatore nella nostra regione e attui un processo di pace. Ecco perché ci stiamo adoperando perché abbia eco questa visita. Il Libano è una terra santa che appartiene a Dio. È ciò che è scritto nella Bibbia, giusto? Speriamo che il Papa venga per proteggere la sovranità e la dignità del Libano e non permettere a nessuno di venire a prendersi alcuna parte del Paese, come alcuni stanno cercando di fare.

Possiamo vedere che Israele sta occupando alcuni territori e continua a colpire civili, bombarda ospedali. E pensiamo anche alla sorte di alcuni libanesi ancora tenuti in ostaggio in Palestina, catturati dall’esercito israeliano. Quindi spero che, quando il Papa verrà, insisterà su questo punto, per esercitare pressione affinché Israele si ritiri dal Libano e si realizzi la pace nella zona. Ecco perché stiamo spingendo che venga a visitare anche il sud del Libano. Penso che sarebbe molto importante che il Papa facesse un appello per incoraggiare la popolazione del sud a tornare alle proprie case, al proprio Paese, ai propri villaggi e a ricostruirli. E dovremmo tutti contribuire a questa prospettiva.

In che stato di salute troverà il Libano Papa Leone?

Se si guarda alla storia del nostro Paese, da un certo punto in poi il Libano ha vissuto alti e bassi e, nonostante tutto, ha dimostrato di essere un sopravvissuto. Quindi, qualunque cosa accada, penso che il Libano sopravviverà a tutte le crisi, ma è comunque necessaria maggiore attenzione. Il Libano ha bisogno di aiuto adesso e per il futuro, perché, come dicevo, vediamo che molti Paesi vicini stanno cercando di aggredire il Libano e la sua sovranità. Israele sta manifestando un certo appetito per appropriarsi delle terre libanesi, così come altri Paesi confinanti. Quindi la situazione richiede un’attenzione particolare e una cura speciale.

Parlava dei libanesi del sud. Come stanno vivendo l’attesa del Papa nel Paese?

Tutti i libanesi del sud, le persone che vivono nel sud e che appartengono a diverse fedi e gruppi religiosi, guardano con grande ammirazione al Papa e alla sua visita. E ripongono davvero grandi speranze nel fatto che il Pontefice compia un grande gesto per aiutare il Libano, e soprattutto il sud e la popolazione del sud, a vivere in pace senza aggressioni da parte di Israele, nonché per aiutarli a ricostruire i loro villaggi, i loro edifici e a liberare gli ostaggi che sono stati catturati dall’esercito israeliano durante la sua aggressione al territorio libanese. Al sud la popolazione è molto patriottica ma tutti i libanesi chiedono che il Papa eserciti la sua influenza per aiutare loro e il Libano: lo chiedono i civili e i non civili, musulmani o cristiani, tutti. Penso che sarebbe molto, molto significativo se il Papa potesse farlo e penso che dovrebbe farlo.

Qual è la sua opinione in merito alla Risoluzione ONU su Gaza basata sul piano di pace di Trump?

Devo dire che ora posso tirare un respiro di sollievo, perché almeno c’è la speranza che l’aggressione cessi. Ma, ad essere sincero, penso che ciò che è successo a Gaza sia una vergogna per il mondo, per l’umanità. Il silenzio di tutta la comunità umana, a cui abbiamo assistito, il silenzio dell’intera comunità del nostro pianeta, è una vergogna, davvero. Ci aspettavamo che i Paesi, soprattutto quelli europei, non rimanessero in silenzio, non assistessero passivamente a ciò che è accaduto a Gaza, allo spargimento di sangue a Gaza, alle uccisioni a Gaza, all’uccisione di bambini e civili a Gaza e ai feriti a Gaza. E che guardassero a Gaza con indifferenza mentre si stava pensando di prendere la terra di altre persone, chiedendo loro di lasciare il loro posto, la loro casa, il loro Paese e andare in un posto diverso.

Credo che sia una mossa vergognosa rimanere in silenzio in questo momento. Questa è la mia opinione, quindi non sono affatto contento di ciò che è successo e penso che la comunità internazionale avrebbe dovuto esercitare una maggiore pressione per fermare questo massacro: soprattutto avrebbero dovuto farlo nei Paesi europei, perché, oltre a difendere la morale e le regole per proteggere l’umanità, hanno creato il diritto internazionale e hanno sancito i diritti umani per impedire un’altra guerra simile a quelle che sono avvenute molto tempo fa in Europa.

C’è un’espressione che si riferisce al Libano come a un “messaggio”, considerato il suo peculiare mosaico di culture, fedi e tradizioni. È davvero così oggi?

Dobbiamo spingere per mantenere il Libano come un luogo in cui tutte le culture e le religioni possano mescolarsi e interagire. Che possano convivere e trasmettere un messaggio di pace e speranza per la prosperità di tutte le persone. Questo sta accadendo in Libano da molto tempo e dovremmo preservare questa prospettiva nel Paese. Sì, questa è la terra del dialogo. Questa è la terra della pace dove tutte le persone di Paesi diversi possono vivere insieme, di religioni diverse, di fedi diverse.

Nell’ultimo giorno del viaggio del Papa, ci sarà un momento speciale: la preghiera silenziosa al porto di Beirut, nel luogo dell’esplosione di cinque anni fa. Come ricorda quella tragedia?

È un ricordo molto brutto. Ci sono state molte vittime e innocenti. E il crimine è continuato perché nessuno è stato condannato e le indagini non hanno portato a nulla. E penso che questo renda il problema ancora più grave, perché almeno il popolo libanese, ma anche tutto il mondo, dovrebbe sapere cosa è successo e chi è stato responsabile. Quindi quel crimine è stato commesso due volte. La prima volta quando è avvenuta l’esplosione e la seconda quando le indagini si sono interrotte senza portare a nessun risultato. Spero proprio che questa preghiera ci ricordi la responsabilità di arrivare almeno a una conclusione delle indagini.

Conosceva alcune delle vittime?

Certo, ne conosco molte, anche come medico, come chirurgo. Ho incontrato la maggior parte di loro e mi sto ancora prendendo cura di loro.

Parteciperà alla preghiera?

Dovrei esserci, sì. Ho in programma un viaggio ma sto cercando di modificarlo proprio per essere qui da domenica 30 novembre in poi.

Cosa può dirci dell’esodo dei rifugiati, in particolare siriani e iracheni, che negli ultimi anni hanno trovato riparo in Libano e del loro rientro in patria?

Stavo lavorando proprio a livello legislativo per aiutare i rifugiati siriani a tornare nel loro Paese, in primo luogo per la loro dignità e, in secondo luogo, per aiutare il Libano che è un Paese piccolo, la popolazione è esigua, non può tollerare un milione o due milioni di rifugiati. La situazione sta leggermente migliorando perché alcuni siriani sono tornati alle loro case. Dall’altro lato, però, stiamo accogliendo nuove ondate con un numero sempre maggiore di rifugiati provenienti dall’Iraq e dalla Siria stessa a causa delle violenze che stanno colpendo le minoranze, in particolare quella cristiana, quella ebraica e altre. Quindi, fino ad ora, la situazione non è stabile e penso che dovrebbe essere direttamente responsabilità del governo libanese intraprendere azioni per il miglioramento sia delle condizioni dei propri cittadini che di tutti i rifugiati. Dovremmo lavorare affinché la comunità internazionale si assuma la responsabilità nei confronti di queste persone. Che non sia solo nostra.

Che segnale, secondo lei, è stato il recente attacco israeliano alla missione UNIFIL?

Sappiamo bene che Israele e gli Stati Uniti stanno spingendo affinché l’UNIFIL venga ritirata dal Libano, eliminata dal Libano. Penso che possiamo aspettarci ulteriori vessazioni nei confronti dell’UNIFIL da parte degli israeliani. Penso che l’attacco all’UNIFIL fosse prevedibile, perché gli israeliani avrebbero compiuto azioni di disturbo nei loro confronti, chiedendo loro di andarsene. Bisogna invece aiutare l’UNIFIL a rimanere, a proteggere e a permettere loro di svolgere il loro ruolo a presidio della pace.

[Foto: Elias Jrade]