L’INTERVISTA / Ex presidente Knesset, “Board of Peace via da sperimentare. Sede Unrwa demolita atto criminale, intervenga la giustizia internazionale”

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ROMA, 21 GEN – Sulla situazione in Medio Oriente, sul futuro del piano di pace per Gaza, compresa la costituzione del ‘Board of peace’, e dei rapporti tra israeliani palestinesi, sugli attacchi dei coloni in Cisgiordania e sulla demolizione della sede Unrwa a Gerusalemme Est, Tra Cielo e Terra ha intervistato Avraham Burg, ex presidente della Knesset (il parlamento israeliano), membro del Partito Laburista e attivista per la pace come presidente dell’Agenzia Ebraica. “La soluzione a due Stati? Contare gli Stati non ha più senso. Ha senso invece la parità dei diritti”.

Di Antonella Palermo

Sono giorni di preparazione del “Board of peace” sotto la regia del presidente americano Trump. Come guarda all’andamento di questa ‘fase 2’ del piano di pace per Gaza? Ritiene che il Consiglio di pace e il comitato esecutivo possano essere strumenti efficaci e risolutivi?

Io guardo a ciò che offrono. La prima cosa che offrono, che è molto positiva, è una situazione in cui Israele non ha diritto di veto. Ora, il fatto che Israele non abbia diritto di veto significa che questo Consiglio di pace può fare cose che le istituzioni precedenti, che si tratti dell’ONU, del Quartetto o di qualsiasi altra cosa, non sono riuscite a realizzare. Quindi l’impostazione è molto, molto positiva. Se il risultato sarà che il presidente Trump e alcuni magnati immobiliari seduti al tavolo guadagneranno più soldi e i palestinesi diventeranno più infelici, sarà un risultato negativo. Se il risultato sarà che la situazione della popolazione di Gaza, in particolare, e del popolo palestinese in generale migliorerà, ne sarò molto felice.

Vista la composizione e gli inviti di Trump a vari Capi di Stato e di governo, sembra quasi che il presidente americano voglia costituire una Onu parallela per affrontare anche altre situazioni di conflitto. Lei cosa ne pensa?

Non è una questione semplice. Ci troviamo di fronte a un nuovo ordine mondiale. L’ordine mondiale del XX secolo e dell’inizio del XXI secolo non funziona più. Non è l’ordine mondiale liberal democratico. Non è l’ordine mondiale dell’egemonia americana. È qualcosa di nuovo e questa novità richiede nuove istituzioni internazionali o almeno un aggiornamento di quelle attuali. Non c’è dubbio che l’iniziativa del presidente Trump metta in discussione le attuali istituzioni mondiali, il che è positivo. Si può confidare nel fatto che il presidente Trump offrirà un’istituzione mondiale valida, solida e credibile? Ho qualche dubbio, ma aspettiamo e vediamo. Da un lato, dunque, è evidente che ci sia bisogno di istituzioni che non siano stagnanti, paralizzate e automaticamente di parte in un senso o nell’altro. Dall’altro lato, c’è da fidarsi di un gruppo come questo senza un sostegno internazionale totale? Ho appena letto che il presidente Macron non vuole aderire e così alcuni altri… Stiamo a vedere. C’è bisogno di nuove istituzioni, questo è certo. Non sono sicuro che sia questa che si sta profilando.

La futura coesistenza tra israeliani e palestinesi oggi sembra molto difficile. Cosa pensa degli attacchi dei coloni in Cisgiordania contro la popolazione locale?

La conclusione è molto semplice: si tratta di criminali e dovrebbero andare in prigione. Il governo israeliano, l’attuale governo israeliano, li sostiene o ha paura di loro, ma credo che tutti loro, individualmente e collettivamente, dovrebbero essere processati e perseguiti sia dalla Corte internazionale di giustizia sia dalla Corte penale internazionale. Israele non è riuscito a perseguire queste persone. Poiché sono criminali, dovrebbero semplicemente essere portati davanti al Tribunale internazionale, compresi i ministri che li sostengono, li incoraggiano e li finanziano.

Ieri le ruspe israeliane hanno demolito la sede dell’UNRWA a Gerusalemme est. Quali sono i suoi sentimenti. Come è possibile agire in questo modo, peraltro sotto lo sguardo sprezzante del ministro Ben Gvir, contro un organismo sovranazionale?

Vale ciò che ho detto riguardo ai coloni. È un unico sistema che parte dal singolo colono in cima a una montagna, che fa quello che vuole senza alcuna legge e alcun ordine, e finisce con i ministri e il primo ministro. E poiché Israele deve essere parte del diritto internazionale, diritto internazionale che è molto debole e non ha istituzioni per imporre le sanzioni della comunità internazionale – tuttavia, ci sono misure nelle mani della comunità internazionale, misure che vengono esercitate contro alcuni russi, contro alcuni iraniani -, non c’è motivo per cui non siano state esercitate contro alcuni israeliani. Chiunque sia responsabile di questi crimini, che si tratti di reati comuni che il sistema israeliano teme di perseguire, o di crimini contro l’umanità o crimini di guerra, qualsiasi cosa di fronte al quale il sistema giuridico israeliano sia limitato o timoroso o riluttante o non possa portare davanti alla giustizia, ecco, dovrebbe essere trattata dalle istituzioni internazionali, dalla Corte penale internazionale e dalla Corte internazionale di giustizia.

Il popolo israeliano, di fronte ad atti del genere, come reagisce? Chi non appoggia le scelte del governo Netanyahu che spazi di mobilitazione ha?

Immediatamente molto, molto pochi. Poiché la maggior parte degli israeliani crede ancora che Israele sia una democrazia – di per sé è questa una questione molto interessante, ma non è questo il tema che ci interessa ora -, anche se imperfetta, ma comunque in qualche modo funzionante, l’unico modo per sostituire un governo in una democrazia è attraverso le elezioni. Nel momento in cui si ha bisogno di qualcos’altro, che sia un colpo di Stato, una rivolta militare o altro, significa che questi israeliani non credono più nella loro democrazia. Ma non è così. La maggior parte degli israeliani crede ancora che Israele sia una democrazia e quindi la loro possibilità è rappresentata dalle prossime elezioni alla fine di quest’anno. Voglio dire, nel momento in cui un numero sufficiente di israeliani smetterà di credere che Israele sia una democrazia funzionante, allora si apriranno le questioni sulle opzioni da adottare, sulle possibili alternative e sulle relative sedi. Per ora, c’è solo una strada percorribile, ovvero le elezioni entro la fine dell’anno.

Guardando alla costruzione di un futuro di pace, le leadership in campo, sia da parte israeliana che palestinese, sono adeguate a questo compito? A suo avviso, sono necessari dei cambiamenti profondi?

Ancora una volta, cos’è la pace? Di cosa si sta parlando? La pace è quella che hanno la Russia e la Germania? La pace è quella che hanno i catalani e gli spagnoli? Voglio dire, la parola pace è troppo carica di significato in questo contesto. Per quanto io desideri che si viva in pace tra israeliani e palestinesi e tra tutti gli esseri umani, usare il termine pace tra Israele e Palestina significa tornare agli anni ’90, all’epoca di Clinton, Oslo, Rabin… Quei giorni sono finiti. Quindi la domanda è: è possibile, in una prima fase, stabilizzare il rapporto in modo tale che i palestinesi abbiano tutto, dal rispetto umanitario di base all’autogoverno, all’autodefinizione, all’autodeterminazione e all’indipendenza, e allo stesso tempo entrambi i popoli abbiano sicurezza e protezione, e ogni individuo che vive tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo abbia accesso agli stessi diritti? Se questo è il pacchetto, pari diritti, pari sicurezza, pari rispetto e pari cittadinanza in un unico Stato, in due Stati, in una federazione, in una confederazione, allora è una cosa realizzabile e la comunità internazionale può promuoverla. Ci sarà la pace? Forse non dal primo giorno, ma sarà molto meglio di quello che abbiamo adesso, ovvero uno stato di conflitto e di guerra quotidiana.

Ma ritiene giusta e pensa che sarà mai possibile una soluzione a due Stati?

È di nuovo un discorso molto anni ’90: soluzione a due Stati, Gaza fa parte della Palestina, sì o no, ma Hamas non accetta l’OLP, la maggior parte della popolazione della Cisgiordania non è necessariamente soddisfatta dell’OLP, e tanto altro… Io non mi pongo la domanda anni ’90 sulla soluzione a due Stati. So che per ora, gennaio 2026, il dibattito non è tra la soluzione dei due Stati e qualcos’altro. Il vero dibattito è che tipo di soluzione a uno Stato sarà. Sarà uno Stato con due regimi, uno pieno di privilegi per gli ebrei e uno pieno di discriminazioni per i palestinesi? O sarà uno Stato, o una federazione o una confederazione, o addirittura due Stati in cui tutte le persone sono uguali? Quindi la domanda è: di che tipo di regime stiamo parlando e non quanti Stati contiamo. Contare gli Stati non ha senso. Ha senso invece contare i diritti.

[Foto: Mondoweiss]