L’INTERVISTA / Gerusalemme: Don Morlacchi, “occorre riaffermare la non ingerenza delle autorità civili sulle questioni religiose”

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Parla a Tra Cielo e Terra don Filippo Morlacchi, fidei donum della diocesi di Roma, dal 2018  a Gerusalemme. “Quest’anno lo splendore della fede rimarrà nascosto agli occhi del mondo. Ma i santi misteri saranno celebrati ugualmente”.

Di Antonella Palermo

Don Morlacchi, ieri il Patriarca Pizzaballa non ha potuto celebrare la Domenica delle Palme al Santo Sepolcro per il blocco imposto dalle autorità israeliane a lui e al Custode di Terra Santa. Come la lascia questo fatto inedito?

Non è corretto dire – come è stato raccontato – che ieri al Patriarca sia stato impedito dalla polizia di celebrare la liturgia solenne nel Santo Sepolcro con la comunità cristiana. Quella liturgia solenne, che per status quo è presieduta dal Patriarca, era già stata annullata secondo le disposizioni ricevute. Il Patriarca, insieme con il Custode di Terrasanta, volevano semplicemente recarsi a compiere una preghiera sul Santo Sepolcro in forma privata. Sarebbe stato un gesto di altissimo valore simbolico: anche se a causa della guerra non si può celebrare la liturgia come si dovrebbe, i più alti rappresentanti della Chiesa cattolica locale, a nome del popolo di Dio, volevano intercedere per tutti nel luogo più santo per la fede cristiana. Un gesto di pura fede religiosa e di rappresentanza, che per ragioni del tutto inconsistenti è stato impedito. Infatti, né le strade della Città vecchia né la sede del Patriarcato latino possono essere considerate più sicure, rispetto a potenziali missili, del Santo Sepolcro. Si tratterà poi di capire se effettivamente era stato dato un ordine dall’alto, o magari, pensando di essere più rispettoso delle indicazioni ricevute, uno zelante funzionario di Polizia abbia impedito loro di compiere un gesto così semplice e tutt’altro che trasgressivo o irresponsabile. Ciò che appare importante è ribadire le competenze specifiche delle Chiese e dei capi delle Chiese riguardo all’esercizio della libertà di culto e l’accesso agli spazi sacri, specialmente nella Città vecchia di Gerusalemme.

Come si vive a Gerusalemme vecchia da un mese a questa parte? In particolare, la comunità cristiana locale come si pone dinanzi a questo tempo e queste restrizioni? E da cosa queste sono determinate?

La popolazione in generale, non solo la comunità cristiana, è abituata a tutta una serie di restrizioni. In generale, chi asseconda la narrativa israeliana si sente costantemente sotto minaccia e ad ogni allarme è terrorizzato. Chi è più vicino alla sensibilità araba e palestinese perlopiù vive con molta maggior disinvoltura questa situazione, da un lato perché, forse irrazionalmente, non si sente bersaglio dei missili e quindi pensa di essere più al sicuro. Gerusalemme, soprattutto la parte araba, è sicuramente presa di mira meno delle località israeliane, ma a differenza della guerra di giugno scorso stavolta è coinvolta più direttamente e diversi frammenti di missili intercettati sono caduti sulla Città vecchia. D’altronde, una guerra come quella iniziata un mese fa comporta inevitabilmente tutto ciò; e sia la vita ordinaria che la vita di fede devono andare avanti lo stesso. Dunque, la gente ancora lavora, anche se le scuole sono chiuse per ragioni di sicurezza, molti negozi sono comunque aperti, ancora si va al ristorante o si cammina per le strade… Appare irrazionale limitare in maniera esasperata proprio le attività di culto. Perciò, le comunità cristiane si preparano a celebrare in forma più modesta le liturgie pasquali con piccoli gruppi dislocati nei diversi luoghi di culto, nel pieno rispetto delle indicazioni impartite. Quanto alla liturgia nei luoghi santi, sarà importante ribadire il principio di non ingerenza delle autorità civili sulle questioni religiose e il rispetto dello status quo.

Ieri all’omelia il Papa ha detto che il Re della pace non ammette di usare Dio per giustificare le guerre. Un tema, questo, di estrema attualità…

Le parole del Papa sulla pace sono tanto luminose quanto poco sorprendenti. Non nel senso che siano banali, tutt’altro, piuttosto esprimono né più né meno che la sostanza del Vangelo. Ossia la convinzione che non è il potere a governare il mondo, ma l’amore. La liturgia della Domenica delle Palme ci ricorda proprio questo: che il Re Messia entra in Gerusalemme in modo umile, su un’asina, andando incontro alla sua Passione. Chi salva il mondo, per la fede cristiana, è l’Agnello di Dio, l’Agnello che si lascia immolare per portare il peso del peccato del mondo, non un messia politico forte, come molti si aspettavano. Possiamo essere derisi, considerati illusi, o utili idioti, come oggi va di moda dire, ma ne va della nostra fede. Il cristiano seguendo il suo Maestro è libero dal fascino della forza, dall’idea che le cose si possano risolvere affermando sé stessi con violenza. Chiunque voglia arruolare Dio come sponsor della sua guerra umana sta facendo un uso strumentale della religione o della fede.

Come ne esce la fede, più temprata? Come la interpella la guerra in questa Settimana Santa?

Le prove della vita mettono in discussione non tanto la fede quanto i credenti. Spesso nelle prove e nelle difficoltà, o perfino nelle persecuzioni, la fede cristiana prospera. Certo, è possibile anche vacillare o dubitare. Ma normalmente accade il contrario, la fede viene temprata. Personalmente vivrò una Settimana Santa molto particolare anche perché un problema di salute mi costringe a letto. Dunque, in ogni caso mi sarebbe stato impossibile partecipare festosamente alle grandi liturgie di Gerusalemme, come ero abituato a fare. Sono chiamato, come cristiano e sacerdote, a vivere i misteri della fede integralmente nella dimensione interiore e spirituale. La manifestazione pubblica della fede e la sua valorizzazione spirituale non si contrappongono ma si integrano. Quest’anno lo splendore della fede sarà “nascosto” agli occhi del mondo. Ma i santi misteri saranno celebrati ugualmente. E siamo fiduciosi che prima o poi verrà una nuova stagione di pace, in cui tutti a Gerusalemme potranno pregare con fede e amore il proprio Dio secondo la propria tradizione. Forse è una visione profetica… empiricamente qui purtroppo si vede tutt’altro. Tuttavia, non possiamo e non dobbiamo perdere la speranza.

Quali i suoi auspici? Che scenari vede per la regione?

Rinuncio a fare analisi e proiezioni sul possibile futuro. Certo ad oggi non si vede umanamente nessuna prospettiva di pace giusta realmente perseguita. Ma la storia non è solamente in mano agli uomini.

[Foto: Youtube/Parrocchia San Giovanni Evangelista, Roma]