
L’INTERVISTA / Il card. Raï, “bene i colloqui tra Libano e Israele. Ma Unifil deve restare, almeno un altro anno”

“Il Papa a Beirut ha mostrato che la pace è possibile: il giorno dopo la sua visita sono iniziati gli incontri. L’esercito libanese sta lavorando bene, disarmando Hezbollah piano piano”, dice Il patriarca maronita del Libano, cardinale Béchara Boutros Raï, in un’intervista a Tra Cielo e Terra. E sulla situazione nel Paese: “i problemi restano, ma ora la gente ha fiducia”.
Di Antonella Palermo
Eminenza, come ha vissuto le giornate della visita di Papa Leone in Libano?
Papa Leone e la sua visita al Libano sono stati una grazia, perché il popolo libanese lo aspettava con ansia. Il Papa ha scoperto la fede, ha scoperto la gioia, ha scoperto che i libanesi hanno superato i loro problemi, che sono molti. Però lui ha visto in diversi incontri la realtà della società libanese, la realtà della forza della Chiesa. Penso che non si aspettava di vedere questo costante numero di persone che reggono tante istituzioni. L’incontro interreligioso, con i capi religiosi musulmani, i capi religiosi ecclesiali, cattolici e ortodossi, ecco, io penso che non se lo aspettava (così bello). Questa è la realtà del Libano: il pluralismo delle culture e delle confessioni. Non se lo aspettava di vedere questo incontro che faceva l’unità del Libano. Poi, con i giovani, è stato molto entusiasta. Alla Santa Messa, i 150.000 tutti quasi giovani e anche più grandi. Visitare la tomba di San Charbel, dove ha pregato intensamente, e incontrare un gruppo del migliaio di malati psichiatrici in ospedale a Beirut sono stati momenti forti. Quindi per noi libanesi è stato un messaggero veramente di pace e di speranza, e l’indomani stesso è cominciato il processo di pace.
Intende i colloqui a livello politico tra Israele e Libano? Che segnali sono?
Sì. All’indomani stesso della partenza del Papa è iniziato questo incontro di dialogo con il consenso di Israele e degli Stati Uniti. Questo per sottolineare quello che il Papa ha detto sempre, che la pace è possibile. La pace è possibile, certamente siamo all’inizio, però vuol dire che siamo in una nuova era. La visita del Papa ha creato una nuova era nel Libano.
Quindi sono segnali incoraggianti quelli che vengono fuori da questi colloqui iniziali?
Pensiamo di sì, pensiamo di sì. L’importante è che sono cominciati questi incontri di dialogo: non più guerra, ma dialogo. Il dialogo è molto migliore. La pace è possibile; questa espressione l’ha ripetuta in quasi tutti i suoi discorsi.
Lei accennava ai problemi del Libano, che sono tanti… vogliamo dare un nome a questi problemi? E quali la preoccupano di più?
Certo che sono tanti! Ci sono ancora dei problemi: la crisi politica, la crisi economica, la crisi finanziaria, la crisi sociale, siamo allo stesso punto adesso. Niente è cambiato. Quello che solo è cambiato è la fiducia. Il popolo ora ha fiducia nei governanti, ha fiducia nello Stato, verso il quale era stata perduta la fiducia. La fiducia è una cosa molto importante, altrimenti quando uno perde la speranza, perde la fiducia e perde tutto quanto. Penso che i libanesi abbiano avuto da questa visita del Papa un aumento di fiducia nel Libano. Perché lui ha elogiato tanto il Libano, ha esortato i libanesi a rimanere in Libano, malgrado tutto, ad evitare la migrazione. Queste sue parole sono cadute nei cuori dei libanesi e quindi la fiducia è stata ricreata nei loro cuori.
Le crisi che ha elencato non sono di poco conto…
La via della migrazione è infatti purtroppo ancora aperta perché c’è gente che non ce la fa. Pensi che negli anni Sessanta, fino agli anni Settanta, un dollaro corrispondeva a una lira libanese. Adesso il dollaro fa novantamila lire libanesi, e quindi i salari sono calati. Questa è la causa della emigrazione. Ancora non c’è nessun miglioramento a questo riguardo, in modo che la lira libanese riprenda un po’ il suo valore. Ma c’è la fiducia.
Intanto proseguono gli attacchi di Israele nel sud del Libano, soprattutto, ma hanno interessato anche la capitale Beirut. Che scenari vede per il suo Paese?
Penso che non ci sarà più guerra. Israele non farà la guerra, Hezbollah non farà la guerra. Il Libano certamente non vuole la guerra, rifiuta la guerra. Però Israele rimane ancora nei cinque punti del sud e fa la caccia a Hezbollah. Questo non vuol dire che c’è stato di guerra ma l’esercito libanese fa bene, molto bene il suo lavoro poiché disarma piano piano Hezbollah. L’esercito libanese ha bisogno di essere fortificato dalla comunità internazionale per poter andare avanti. Tuttavia c’è da dire che, con le sue forze abituali, sta facendo progressi nel disarmo di Hezbollah. Ha bisogno di più tempo e ha bisogno anche di aiuti finanziari, però va molto bene come sta facendo. L’esercito libanese ha la fiducia totale del popolo, questo è importante.
Gli attacchi alla missione UNIFIL quanto la preoccupano?
Sì, purtroppo sì, gli attacchi proseguono. Secondo me il Libano ha bisogno che ancora un po’ rimanga l’UNIFIL. Ha bisogno di tempo ulteriore perché possano fare il lavoro. Sono una sicurezza nel sud, malgrado tutto. E speriamo che possano avere più tempo, magari un anno in più.
[Foto: Omnes/CNS photo/Jaclyn Lippelmann]



