L'INTERVISTA / Il parroco di Taybeh, "i coloni israeliani sempre più aggressivi, il villaggio completamente isolato dai militari. Come si fa a vivere così?"

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Il clima in Cisgiordania è sempre più allarmante. La Ong Società dei prigionieri palestinesi, citata dall'agenzia di stampa ufficiale palestinese Wafa, riferisce di interrogatori compiuti a Beddu dalle forze dell'esercito israeliano, che irrompono nelle case, le perquisiscono, compiendo atti di vandalismo e intimidazioni. Intanto da Taybeh, l'unico villaggio interamente cristiano, ad oggi 1.210 abitanti, parla a Tra Cielo e Terra il parroco, padre Bashar Fawadleh. "Qui si sta spegnendo una popolazione che non ha più un futuro e si vede costretta ad andare via", afferma.

Di Antonella Palermo

Padre Fawadleh, come è la situazione nel suo villaggio in questi giorni?

La situazione a Taybeh è molto complicata. Sono tantissime le restrizioni militari. Due giorni fa hanno chiuso i check-point, hanno creato una "zona militare" che coincide con l'intero villaggio. Ci hanno praticamente isolato. Gli attacchi dei coloni israeliani sono sempre più pericolosi. Ogni giorno fanno irruzioni nei nostri campi con provocazioni sempre più aggressive. Noi siamo gente tranquilla, vogliamo solo vivere in pace, giustizia e sicurezza. Più di dieci famiglie della nostra parrocchia non possono andare nella parte ovest della città, dove c'è una fabbrica di cemento. L'80 per cento degli abitanti di Taybeh non può partecipare alla raccolta delle olive.

Il segretario generale dell'Onu, António Guterres, nel suo discorso all'81esima Assemblea Generale, ha evocato lo spettro della "pulizia etnica nella Cisgiordania occupata". Ha parlato di "violenze, sfollamenti ed espansione degli insediamenti" che "stanno demolendo la strada della pace". È un'espressione che trova riscontro in ciò che vivete ogni giorno?

In effetti, qui si sta spegnendo una popolazione che non vede futuro e si vede costretta ad andare via. In tre anni sono sedici le famiglie che hanno lasciato il paese verso gli Stati Uniti, la Spagna e il Guatemala. Quando perdi l'accesso alla tua terra, poco a poco l'unica soluzione è partire. Ma noi non vogliamo che questo accada, vogliamo restare qua e vivere in pace. Noi vogliamo solo dare un futuro ai nostri figli. Invece sentiamo tanta, tanta pressione. È continuamente minacciata la nostra dignità. Di fronte a tutto questo dobbiamo chiederci seriamente cosa stia succedendo. Diciamo che il rischio di pulizia etnica diventa molto serio.

Come sta andando il rientro a scuola?

Le scuole sono ricominciate ma gli studenti hanno sempre paura. Il 70 percento di quelli che frequentano le scuole del Patriarcato latino è composto da musulmani provenienti da altri villaggi. Loro si sforzano di vivere una vita normale ma, considerato che ben cinque porte militari circondano il villaggio, come possiamo continuare così? Come possono i giovani stare tranquilli? I bambini avvertono l'apprensione dei genitori. Noi facciamo in modo che la scuola non sia solo un luogo dove imparare delle nozioni, ma un luogo dove sperimentare la speranza. Ma qui è difficile. L'esercito israeliano continua a dire che lo scopo di questa zona militare è proprio quello di difenderci dagli attacchi, ma in realtà le violenze dei coloni continuano.

Il 22 settembre, alla marcia a Roma organizzata dalla rete internazionale Preti contro il genocidio, è stato intonato, sotto la sede dell'Ambasciata dello Stato di Palestina presso la Santa Sede, il brano composto dal padre Xavier Morlans, di Barcellona, proprio in omaggio al villaggio di Taybeh. Che effetto le fa?

Quel canto è una cosa molto speciale per me, mi ha emozionato molto. Quando ho saputo di questa iniziativa a Roma, ho sentito che non siamo soli. Per noi è molto importante sapere che qualcuno pensa a noi e prega per noi e porta il nome di Taybeh fuori dalla Palestina. Vogliamo vivere, e vogliamo la pace. Voglio dire semplicemente grazie a questi sacerdoti e alle persone che non ci dimenticano.

[Foto: B. Fawadleh]