
L’Iran e la guerra che l’Europa non vuole

La guerra divide governi e istituzioni europee: tra fedeltà all’alleanza con Washington e difesa del diritto internazionale, l’Europa cerca una linea che eviti l’escalation. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Quando a gennaio i leader europei furono colti di sorpresa dal blitz statunitense che portò al rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, la prima reazione a Bruxelles fu di sconcerto. Ma la crisi si chiuse rapidamente: a Caracas emerse una nuova leadership allineata a Washington e l’Europa poté tirarsi fuori dall’imbarazzo senza troppe conseguenze. Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, ricordò allora che il diritto internazionale “va rispettato”, aggiungendo però che Maduro “non aveva alcuna legittimità”. La guerra lanciata dagli Stati Uniti contro l’Iran è una storia molto diversa. Ancora una volta, Washington ha agito senza consultare gli alleati europei, aspettandosi inoltre di utilizzare le loro basi e il loro sostegno logistico. A Bruxelles e nelle capitali del continente è chiaro che le dichiarazioni di Donald Trump sulla “fine imminente” della guerra servono più a calmare i mercati che a descrivere una reale de-escalation. Nel frattempo, mentre i governi cercano di proteggere i propri interessi nel Golfo, si trovano a fare i conti con un’opinione pubblica profondamente scettica. I sondaggi rivelano che la maggioranza dei cittadini in Spagna, Francia, Italia, Germania e Regno Unito respinge l’intervento militare e preferisce una linea prudente o neutrale. Intanto, gli effetti della crisi cominciano a farsi sentire: in termini di approvvigionamento energetico, aumento dei prezzi e timori per la sicurezza. Eppure, finora, nessuno dei leader europei – con l’eccezione dello spagnolo Pedro Sanchez – ha osato attribuire la colpa della crisi agli Stati Uniti di Donald Trump. Le turbolenze sui mercati energetici vengono ricondotte alle “minacce iraniane sullo Stretto di Hormuz”, non alle operazioni militari che le hanno precedute. Ma il dibattito politico si sta rapidamente accendendo. “Questa guerra sconsiderata porterà le persone a pagare di più alla pompa e nelle bollette”, ha detto alla BBC Ed Davey, leader dei Liberal Democratici britannici. “E quando a fine giornata si chiederanno chi ne è responsabile, la risposta sarà solo una: Donald Trump”.
Cacofonia europea?
Tra i grandi stati europei, le divisioni sono evidenti. Se il premier britannico Keir Starmer ha adottato una posizione bilanciata – che non ha soddisfatto nessuno in patria e ha suscitato l’ira di Trump – Emmanuel Macron è stato più critico. Il presidente francese ha avvertito che un’azione militare condotta al di fuori del diritto internazionale rischia di minare la stabilità globale e ha chiesto una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Allo stesso tempo, Parigi ha evitato il confronto diretto con Washington e ha condannato fermamente le ritorsioni iraniane. Più netta è stata invece la posizione della Spagna. Il premier Pedro Sánchez ha criticato apertamente l’operazione militare e ha rifiutato di consentire l’uso delle basi spagnole per operazioni contro l’Iran. Anche dopo le minacce di Trump di “interrompere ogni relazione” con Madrid, Sánchez non ha cambiato linea. All’estremo opposto si colloca il cancelliere tedesco Friedrich Merz che, pur di pur mantenere l’allineamento strategico con Washington, ha detto che non avrebbe “fatto la predica” agli alleati sulle loro azioni militari, definendo l’Iran una grave minaccia alla sicurezza internazionale. Nei giorni successivi Berlino ha però corretto i toni: Merz ha espresso la “speranza che la guerra finisca presto”, sottolineando che la Germania non ha alcun interesse in un conflitto prolungato. Un auspicio condiviso dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che intervenendo alle Camere ha chiarito che l’operazione di Stati Uniti e Israele rientra tra gli “interventi unilaterali condotti fuori dal diritto internazionale”, ai quali l’Italia “non prende parte e non intende prendere parte”. Sebbene Roma rimanga politicamente vicina a Washington, l’episodio ha messo in luce il persistente disagio europeo nei confronti di un’azione militare unilaterale.
Scontro ai vertici?
Le fratture non riguardano solo gli Stati membri. Per la prima volta da anni emergono apertamente anche ai vertici dell’Unione. In un contesto segnato da crisi simultanee – dalla guerra russa in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente – tornano a galla le ambiguità strutturali della politica estera europea. Formalmente, la guida delle relazioni internazionali dell’Unione spetta all’Alto rappresentante e al Servizio europeo per l’azione esterna. Ma con il peso crescente della geopolitica nelle politiche economiche e industriali, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha assunto un ruolo sempre più centrale. Da qui si fanno strada due sensibilità diverse: mentre von der Leyen sollecita una politica estera pragmatica e guidata dagli interessi, fondata sulla visione del mondo per come è, non per come dovrebbe essere, il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha dichiarato agli ambasciatori dei 27 che l’UE difenderà sempre l’ordine internazionale basato sulle regole. Pur riconoscendo che il mondo sta cambiando, il presidente del Consiglio ha ribadito che l’Europa non dovrebbe rinunciare ai propri principi e valori: “Conosciamo la nuova realtà, una realtà in cui la Russia viola, la Cina interrompe il commercio e gli Stati Uniti sfidano l’ordine internazionale basato sulle regole” ha affermato, ma è nel nostro interesse evitare un’ulteriore frammentazione mondiale”. La frattura tra i due approcci va oltre una disputa di competenze: è uno scontro sulla direzione che la politica estera europea dovrà prendere nel nuovo disordine globale.
La spirale non è inevitabile?
Il risultato di queste divisioni è un immobilismo che ancora una volta espone l’Ue a critiche da ogni parte. Gli europei sono accusati di doppi standard per la mancata condanna di Donald Trump e Benjamin Netanyahu mentre da quattro anni impongono sanzioni alla Russia per aver aggredito militarmente l’Ucraina. Se da un lato, insomma, Bruxelles difende l’ordine internazionale basato sulle regole, dall’altro evita di condannare apertamente la sua violazione quando a compierla sono alleati come Stati Uniti o Israele. Eppure, se il diritto internazionale non scompare perché una grande potenza decide di ignorarlo, così la spirale dell’escalation non è inevitabile. Anche perché la storia insegna che i bombardamenti raramente producono i risultati promessi da chi li decide. Più spesso accade il contrario: il risultato sono infrastrutture distrutte, vittime civili – come nell’attacco alla scuola femminile di Minab, dove sono morte oltre 160 bambine – rafforzando la narrativa dell’assedio di cui il regime iraniano ha bisogno per rafforzarsi e reprimere il dissenso. L’alleanza con gli Stati Uniti non significa seguirli in ogni guerra. Proprio nei momenti di crisi, semmai, l’Europa dovrebbe dimostrare che il diritto internazionale resta uno strumento di politica – non soltanto un principio da evocare.
Il commento di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca dell’ISPI
“Costa invita a difendere il diritto internazionale mentre von der Leyen chiede di prendere realisticamente atto del suo attuale declino. Il punto non è decidere chi ha ragione: sono vere entrambe le prospettive per una Unione europea che ha nel proprio DNA il diritto e la tradizione liberale, ma che oggi deve fronteggiare un mondo sempre più incline a logiche di potenza. Il vero punto è che queste divergenze non possono tradursi in una cacofonia di voci tra i vertici Ue, che si somma peraltro a quella tra i suoi paesi membri. Sarebbe un regalo proprio a chi nel mondo antepone il potere al diritto.”
[Fonte e Foto: ISPI]



