L'Iran ha attaccato Israele, e adesso?

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Nella notte l'Iran ha lanciato contro Israele un attacco con dozzine di droni e missili senza provocare danni ingenti né vittime. Netanyahu: il paese è "pronto per qualsiasi scenario". Leggiamo lo Speciale dell'ISPI.

Teheran ha lanciato contro Israele un attacco con dozzine di droni e missili. Questa mattina l'esercito israeliano, tramite il portavoce Daniel Hagari, ha fatto sapere che il 99% dei circa 300 proiettili lanciati dall'Iran sono stati intercettati dalle difese aeree dello Stato ebraico. Nello specifico, secondo la ricostruzione delle Forze di difesa israeliane (IDF) l’Iran e alcune milizie filo-Teheran nella regione hanno lanciato 170 droni, nessuno dei quali è entrato nello spazio aereo israeliano. Lanciati anche 30 missili da crociera, di cui 25 abbattuti dall'aeronautica israeliana. Alla risposta hanno partecipato anche le forze di USA e Regno Unito dispiegate nella regione. Hagari ha aggiunto che l’Iran ha lanciato anche 120 missili balistici contro Israele, molti dei quali abbattuti dal sistema di difesa aerea Arrow. Alcuni sono riusciti ad aggirare le difese israeliane, colpendo solo la base aerea di Nevatim, nel sud di Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che il paese è "pronto per qualsiasi scenario".

Attacco simbolico?

L'effetto sortito dall'attacco iraniano sembra essere stato molto limitato. Il sito d'informazione Axios riferisce che, durante una telefonata avvenuta mentre l'attacco era in corso, il presidente americano Joe Biden avrebbe detto a Netanyahu che gli USA non sosterranno un eventuale contrattacco israeliano, pur avendo preso parte attivamente alla difesa di Israele durante l'offensiva di Teheran. Con l’attacco al consolato iraniano a Damasco del primo aprile, ampiamente attribuito a Israele in assenza di un’assunzione ufficiale di responsabilità, Tel Aviv aveva dimostrato di poter colpire i luoghi e le persone simbolo della presenza iraniana nella regione. Il raid, che ha provocato la morte di diversi pasdaran, tra cui il generale Mohammad Reza Zahedi, ha mostrato caratteristiche diverse rispetto agli attacchi che Israele compie ormai da anni in territorio siriano, quasi sempre senza rivendicarli. Se di solito, infatti, le incursioni in Siria delle Forze di difesa israeliane (Idf) prendono di mira depositi di armi e infrastrutture della rete di gruppi e milizie filoiraniane, in questo caso ad essere colpita è stata la sede diplomatica ufficiale di un paese membro delle Nazioni Unite, in una chiara violazione del diritto consuetudinario internazionale, che vede ambasciate e consolati come luoghi “inviolabili”. L’iniziativa è stata sin da subito una sorta di stress test per Teheran, la cui risposta tanto annunciata si è infine concretizzata.

Via da Gaza per una guerra più grande?

L’innalzamento della tensione fra Israele e Iran coincide temporalmente con il primo concreto disimpegno militare di Tel Aviv dalla Striscia di Gaza dopo sei mesi. Domenica 7 aprile, infatti, l'esercito israeliano ha annunciato di aver ritirato le sue forze di terra da Khan Younis, nel sud dell’enclave palestinese, dopo mesi di raid aerei e operazioni via terra che hanno lasciato gran parte della città in rovina. Le Idf hanno dichiarato domenica che la 98esima divisione aveva “concluso la sua missione” a Khan Younis e stava lasciando la Striscia di. L’esercito israeliano ha però precisato che "una forza significativa guidata dalla 162esima divisione e dalla brigata Nahal continua ad operare nella Striscia per condurre precise operazioni basate sull'intelligence". Il confronto aperto con l’Iran riporta ora l’attenzione verso un altro fronte, mentre a Gaza non è stato raggiunto l’obiettivo di sgominare Hamas, né tanto meno quello di liberare tutti gli ostaggi israeliani.

Che succede ora?

Nell’attacco a Damasco del primo aprile scorso erano rimasti uccisi il generale di brigata Mohammad Reza Zahedi, alto comandante della forza Quds del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) e il suo vice, il generale Mohammad Hadi Hajriahimi. Zahedi era considerato una delle principali risorse di Teheran nella regione mediorientale in quanto responsabile operativo e logistico in Siria e Libano e uomo di collegamento col partito-milizia libanese Hezbollah per la fornitura di armi iraniane. Zahedi rappresenta inoltre l’ufficiale di grado più alto dell’Irgc a essere stato ucciso da gennaio 2020, quando a essere eliminato fu il generale e leader della forza Quds, Qassem Soleimani, colpito da un raid statunitense in Iraq. Il quotidiano The Times of Israel riferisce che il gabinetto di guerra israeliano non ha ancora stabilito se e quando ci sarà un contrattacco in risposta all’offensiva iraniana, ma resta il fatto che gli USA non sembrano pronti a sostenere attivamente Israele in questo tipo di scenario, sospendendo per il momento l’ipotesi di un temuto allargamento del conflitto.

Il commento di Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre

“L’attacco iraniano di sabato notte è stato una risposta poco più che simbolica agli oltre 30 comandanti dei pasdaran uccisi da Israele in Siria dal 7 ottobre a oggi. La scelta iraniana di attaccare con missili e droni direttamente dal proprio territorio, senza appoggiarsi a paesi più vicini a Israele – come la Siria -, ha permesso a Tel Aviv di intercettare e abbattere con più facilità la gran parte della minaccia iraniana. Questo sembra suggerire che, nonostante l’attacco fosse per Teheran inevitabile, l’Iran ha cercato ancora una volta di evitare uno scontro totale con Israele. Se da un lato l’abbattimento dei droni e missili terra-terra iraniani potrebbe contenere la reazione israeliana, dall’altro l’impegno diretto di Teheran nel conflitto regionale ha portato le piazze arabe e musulmane a vedere nell’Iran il loro nuovo campione. Dall’operazione di sabato notte la Repubblica islamica ottiene un importante ritorno di immagine che potrebbe spendere nei prossimi mesi/anni allargando il soft power del cosiddetto 'Asse della resistenza'”.

(Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell'ISPI, al quale rimandiamo; Photo Credits: ISPI)