L’Iraq al voto, tra attese e sfiducia

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A più di vent’anni dalla caduta di Saddam Hussein, l’Iraq torna alle urne con un’affluenza in caduta libera e un sistema politico ancora prigioniero delle divisioni settarie. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

Gli iracheni sono tornati alle urne per eleggere un nuovo parlamento, in un momento che riflette più la resilienza del Paese che una reale fiducia nel sistema politico. Dopo vent’anni di transizione travagliata, il voto arriva in un contesto di stanchezza collettiva, in cui la promessa di sicurezza continua a scontrarsi con una corruzione diffusa, servizi inefficienti e instabilità. Dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, preceduta dall’invasione statunitense e seguita da anni di guerra civile tra milizie sciite e sunnite, sfociate poi nel conflitto con lo Stato Islamico tra il 2013 e il 2017, l’Iraq non è mai riuscito a costruire una vera normalità politica. Tutti i governi eletti dal 2005 a oggi hanno promesso riforme e sviluppo, ma la popolazione è rimasta delusa dalla persistenza delle stesse élite al potere e da partiti sempre più radicati in apparati militarizzati. Nonostante la disillusione, milioni di iracheni hanno comunque deciso di partecipare al voto. Dei 32 milioni di aventi diritto, circa 21 milioni risultano iscritti alle liste elettorali, in calo rispetto ai 24 milioni del 2021. Secondo le stime, alle 12 di oggi l’affluenza aveva raggiunto appena il 23% degli aventi diritto e nel complesso il numero degli elettori alle urne potrebbe scendere sotto il 40%, toccando il livello più basso mai registrato.

Un sistema ostaggio della “Muhasasa”?

La crescente sfiducia, in particolare tra i giovani, è legata al sistema della “Muhasasa ta’ifiyya” la ripartizione delle cariche politiche su base etnico-settaria introdotta dopo il 2003. In teoria, questo meccanismo avrebbe dovuto garantire equilibrio e rappresentanza tra le diverse componenti del Paese – sciiti, sunniti e curdi – ma nella pratica ha alimentato corruzione e paralisi decisionale. In base a tale schema, il primo ministro deve essere sciita, il presidente del Parlamento sunnita e il capo dello Stato curdo. Il risultato è un sistema che consolida le appartenenze identitarie a scapito della responsabilità politica. Come osserva il New York Times, la Muhasasa si è trasformata in “una rete di interessi e favori clientelari, dove il potere si ottiene più per fedeltà settaria che per consenso popolare”. Alle urne si sono presentati oltre 7mila candidati, per 329 seggi parlamentari, con una quota del 25% riservata alle donne e nove seggi alle minoranze. Una volta eletto, il nuovo Parlamento dovrà designare un Presidente della Repubblica, che a sua volta nominerà un primo ministro con il sostegno di due terzi dell’assemblea.

Uno scenario frammentato?

Oggi, come negli ultimi 20 anni, la scena politica irachena resta dominata dai partiti sciiti, raccolti intorno allo Shia Coordination Framework (SCF), la coalizione guidata dal premier Mohammed Shia al-Sudani, che, in carica dal 2022, punta a un secondo mandato. Dovrà fare i conti con le fratture interne al fronte sciita, in cui figura anche il suo principale sfidante ed ex primo ministro Nouri al-Maliki, e con l’ostilità del potente leader religioso Moqtada al-Sadr, che ha invitato i suoi seguaci a boicottare il voto, riducendo così la partecipazione di una parte significativa dell’elettorato. Sul fronte sunnita, la principale forza è il Partito Taqaddum (Progresso), guidato dal presidente del Parlamento Mohamed al-Halbousi, con un solido radicamento nelle regioni occidentali e settentrionali del Paese. Tra i curdi, invece, la competizione si gioca tra il Partito Democratico del Kurdistan (KDP), interessato a rafforzare la propria autonomia economica e il controllo sulle risorse petrolifere, e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), più incline al dialogo con Baghdad. Secondo gli analisti, il blocco di al-Sudani è destinato a ottenere il maggior numero di seggi, ma non la maggioranza assoluta: uno scenario che – come nelle tornate precedenti – preannuncia lunghi mesi negoziati tra partiti per la formazione del governo.

Democrazia tradita?

In questo contesto l’erosione della fiducia popolare è profonda. Molti cittadini percepiscono il sistema come impermeabile al cambiamento, ostaggio di partiti potenti e delle loro milizie armate. Corruzione endemica, servizi pubblici scadenti e disoccupazione restano le principali fonti di frustrazione. I nuovi eletti dovranno affrontare una doppia sfida: migliorare le condizioni di vita degli iracheni e prevenire nuove ondate di protesta, come quelle avvenute tra il 2019 e il 2020 che, pur represse nel sangue, restano tuttora vive nella memoria collettiva. Ampliando lo sguardo, poi, il voto arriva in un momento di equilibri geopolitici instabili. Il futuro esecutivo dovrà gestire la pressione di Washington, che chiede lo smantellamento delle milizie filo-iraniane protagoniste della sconfitta dell’Isis ma oggi accusate di controllare ministeri e interi segmenti dell’economia nazionale. Secondo Al Jazeera, cinque dei ventidue ministeri iracheni sarebbero già guidati da politici legati a queste milizie, che contano candidati anche in questa tornata elettorale. Il prossimo governo dovrà dunque trovare un equilibrio tra l’influenza americana e quella iraniana, in un Paese la cui sovranità resta fragile e il potere è distribuito tra partiti, clan e gruppi armati. Un compito complesso, che richiederà non solo mediazione politica ma anche il coraggio di rompere con le logiche settarie che da vent’anni soffocano le aspirazioni democratiche e il futuro dell’Iraq.

Il commento di Andrea Plebani, ISPI Associate Research Fellow e Professore Associato Università Cattolica del Sacro Cuore

“Oggi l’Iraq è chiamato alle urne. Questo passaggio, che per molti può apparire quasi scontato, venti anni fa segnava l’alba di una nuova era per un popolo che aveva sperimentato sulla propria pelle la brutalità del regime di Saddam Hussein. Per quanto le enormi speranze generate dalla sua caduta abbiano presto lasciato il campo ad anni durissimi, le elezioni odierne rappresentano ancora una volta l’occasione per avviare un nuovo corso e rompere con le ombre del passato. Perché questo avvenga, però, sarà necessario evitare che la diffidenza nei confronti dell’attuale classe politica si traduca in alti livelli di astensionismo, superare logiche settarie che per troppo tempo hanno tenuto in ostaggio le migliori energie del Paese e limitare l’ingerenza di attori esterni che non si sono fatti scrupolo alcuno a fomentare divisioni e rivalità”.

[Fonte e Foto: ISPI]