Medio Oriente: dal fiume al mare

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Benjamin Netanyahu si dice contrario alla creazione di uno Stato palestinese, ma ora il premier israeliano appare sempre più isolato. Leggiamo il punto dell’ISPI, Istituto per gli Studi di politica internazionale.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di essere contrario alla creazione di uno Stato palestinese una volta finito il conflitto. In una conferenza stampa convocata a Gerusalemme il premier ha riconosciuto che Israele e l’alleato statunitense – che ha a lungo sollecitato il rilancio della cosiddetta ‘soluzione dei due Stati’ – vedono “ovviamente” la questione in modo diverso, mentre giovedì scorso, in un rovesciamento di un noto slogan politico palestinese aveva affermato che Israele “deve avere il controllo di sicurezza su tutta l’area a ovest del fiume Giordano”, una porzione di territorio cioè che includerebbe il territorio di qualsiasi futuro stato palestinese. “Questa è una condizione necessaria ed è in conflitto con l’idea di una sovranità (palestinese). Dico questa verità ai nostri amici americani, e sono contrario al tentativo di imporci una realtà che danneggerebbe la sicurezza di Israele” ha aggiunto Netanyahu. Se le sue dichiarazioni non sorprendono, considerato che Netanyahu ha trascorso gran parte della sua carriera politica ad opporsi alla creazione di uno Stato palestinese, il rifiuto pubblico della spinta diplomatica di Washington, e la determinazione a proseguire la campagna militare, suonano quasi come una sfida agli alleati e alla comunità internazionale per cui la soluzione “due popoli due Stati” è da anni un mantra, ma come dimostrato dalle parole del premier israeliano, sempre più scollato dalla realtà dei fatti sul terreno.

Pace in cambio di riconoscimento?

Le parole di Netanyahu arrivano mentre da giorni sulla stampa israeliana e internazionale, come negli ambienti diplomatici circola una proposta di pace sostenuta dagli USA e recapitata alla leadership israeliana dal Segretario americano Antony Blinken in persona. Il piano – nato da un’iniziativa degli stati arabi – prevede in una prima fase un cessate il fuoco in cambio del rilascio degli ostaggi ancora in mano a Hamas a Gaza e in una seconda fase il riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia Saudita in cambio della creazione di uno Stato palestinese. Secondo quanto riferito da funzionari americani al Financial Times le ricche monarchie del Golfo si assumerebbero gli oneri della ricostruzione di Gaza e si impegnerebbero a garantire la stabilità e il sostegno a un’Autorità palestinese incaricata di guidare il nuovo stato. Il progetto, che ha l’ambizione di rimodellare il Medio Oriente, è stato discusso con i governi europei ed occidentali che a loro volta si impegnerebbero a riconoscere formalmente uno Stato palestinese, sostenendone la piena adesione all’Onu. “Siamo d’accordo sul fatto che la pace regionale include la pace per Israele, ma ciò potrebbe avvenire solo attraverso la pace per i palestinesi attraverso uno Stato palestinese”, ha detto al World Economic Forum di Davos il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan che ha risposto “certamente” a chi gli ha chiesto se Riad avrebbe riconosciuto Israele come parte di un accordo politico più ampio.

Che ruolo per le monarchie?

Quando il 7 ottobre Hamas ha scagliato il suo attacco contro Israele, il regno si stava avvicinando a stabilire relazioni diplomatiche con Israele sulla scia degli Accordi di Abramo. L’accordo di normalizzazione – voluto dal principe ereditario Mohammed bin Salman, nell’ambito della sua ‘Visione’ per il futuro e la trasformazione del paese – avrebbe riguardato anche i palestinesi, il cui obiettivo è uno stato nei territori conquistati da Israele nella guerra del 1967, con Gerusalemme Est come capitale. I negoziati sponsorizzati dagli Stati Uniti con Israele per raggiungere questo obiettivo si sono arenati più di dieci anni fa e con il passare del tempo la colonizzazione israeliana nei territori occupati e le faide tra l’Autorità palestinese e Hamas, hanno reso la soluzione dei due stati sempre più remota e difficile da realizzare. Ora, come altri paesi della regione, Riad è preoccupata che la guerra divampi in un conflitto regionale, e che la devastazione avvenuta a Gaza radicalizzi una nuova generazione di giovani arabi: dal 9 ottobre ad oggi sono quasi 25mila i palestinesi uccisi, dei quali circa la metà bambini, mentre nella Striscia la mancanza di cibo, acqua, medicinali e ogni genere di prima necessità ha provocato una crisi umanitaria senza precedenti. E le violenze non accennano a placarsi: le forze israeliane avrebbero bombardato a Khan Younis le aree vicine al più grande ospedale ancora funzionante nella Striscia, riparo per migliaia di sfollati.

Finché c’è guerra c’è speranza?

In Israele intanto, aumentano le voci di chi critica il premier e la sua gestione della crisi degli ostaggi. Nel Likud diverse fonti anonime dicono che l’era politica di Netanyahu è al tramonto e che è solo questione di tempo prima che si apra una crisi di governo o vengano convocate nuove elezioni. In un’intervista a The Times of Israel, il ministro del gabinetto di guerra ed ex capo di stato maggiore delle forze armate, Gadi Eisenkot ha criticato la gestione della guerra in corso da parte del primo ministro, dichiarando che continuare a parlare di “vittoria completa” su Hamas sia irrealistico oltre che vago e suggerendo che nel pese dovrebbero tenersi nuove elezioni per ripristinare la fiducia nelle istituzioni dopo i devastanti attacchi del 7 ottobre. “Chi parla di sconfitta assoluta non dice la verità”, ha detto Eisenkot. “Ecco perché non dovremmo raccontare storie… Oggi la situazione nella Striscia di Gaza è tale che gli obiettivi della guerra non sono ancora stati raggiunti”. Una parte dell’opinione pubblica israeliana pensa che Netanyahu voglia proseguire la guerra a tutti i costi – anche a detrimento dell’interesse nazionale e della vita degli ostaggi – per salvare la propria carriera politica e sfuggire alla responsabilità diretta del fallimento del 7 ottobre.

Il commento. Di Mattia Serra, ISPI MENA Centre

“Delle ultime dichiarazioni di Benjamin Netanyahu non sorprende né il contenuto né la sfrontatezza. L’opposizione a uno stato palestinese è sempre stato uno dei cardini della visione politica di Bibi, il cui futuro politico è oggi più che mai legato al proseguimento della guerra. Le parole di ieri arrivano in un momento di forte tensione nei rapporti con l’amministrazione Biden, sempre più preoccupata dai costi politici di un’operazione militare che dopo così tanta distruzione continua ad avere scarsi risultati. La domanda che sorge spontanea è quale sia il piano di Biden di fronte a un primo ministro così intransigente e, soprattutto, se la Casa Bianca sia ancora in grado di tracciare linee rosse e di farle rispettare”.

(Fonte: ISPI; Foto: InsideOver)