Medio Oriente: la (de)escalation che non c'è

Condividi l'articolo sui canali social

La stampa internazionale continua ad analizzare la portata dell’attacco israeliano dello scorso 19 aprile contro una base militare iraniana situata nei pressi di Isfahan. Come riporta The Israeli Times, l’attacco, al contrario di quanto affermato dai media iraniani, avrebbe in realtà danneggiato il sistema radar di una batteria di difesa area di fabbricazione russa: un danno non da poco, commenta la testata, soprattutto se si considera la dimensione “ridotta” dell’operazione.

A tal proposito, Al Monitor precisa che lo scopo di questa azione militare era «volutamente ridotta», ma ha comunque inviato un «chiaro messaggio». Il New York Times riporta invece un’indiscrezione proveniente direttamente da fonti interne alle Forze di Difesa Israeliane (IDF): la risposta allo sciame di droni del 13 aprile doveva essere, nei piani iniziali, molto più aggressiva e intensa. Tel Aviv ha dovuto tuttavia ridimensionarla a seguito delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti e da altri Paesi alleati (Regno Unito e Germania) perché essa avrebbe «aumentato le possibilità di contrattacco», rischiando così di innescare un più ampio conflitto regionale.

Eppure, commenta Foreign Policy, anche se l’attacco alla base di Isfahan è stato un gesto simbolico, resta il fatto che i due avversari rimangono bloccati in uno stato di belligeranza. E con un conflitto in corso è logico aspettarsi che prima o poi si degeneri nell’escalation armata. Il Middle East Institute fa il punto della situazione mettendo in risalto le narrazioni di Iran e Israele, che hanno descritto le loro operazioni usando il medesimo linguaggio, ossia quello della “deterrenza”.

Entrambi giustificano le rappresaglie in quanto sono stati «messi all’angolo» dall’avversario; non reagire avrebbe pertanto significato la fine della deterrenza. Ma questo non corrisponde, secondo il think-tank, alla realtà: la strategia dissuasiva iraniana non ha impedito a Israele di compiere, con successo, diversi “attacchi chirurgici” contro esponenti di spicco della Repubblica Islamica; da parte sua, Teheran ha «continuato a stringere il cappio attorno allo Stato ebraico» armando i suoi proxy regionali, come dimostrano le aggressioni alle basi americane in Siria e in Iraq degli ultimi mesi e le decine di droni lanciati da Hezbollah verso le regioni settentrionali israeliane il 23 aprile.

Per Amwaj Media, Teheran continuerà a sviluppare la dottrina della “difesa in profondità” (forward defense): «anche se l’Iran non possiede un deterrente nucleare, ci sono indizi che aprono alla possibilità di porre fine al suo rifiuto dell’atomica, se messo all’angolo».

Le dichiarazioni della Repubblica islamica sono state contrastanti a riguardo: è vero che la Guida Suprema emise tempo fa una fatwa che proibiva lo sviluppo dell’arma nucleare – un concetto ribadito da un portavoce ministeriale iraniano il 22 aprile – ma occorre tenere conto che i Guardiani della Rivoluzione (IRGC) hanno minacciato di riconsiderare la loro posizione sugli ordigni nucleari: «Se [la Guida Suprema] lo autorizza, in una settimana testiamo la prima [bomba atomica]», ha affermato Javad Karimi Ghodousi, ufficiale delle IRGC.

In Israele, e a Gaza, vige uno stallo surreale 

Di certo, aggiunge Ishaan Tharoor sul Washington Post, dal 19 aprile la tensione è effettivamente calata, ma resta senza soluzione la crisi di Gaza (le cui condizioni dopo duecento giorni di guerra sono catastrofiche: l’ultimo orrore riguarda la scoperta di fosse comuni) e la campagna militare israeliana contro Hamas, entrata in una fase di quiescenza a causa dello scontro con l’Iran e della pasqua ebraica, che cade in questi giorni. Per molti israeliani, come nota il New York Times, è difficile respirare il clima festivo con la questione degli ostaggi ancora irrisolta e le continue minacce, verbali e non, di Hamas e degli altri membri dell’Asse della Resistenza. Ne è consapevole anche l’apparato militare, visto che Il generale Aharon Haliva, capo dell’intelligence dell’esercito, ha rassegnato le dimissioni, ammettendo che i servizi segreti di cui è a capo non sono stati in grado di sventare il piano del 7 ottobre, che Hamas stava preparando da più di un anno.

A tal proposito il quotidiano Haaretz descrive a tinte fosche il momento difficile che sta attraversando il Paese, parlando apertamente di «amaro fallimento della sicurezza nazionale». A duecento giorni dall’inizio dell’operazione “Diluvio di al-Aqsa”, infatti, non si registrano significativi progressi: il rientro dei residenti che abitavano a ridosso del confine con la Striscia procede a rilento; nessun obiettivo militare è stato ancora raggiunto; l’accordo sugli ostaggi non c’è. Di fronte a questa impasse, il quotidiano paventa uno scenario “all’ucraina”, ossia una sorta di proseguimento del conflitto a bassa intensità che impedirà il ritorno dei cittadini nei territori di confine, la piena ripresa delle attività economiche e del turismo. Senza considerare che l’Occidente continuerà a esercitare pressioni per richiamare il governo israeliano alla moderazione (oppure passerà direttamente alle sanzioni, come nel caso del battaglione israeliano Netzah Yehuda che secondo gli USA avrebbe compiuto atti di tortura su alcuni palestinesi). Infine – conclude Haaretz – l’incursione su Rafah, di cui però si sa ancora ben poco, «assesterà ad Hamas un duro colpo, ma chiunque dica che essa rappresenterà la fine della guerra sta ingannando l’opinione pubblica».  Questa analisi è condivisa anche dal politico e intellettuale israelo-palestinese Azmi Bishara, secondo cui l’Occidente ha ormai compreso che Israele non può ottenere nulla di più dal conflitto e che la stessa l’operazione su Rafah sarà infruttuosa. Il vero obiettivo dello Stato ebraico consiste(va) infatti nell’imporre una propria amministrazione sulla Striscia. Per Bishara ciò è del tutto irrealizzabile: «nessuno accetterà una amministrazione palestinese» imposta dai militari israeliani; piuttosto, servirà il consenso dell’intero spettro politico palestinese o, meglio ancora, di un «governo di unità nazionale».

Le contraddizioni dell’Iraq di al-Sudani 

Come menzionato sopra, gli attacchi alle basi americane in Siria e in Iraq mettono in evidenza il ruolo cruciale giocato dall’Iraq all’interno del confronto regionale tra l’Asse della Resistenza e lo Stato ebraico. L’ultimo si è verificato il 22 aprile: alcuni missili provenienti dal nord dell’Iraq sono stati lanciati verso una base americana nel nordovest della Siria; la milizia sciita irachena Kata’ib Hezbollah, considerata l’autrice dell’operazione, ha però smentito categoricamente qualsiasi coinvolgimento. Ad ogni modo, l’incidente stride con le parole rassicuranti pronunciate dal primo ministro Muhammad Shia al-Sudani, che la scorsa settimana si è recato in visita ufficiale negli Stati Uniti, dove ha affermato di fare il possibile per «contenere l’allargamento del conflitto». In un’intervista esclusiva rilasciata ad Al Monitor, il premier ha inoltre sottolineato il suo impegno nel far «rispettare la legge in Iraq». Alla domanda sulla permanenza delle truppe americane nel Paese è rimasto però vago: la decisione finale dipenderà dall’esito dei colloqui con l’Alto Comitato Centrale Iracheno.

Di ritorno dagli Stati Uniti, il 22 aprile al-Sudani ha ricevuto nella capitale irachena il presidente Recep Tayyip Erdoğan. La visita, la prima del leader turco dopo tredici anni, rafforza il partenariato tra Ankara e Baghdad riprendendo i termini dell’accordo firmato a marzo (ne avevamo parlato qui). Oltre alla cooperazione securitaria volta a contrastare le attività del Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), l’intesa turco-irachena contiene diversi accordi economici, tra cui un memorandum di intesa per la realizzazione della “Via dello Sviluppo” (Development Road Project). L’ambizioso progetto geo-economico, a cui partecipano anche Qatar ed Emirati Arabi, prevede la realizzazione di una serie di infrastrutture (strade, ferrovie, porti) che dovrebbero rendere l’Iraq un importante centro di snodo commerciale nelle rotte tra Europa e Asia. La partnership con la Turchia, si legge su Al Monitor, oltre a rinvigorire l’economia nazionale serve soprattutto a riequilibrare la postura regionale dell’Iraq, Paese che risente pesantemente dell’influenza iraniana e di quella dell’Asse della Resistenza.

Questa necessità di distanziarsi dall’ingombrante vicino è presente anche negli affari interni iracheni. L’influente e carismatico chierico sciita Muqtada al-Sadr ha da poco ridenominato il suo partito da “movimento sadrista” a “movimento nazionale sciita”: secondo gli analisti iracheni, commenta Kurdistan 24, il “rebranding” pone maggiore enfasi sul programma politico-ideologico di al-Sadr: nazionalismo e opposizione all’influenza straniera, in particolare quella iraniana. Ma ciò potrebbe segnare, secondo l’agenzia irachena Shafaq, il ritorno del chierico sulla scena politica a quasi due anni dall’annuncio del suo “ritiro” dalle competizioni elettorali, pronto a sfidare il resto della coalizione sciita, il Quadro di Coordinamento.

(Questo articolo di Mauro Primavera è stato pubblicato sul sito della Fondazione Oasis, al quale rimandiamo; Photo Credits: Analisi Difesa)