Medio Oriente: sei mesi di guerra a Gaza

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Annunciata la riapertura di Eretz e altre vie per consentire il temporaneo afflusso di aiuti a Gaza. E dall’Onu arriva la richiesta di vietare la vendita di armi a Israele. Leggiamo il punto dell'ISPI.

Israele riaprirà temporaneamente il valico di Eretz, che lo collega con la Striscia di Gaza, per consentire l’ingresso di aiuti umanitari nella parte settentrionale dell’enclave palestinese sull’orlo della carestia. Lo ha annunciato, senza fornire ulteriori dettagli sulle tempistiche né sul numero di convogli autorizzati, l’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu. La decisione è la conseguenza di una telefonata dai toni più duri rispetto a quelli utilizzati finora, in cui il presidente statunitense Joe Biden ha definito un cessate il fuoco immediato “essenziale”, avvertendo che il sostegno degli Usa a Israele dipenderà dall’adozione di azioni concrete per proteggere i civili e gli operatori umanitari. In una nota diffusa dopo la conversazione, il governo di Tel Aviv ha reso noto che “Israele consentirà la consegna temporanea di aiuti umanitari attraverso Ashdod e il checkpoint di Erez” e che l’aumento degli aiuti “eviterà una crisi umanitaria” ed è necessario “per garantire la continuazione dei combattimenti e per raggiungere gli obiettivi della guerra”.  È la prima volta che Israele annuncia la riapertura del valico di Eretz in quasi sei mesi di un conflitto che ha provocato finora almeno 33mila vittime palestinesi, tra cui donne e bambini, iniziato in seguito all’attacco di Hamas nel sud di Israele costato la vita a più di 1200 persone e conclusosi con il sequestro di oltre 250 ostaggi tra cui donne e bambini.

Tragico errore o raid mirato?

La decisione israeliana è anche il frutto delle crescenti pressioni internazionali seguite all’attacco con droni con cui le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno ammesso di aver ucciso, lo scorso primo aprile, sette dipendenti dell’ong World Central Kitchen (WCK), un’organizzazione con sede negli Stati Uniti che distribuiva aiuti alimentari ai palestinesi nella Striscia. Secondo la ricostruzione fornita da diverse fonti di stampa, tra cui Ha’aretz, e confermata dal capo dell’organizzazione benefica, lo chef José Andrés, le tre auto a bordo delle quali viaggiavano i volontari – che percorrevano strade autorizzate al passaggio dalle Idf ed erano ben segnalate come parte del convoglio umanitario, con contrassegni sui tettucci e sulle portiere – sarebbero state colpite “volontariamente, una dopo l’altra” dai droni armati. “Era molto chiaro chi eravamo e cosa facevamo – ha detto Andrés alla Reuters – Anche se non fossimo stati coordinati con l’Idf, nessun paese democratico e nessun militare può bersagliare civili e operatori umanitari”. Lo chef ispano-americano ha replicato duramente al governo israeliano che ha parlato di “tragico errore” e allo stesso premier Netanyahu che, riferendosi all’episodio, ha detto che “sono cose che capitano in guerra” e invitato Australia, Canada, Polonia, Stati Uniti e Regno Unito, i cui cittadini sono stati uccisi nell’attacco, a partecipare a un’indagine indipendente sull’accaduto. La WCK e altre agenzie umanitarie hanno sospeso le loro operazioni a Gaza, dove oltre un milione di persone – metà della popolazione – sta affrontando una crisi umanitaria che l’Onu ha definito “catastrofica”.

Vietare la vendita di armi a Israele?

In molti si sono chiesti nelle ultime ore se l’uccisione dei volontari di WCK e l’indignazione che la vicenda ha innescato farà scattare quel cambiamento che in molti invocano da parte statunitense. Oggi, per la prima volta, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc) ha approvato una risoluzione che chiede di vietare la vendita di armi a Israele. Il Consiglio ha espresso anchegrande preoccupazione per “possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità” commessi dallo Stato Ebraico. Finora, nonostante le tensioni crescenti, però, non vi è alcuna indicazione che Washington – di gran lunga il principale esportatore di armi nel paese – intenda usare il proprio sostegno militare come arma per fare leva su Israele. Anche alla luce dell’ultima telefonata tra Biden e Netanyahu, il governo americano non ha indicato cosa potrebbe cambiare in concreto se il premier israeliano contravvenisse alle condizioni poste dal presidente americano. Pur avendo ripetutamente criticato la leadership israeliana negli ultimi mesi, finora gli Stati Uniti si sono astenuti dall’esercitare una vera influenza bloccando, o anche solo minacciando di bloccare, la vendita di armi a Israele. Al contrario, l’amministrazione democratica ha aumentato la quantità di aiuti militari a Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre e, nonostante la frustrazione più volte manifestata per l’alto numero di morti civili, il Washington Post ha riferito che la scorsa settimana il governo americano ha autorizzato il trasferimento verso lo Stato Ebraico di 1800 bombe MK-84 da 2mila libbre e 20 F-35. Funzionari statunitensi hanno detto ai giornalisti che Biden è personalmente “arrabbiato” per l’attacco al WCK, ma nonostante questo, non si spingerà oltre. “Con gli israeliani è solo una questione di risciacquare e ripetere di nuovo. Il sistema politico americano non può o non vuole tracciare una vera linea di demarcazione con loro e questo è deplorevole”, ha detto un funzionario Usa a Politico sotto copertura dell’anonimato.

Per Netanyahu meglio l’escalation del voto?

Ma non c’è solo la crisi umanitaria a Gaza ad allarmare chi osserva le evoluzioni del conflitto: mai come questa settimana la possibilità che la guerra tra Israele e Hamas deflagrasse in una più ampia guerra regionale è parsa a un passo dal concretizzarsi. Le Forze di difesa israeliane hanno dichiarato di aver sospeso il congedo per tutte le unità combattenti e di aver intensificato il comando di difesa aerea per far fronte a un possibile attacco missilistico o di droni dall’Iran. C’è preoccupazione, infatti, per la risposta di Teheran all’uccisione di due generali iraniani e cinque consiglieri militari in un attacco aereo israeliano su un complesso diplomatico a Damasco all’inizio di questa settimana. L’Iran ha promesso vendetta e a Tel Aviv i residenti hanno riferito che i servizi GPS erano stati interrotti: una misura cautelativa per eludere i missili guidati. Intanto monta dentro il paese la pressione delle piazze, tornate a riempirsi di manifestanti che chiedono elezioni immediate e al governo di negoziare il rilascio degli oltre 100 ostaggi ancora detenuti da Hamas a Gaza. Le due richieste rappresentano le due anime di un movimento di protesta – da un lato le famiglie degli ostaggi, l’altro la società civile e l’opposizione politica – che potrebbe diventare la più grande minaccia per il primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo governo di estrema destra. Mercoledì Benny Gantz, rivale di Netanyahu e membro del gabinetto di guerra, ha chiesto di tenere il voto dopo l’estate. “Dobbiamo fissare una data per il mese di settembre – ha detto – o se preferite per il primo anniversario della guerra”.

Il commento di Ugo Tramballi, Senior Advisor ISPI

"Hanno dovuto uccidere sette cooperanti umanitari stranieri in un bombardamento metodico che non aveva nulla della casualità professata. Hanno dovuto morire 35mila palestinesi, la gran parte dei quali civili, uccisi dai loro atacchi spesso indiscriminati. Hanno dovuto scoprire di avere il mondo contro di loro – perfino negli Stati Uniti - perché gli israeliani finalmente ascoltassero l'ennesima esortazione di Joe Biden. Bibi Netanyahu ha promesso di riaprire agli aiuti umanitari il passaggio di frontiera di Erez. Finalente. Ma è appunto una promessa, non ancora un fatto. E fra Gaza e Israele esistono altri cinque passaggi che potrebbero essere spalancati ma resteranno chiusi. Intanto la fame cresce e la morte ancora non si ferma".

(Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell'ISPI, al quale rimandiamo; Photo Credits: UNRWA/Ashraf Amra - UN News/United Nations)