Nelle carceri di Israele

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Gli attivisti della Global Sumud Flotilla, arrestati la settimana scorsa dalle forze israeliane mentre navigavano in acque internazionali verso la Striscia di Gaza, sono tornati nei loro paesi in Europa e nel resto del mondo dopo essere stati espulsi da Israele. Molti di loro hanno raccontato di aver subìto abusi e maltrattamenti mentre erano sotto la custodia delle forze israeliane. Gli organizzatori del movimento hanno denunciato “almeno quindici casi di aggressioni sessuali”, mentre altre persone detenute hanno parlato di colpi, umiliazioni, privazioni e minacce. Le testimonianze mettono in evidenza come la violenza sia stata molto maggiore rispetto ad altri episodi di intercettazioni e detenzioni durante le missioni della Global Sumud Flotilla dei mesi scorsi, spiega Francesca Gnetti nella Newsleter di Internazionale.

Ma, come ha ricordato l’attivista italiana Martina Comparelli a Le Monde, “a differenza dei palestinesi, che possono essere detenuti a tempo indeterminato e che muoiono in carcere, io sapevo che sarei uscita. I nostri governi distolgono lo sguardo quando si tratta dei palestinesi. È il risultato del razzismo. Ma quando si tratta di noi, aprono gli occhi”. Il video pubblicato dal ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, che lo mostra umiliare e maltrattare gli attivisti della flotilla detenuti in Israele, ha aperto quella che Haaretz nel suo editoriale di martedì scorso chiama “un’altra piccola finestra su cosa sta succedendo dentro il sistema carcerario” d’Israele.

Il quotidiano israeliano fa riferimento anche a un articolo pubblicato sul New York Times in cui il giornalista Nicholas Kristof, vincitore di due premi Pulitzer, denuncia le violenze sessuali commesse contro uomini, donne e bambini palestinesi da soldati, coloni, guardie carcerarie e agenti dei servizi segreti israeliani dopo il 7 ottobre 2023. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha criticato aspramente l’articolo e ha minacciato di intentare una causa per diffamazione. Tuttavia, sottolinea Haaretz, le descrizioni dei casi di violenza sessuale ai danni dei detenuti sono emerse ripetutamente nei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani e delle Nazioni Unite, nei mezzi d’informazione e nelle testimonianze dei prigionieri e dei medici. 

Le violenze sessuali commesse contro i palestinesi, aggiunge The New Arab, non sono cominciate il 7 ottobre: “C’è una lunga storia di crimini del genere che risale addirittura a prima della Nakba del 1948”. Secondo il sito panarabo, il sionismo ha usato la violenza sessuale come “uno strumento di disumanizzazione e di controllo sulla popolazione palestinese autoctona”. In un commento intitolato “I corpi palestinesi”, la scrittrice libanese Najwa Barakat nota che l’articolo di Kristof ha rivelato al pubblico occidentale qualcosa di “conosciuto ma taciuto”. Barakat sottolinea che tutto il mondo già sapeva quello che succede dentro le carceri israeliane grazie alle denunce di molte organizzazioni per i diritti umani, ma finora “ha scelto il silenzio”. 

Kristof fa riferimento al lavoro dell’ong israeliana B’Tselem, una delle più attive nella denuncia delle condizioni disumane nelle prigioni israeliane. Nell’agosto del 2024 ha pubblicato un rapporto intitolato “Welcome to hell” (benvenuti all’inferno), in cui descrive il sistema carcerario israeliano come una rete di campi di tortura. In un nuovo rapporto uscito lo scorso gennaio, l’ong ha aggiornato i dati grazie ad altre testimonianze e indagini, che rivelano la portata di una “politica dell’abuso” contro i prigionieri palestinesi, che è “dichiarata, deliberata e viene dai vertici” del sistema politico.

Il rapporto denuncia violazioni sistematiche, fisiche e psicologiche, condizioni disumane, riduzione alla fame, negazione delle cure e violenze sessuali dentro le carceri, che hanno portato alla morte di 84 palestinesi dall’ottobre del 2023. Dal 1967 almeno 800mila palestinesi sono passati per le carceri israeliane, spesso senza un’accusa né un processo. Dopo la liberazione di circa duemila prigionieri palestinesi in cambio degli ostaggi israeliani a Gaza avvenuta nell’ambito della tregua tra Israele e Hamas raggiunta lo scorso ottobre, nelle carceri israeliane restano circa 9.200 prigionieri palestinesi. 

Il direttore di B’Tselem, Yuli Novak, ha detto: “Il regime israeliano ha trasformato le proprie prigioni in una rete di campi di tortura per i palestinesi, nell’ambito di un attacco coordinato contro la società palestinese volto a distruggere la loro esistenza come collettività. Il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania sono le manifestazioni più eclatanti di questa politica”. Nonostante le prove sempre più numerose e i rapporti sui campi di tortura israeliani, la maggior parte dei politici e dei mezzi d’informazione occidentali tiene gli occhi chiusi, tranne quando sono coinvolti i propri cittadini. In questo modo, ha denunciato ancora Novak presentando il rapporto a gennaio, “la comunità internazionale continua a garantire al regime israeliano piena immunità, legittimando di fatto il protrarsi della tortura, dell’oppressione e della pulizia etnica dei palestinesi e abbandonando le vittime”.

Nel nuovo numero di Internazionale viene tradotto un articolo uscito su Equator, un magazine dedicato alla riflessione politica, all’arte e alla letteratura. L’ha scritto Nasser Abu Srour, che ha trascorso 33 anni nelle carceri israeliane dopo essere stato arrestato nel 1993 con l’accusa di essere coinvolto nell’omicidio di un ufficiale dei servizi segreti israeliani e condannato all’ergastolo. È uno dei palestinesi liberati a ottobre nello scambio con gli ostaggi israeliani e da allora vive da esule in Egitto. Nella sua struggente testimonianza racconta come le condizioni di vita dei prigionieri palestinesi siano peggiorate dopo il 7 ottobre 2023 e cosa significa per lui essere libero al tempo del genocidio a Gaza.

[Fonte: Internazionale; Foto: Vatican News]