Netanyahu e la grazia che divide Israele

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Il premier israeliano chiede la grazia per “promuovere la riconciliazione” nel paese, ma il processo per corruzione e frode a suo carico continua a dividere la società israeliana. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

Una grazia preventiva “per promuovere la riconciliazione”: la richiesta avanzata dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sotto processo per corruzione, è una mossa politica controversa e senza precedenti che sta lacerando l’opinione pubblica israeliana. Il premier, sotto processo per corruzione, l’ha presentata al presidente Isaac Herzog con un documento di 111 pagine appena qualche settimana dopo l’appello di Donald Trump che – durante il suo discorso alla Knesset a ottobre – aveva chiesto di scagionare l’alleato politico dai numerosi capi di imputazione che gli vengono addebitati. In una dichiarazione video trasmessa alla tv israeliana, il primo ministro ha sostenuto che, sebbene sia “nel suo interesse personale” dimostrare la propria innocenza in tribunale, è anche nell’interesse nazionale abbreviare il processo che – a suo dire – “ci sta facendo a pezzi”. “Il processo in corso ci sta lacerando dall’interno, alimentando forti disaccordi e aggravando le divisioni”, ha dichiarato il premier, aggiungendo che “porvi fine immediatamente contribuirebbe ad allentare le tensioni e a promuovere la riconciliazione di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno”. La richiesta ha sollevato innumerevoli polemiche e alimentato la polarizzazione all’interno della società israeliana. Attraverso un portavoce Herzog ha confermato di avere ricevuto la richiesta e che la considererà “in maniera responsabile”. Per legge il presidente israeliano può graziare persone condannate ma, in casi eccezionali, può farlo prima della conclusione di un procedimento giudiziario, se ritiene che sia nel pubblico interesse. Un caso del genere si è verificato solo una volta, risalente al 1984, ma allora gli imputati avevano quanto meno ammesso la propria colpevolezza. L’idea che Netanyahu possa ottenere la grazia senza nemmeno dichiararsi colpevole è ritenuta inaccettabile da molti suoi oppositori.

Una lunga lista di accuse?

Su Netanyahu – il primo ministro più longevo e l’unico mai finito sotto processo nella storia israeliana – pendono accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia in tre procedimenti penali distinti. È accusato, tra le altre cose, di aver accettato insieme alla moglie Sara beni di lusso in cambio di favori politici e di aver sollecitato copertura mediatica favorevole e favori da parte di organi di stampa, una società di telecomunicazioni e dell’editore del quotidiano Yedioth Ahronoth. Il premier nega ogni addebito e, in maniera molto simile a quanto fatto da Donald Trump negli Stati Uniti, definisce le inchieste una “caccia alle streghe”. Netanyahu ha anche impedito a più riprese l’apertura di un’inchiesta sui fallimenti della sicurezza israeliana del 7 ottobre 2023. È qui che le vicende giudiziarie del premier e la politica israeliana creano un vero e proprio cortocircuito: diversi organi di stampa, infatti, tra cui il New York Times lo accusano da tempo di aver prolungato volontariamente la guerra a Gaza e altri conflitti nella regione per restare al potere e tenere a bada i problemi legali. Il processo a suo carico si trascina da anni, tra ritardi legati alla pandemia e numerose mozioni presentate dai suoi avvocati per annullare le udienze, avanzando questioni diplomatiche e di sicurezza relative ai conflitti in corso a Gaza, in Libano, in Iran e in Siria. Proprio su Damasco e sul nuovo governo guidato da Abu Mohammed al Jolani, di cui Trump si è fatto promotore, rischia di aprirsi una spaccatura con l’alleato americano: ieri, dopo l’ennesimo raid, lo stesso Trump lo ha sollecitato a non “interferire con l’evoluzione della Siria verso uno Stato prospero”.

Cortocircuito tra giustizia e politica?

A scuotere l’opinione pubblica israeliana è anche il fatto che la richiesta di Netanyahu giunga in qualche modo inaspettata: lo stesso primo ministro poche settimane fa aveva smentito seccamente di voler chiedere la grazia, se questo avesse significato ammettere la propria colpevolezza. E in effetti, nella richiesta – come nel video diffuso dalle emittenti israeliane – il premier continua a dichiararsi innocente e motiva la sua istanza con le ricadute positive per il Paese. La realtà però è un’altra: se fosse riconosciuto colpevole, la sua immagine politica ne risentirebbe moltissimo. Il paese andrà alle urne nell’autunno del 2026, ma diversi osservatori ipotizzano che il voto potrebbe essere anticipato a seconda degli sviluppi giudiziari. In quest’ottica, il leader dell’opposizione Yair Lapid ha chiesto a Herzog di non graziare Netanyahu, a meno che non si dimetta immediatamente dalla carica di primo ministro. “Non è possibile concedergli la grazia senza un’ammissione di colpa, un’espressione di rimorso e un ritiro immediato dalla vita politica”, ha affermato Lapid. Ma gli esperti legali avvertono che la concessione della grazia potrebbe innescare una crisi politica e costituzionale, la cui ultima parla spetterebbe alla Corte Suprema israeliana.

Democrazia alla prova?

La vicenda segna una delle pagine più delicate della storia del paese, mettendone alla prova l’equilibrio tra potere esecutivo e giudiziario, già precario dopo anni di scontro tra governo e magistratura sulla riforma della Giustizia. Poco dopo aver formato il suo governo alla fine del 2022, Netanyahu ha lanciato un controverso piano per riformare il sistema giudiziario, limitarne il potere, inclusa una legge che elimina la facoltà della Corte Suprema di invalidare le decisioni governative ritenute “estremamente irragionevoli”. La revisione ha scatenato proteste in tutto il paese, con i critici che hanno accusato il primo ministro di conflitto di interessi, e di voler indebolire il sistema giudiziario mentre era lui stesso sotto processo. Più recentemente, il premier ha tentato di imporre il controllo dell’esecutivo su istituzioni chiave dello Stato quali lo Shin Bet e la Procura generale. È in questo scenario, complesso, che il presidente Herzog sarà chiamato a pronunciarsi. Secondo quanto riportano diversi giornali israeliani, il presidente potrebbe concedere una grazia ‘condizionale’, legata a una serie di impegni, primo fra tutti la creazione di una commissione indipendente di inchiesta sul fallimento del 7 ottobre, per il quale al momento hanno pagato solo una manciata di militari. La nascita della commissione indipendente, chiesta a gran voce dalla società israeliana, è stata finora posticipata dallo stato d’eccezione imposto dalla guerra a Gaza.

Il commento di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre

“Una scelta difficile di fronte a una richiesta ‘straordinaria’, quella che spetta al presidente Herzog. La concessione della grazia al primo ministro Netanyahu, senza previa sentenza di condanna, avrebbe infatti serie implicazioni sul funzionamento del sistema giudiziario, già nel mirino di una controversa riforma, e più in generale sulla tenuta dello stato di diritto in Israele. Un precedente rischioso che andrebbe a minare il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge in un paese profondamente polarizzato”.

[Fonte e Foto: ISPI]