P. Neuhaus da Gerusalemme, “i tempi sacri sono soffocati da una guerra empia. Viviamo questa stagione in ascolto delle sirene”

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Tra Cielo e Terra pubblica l’articolo sulla Settimana Santa a Gerusalemme scritto per il settimanale cattolico britannico The Tablet dal padre gesuita David Neuhaus, professore di Sacra Scrittura presso il seminario del Patriarcato latino e in passato vicario patriarcale per i cattolici di lingua ebraica e per i migranti.

Di p. David Neuhaus, SJ

In tempi normali, la Domenica delle Palme è una delle manifestazioni più esuberanti della Chiesa di Gerusalemme.

Migliaia di cristiani sfilano in processione, cantando e ballando, ripercorrendo l’ingresso di Gesù in città. Questa è una delle rare occasioni in cui tutti i diversi gruppi di cattolici in Terra Santa si riuniscono: palestinesi, ebrei, lavoratori migranti, richiedenti asilo, pellegrini ed espatriati. La folla scende dal Monte degli Ulivi, avanzando gioiosamente verso la Città Vecchia.

Quest’anno, tuttavia, a causa della guerra, non ci sono state grandi celebrazioni. La processione è stata annullata. Al nostro Patriarca è stato persino impedito dalla polizia israeliana di visitare il Santo Sepolcro, un atto minaccioso che ha suscitato un’ampia condanna all’estero. Pochi giorni prima, durante la festa che segna la fine del Ramadan, ai musulmani era stato impedito di visitare l’Haram al-Sharif per le preghiere speciali che segnano la fine del digiuno. Di fatto, gran parte del Ramadan è trascorso senza che i musulmani potessero accedere al loro luogo più sacro a Gerusalemme.

I mercati della Città Vecchia, solitamente vivaci, sono chiusi, una chiusura imposta dai regolari pattugliamenti della polizia.

Anche gli ebrei non hanno potuto visitare il Muro Occidentale, un duro colpo per la prossima festa di Pesach, quando solitamente migliaia di persone vi si recano. Mentre la guerra infuria e la morte piove dal cielo – soprattutto in Iran e Libano, ma anche in Israele, Palestina e nel Golfo – i tempi sacri vengono soffocati da una guerra empia. Cristiani, musulmani ed ebrei sono costretti a celebrare questo periodo sacro in piccole comunità, in ascolto delle sirene antiaeree e implorando Dio per la fine della guerra e delle sofferenze che essa porta con sé.

Tuttavia, in un certo senso, la celebrazione della Settimana Santa e della Pasqua di quest’anno, per noi cristiani, potrebbe essere appropriata per il nostro mondo ferito. Come i primi discepoli, vivendo nella paura, anche noi vivremo gli eventi della Settimana Santa con ansia e trepidazione: l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, il tradimento di Giuda, la celebrazione nascosta dell’Ultima Cena, la preghiera nel Getsemani, l’arresto e l’interrogatorio di Gesù, la Passione e la Crocifissione del Venerdì Santo, la deposizione nel sepolcro e il silenzio del Sabato Santo.

Come quei primi discepoli, siamo oppressi da domande difficili su ciò che sta accadendo, dove siamo diretti e dove possiamo trovare speranza. Il bene trionferà sul male, la vita sulla morte, la luce sulle tenebre? Mentre i bombardamenti e i lamenti del lutto per i morti e i feriti lacerano la nostra regione, i cieli sembrano chiusi e Dio tace. Dov’è Dio? Il nostro Patriarca, Pierbattista Pizzaballa, ha suggerito una risposta: “Dio è in mezzo a coloro che muoiono, che soffrono, che sono nel dolore, che sono oppressi in vari modi, in tutto il Medio Oriente”.

Nel suo discorso della Domenica delle Palme nella Basilica di San Pietro, Papa Leone X ha proclamato con forza che Dio “non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra, ma le respinge, dicendo: ‘Anche se molte preghiere fate, io non vi ascolterò: le vostre mani sono piene di sangue’ (Isaia 1,15)”.

Mentre la violenza continua imperterrita, la sfida sarà quella di celebrare la Risurrezione di Cristo il giorno di Pasqua. Anche questa celebrazione sarà intima e improntata alla preghiera. Ma come possiamo prepararci a vivere la realtà della tomba vuota e la gioia trasformativa del Cristo risorto nelle nostre circostanze attuali? Anche qui siamo chiamati a ricordare i primi discepoli. I loro incontri con il Cristo risorto trasformarono il loro essere, anche se il mondo rimaneva avvolto nelle tenebre.

I due discepoli che si allontanano da Gerusalemme disperati dicono allo straniero che non riconoscono: “Speravamo che fosse lui a redimere Israele” (Luca 24,21). “Speravamo!” La loro disperazione risuona. Si allontanano, convinti che il male abbia trionfato. Allora lo straniero risponde: «O stolti e lenti di cuore a credere a tutto ciò che i profeti hanno annunciato!» (Luca 24,25).

Mentre camminiamo con lui e poi ci sediamo a tavola mentre spezza il pane per noi, dobbiamo essere trasformati nel comprendere che colui che era stato crocifisso è risorto dai morti. Sappiamo anche che dobbiamo diventare annunciatori della buona notizia che la morte è stata vinta, che la vita ha trionfato. Questa sarà la nostra sfida: incontrarlo ed essere trasformati dalla fedeltà del nostro Dio nella potenza della risurrezione – fin da ora.

[Fonte: The Tablet (nostra traduzione); Foto: Gerusalemme]